(In)cultura digitaleLo sviluppo per l’Agcom? credere, obbedire, pagare

Lo sviluppo per l'Agcom? credere, obbedire, pagare

Ci sono errori ed errori. Si possono prendere granchi che rovinano la serata con una ragazza appena conosciuta, si può incorrere in confusioni concettuali che intristiscono un’estate imponendo ripetizioni e ripassi per evitare la bocciatura, e si può precipitare in momenti di distrazione che costano la vita, se si sta guidando nel posto sbagliato al momento sbagliato. La sequenza di errori che si sono materializzati nel Decreto Destinazione Italia approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 13 dicembre (norma contenuta del disegno di legge correlato alla Legge di Stabilità) appartiene alla tipologia di sviste che fanno scivolare un Paese intero nel Medioevo digitale, esiliandolo dal consorzio delle nazioni civili. Un Khomeini votato al business dell’editoria, invece che all’integralismo islamico, non avrebbe saputo fare di meglio, ingiungendo il decalogo dei propri interessi personali come norma di comportamento e visione del mondo collettiva.

Il perimetro del concetto di formazione e di studio professato nel Decreto è limitato al supporto materiale che veicola i contenuti, per cui soltanto la carta può trasferire informazioni e valori culturali; il digitale è esplicitamente escluso dal paradiso del sapere che bisogna tutelare e divulgare (Art. 9, §3). Chi legge sui monitor di computer o tablet notoriamente non lo fa per comprendere i contenuti, ma per il gusto di vedere come sono colorati i pixel dello schermo.

L’abitudine di richiamare la fonte delle proprie affermazioni è una citazione sulla carta, mentre diventa un efferato gesto di rapina sul web, sulla base di una valutazione che non trova nessuna giustificazione né razionale, né empirica. Per il resto del mondo, la menzione del testo originale sulla carta avviene copiando e incollando il testo di partenza, consegnando le nozioni essenziali ad un lettore che potrebbe non entrare mai in contatto con la versione originale. Al contrario, in Rete il link conduce fisicamente l’utente a chiamare il server su cui sono stoccati i contenuti originali, e a visualizzare il file che li comunica – con tutti i benefici per l’autore in termini di proventi pubblicitari, di prestigio sociale e di acquisizione di nuovo pubblico. A 45 anni dall’invenzione del mouse, a 15 anni dalla nascita di Google, dovrebbe essere noto che il grafo dei link rappresenta la chiave di volta del meccanismo di valutazione della rilevanza delle pagine. Se l’Italia fosse un paese normale, anche i gerontocrati che amministrano il Paese avrebbero notato la stretta analogia tra il meccanismo meritocratico di Google e quello impiegato per stimare l’importanza delle ricerche scientifiche. Ma il nostro è il paese delle rendite, non quello dell’innovazione e della conoscenza: per questo Google è una minaccia che deve essere allontanata o almeno ridimensionata a suon di tasse. Dio non voglia che a qualcuno venga in mente di prenderlo come un modello di ingegno applicato all’intraprendenza; il risveglio dal sonno dogmatico può provocare spaventi a rischio di infarto.

Il dogma calma l’affanno e asciuga il sudore: esige di essere creduto, non capito. Come sosteneva Tertulliano, la mia fede è tanto più grande quanto più assurdo è il fenomeno in cui devo credere: e gli editori italiani, insieme al governo, hanno deciso di darci dentro senza risparmio. 

Per noi Tertulliano invcece non è l’eroe della civiltà e l’irrazionalità rimane il sintomo della disonestà di chi vuole imporre la propria ignoranza e la propria incapacità come misura di tutte le cose. I giganti dell’editoria, in crisi per non aver voluto né saputo innovare negli ultimi vent’anni, pretendono di imporre per legge la conservazione dei loro privilegi davanti ad un mondo che si sta muovendo in blocco e velocemente nella direzione dello sviluppo digitale.

Un’evoluzione che qui si vuole impedire con la rivendicazione dell’ignoranza come regola gestionale per tutti. L’arroganza della tutela delle rendite, ottenuta strozzinando un paese in difficoltà e soffocando qualunque tentativo di sviluppare nuova conoscenza e nuova competitività, è l’assunto che sorregge nel concreto i provvedimenti del decreto. In ambito digitale il testo sovverte sistematicamente la dichiarazione di intenti esposta nei titoli degli articoli, che alluderebbero ad una serie di provvedimenti volti ad attrarre capitali stranieri nel paese, e ad agevolare la ricerca e il sapere. L’unica cosa che questo governo sostiene con la sua concezione del digitale è il ritorno al medioevo dei feudi e dei baroni, dei privilegi di sangue e dell’immobilismo. Siamo alle solite. Per chiunque si occupi di internet e di digitale il legame con l’Italia è ancora una volta motivo di vergogna.

Work in regress

Quando si accede al dibattito sul Decreto sembra di venire catapultati nella paradossale logica del bipensiero di Orwell usata in 1984, in cui il Ministero della Pace amministra la Guerra e il Ministero della Verità presidia la falsificazione propagandistica del passato. I nomi che hanno i provvedimenti sono l’esatto opposto di ciò che rappresentano: scrivono «incentivo alla lettura», si legge «misure assistenzialiste per i libri di carta»; scrivono «tutela delle opere e della cultura», si legge «incertezza giuridica in contrasto con le soluzioni Europee e attribuzione impropria di poteri giuridici»; dicono «tutte le aziende saranno finalmente uguali davanti al fisco» intendono dire: «comprometteremo gli sforzi dei principali obiettivi dell’agenda digitale europea, infrangeremo le regole comunitarie e aumenteremo il gap tecnologico ed economico nel digitale»; scrivono: «competitività delle imprese, rilancio dei consumi e all’attrazione degli investimenti stranieri» ma si legge: «Nessuno investirà mai in questo Paese».

Ci limitiamo a segnalare il peggio. Perché sia chiaro chi e come sta giocando questa partita, riferiamo le posizioni pro e contra la lista dei quattro provvedimenti che citeremo, alcuni dei quali sono nella Legge di Stabilità che passerà con voto di fiducia oggi.

Credito d’imposta per l’editoria.

Anzitutto una precisazione: parliamo di una norma fantasma. Non si sa chi l’abbia scritta. E questo già ci dice molto sulla trasparenza e sull’opengov.

Cosa dice. I siti devono mettersi d’accordo con i detentori dei diritti, prima di utilizzare in qualsiasi modo i prodotti dell’attività giornalistica (stampa, tv, eccetera), contrassegnati con la dicitura: riproduzione riservata: «ivi compresa l’indicizzazione o aggregazione di qualsiasi genere». Dovranno quindi ottenere la preventiva autorizzazione da parte del titolare dei diritti e, naturalmente, versare il prezzo con questi determinato o, in assenza di accordo, stabilito dall’Agcom. Se fosse già in vigore non avremmo potuto scrivere questo articolo gratuitamente, pieno di link e chiose ad articoli, che è il modo su cui si basa il giornalismo e la libera circolazione di informazioni. Qualsiasi giornalista sarebbe contento che il suo lavoro gli venisse riconosciuto e condiviso. Ma con questa norma non si può fare. Sarebbe più vantaggioso citare solamente prodotti stranieri e non le fonti italiane, persino sulle stesse questioni di politica interna.

Il provvedimento vorrebbe obbligare Google News a pagare gli editori per qualunque contenuto editoriale indicizzato. Naturalmente Mountain View potrebbe anche optare per la soluzione di espellere l’intera produzione giornalistica italiana dal suo servizio. Purtroppo i tempi d’oro della professione sono tramontati, e rinunciare all’offerta informativa del nostro paese non è paragonabile all’esclusione delle pubblicazioni del New York Times o del Washington Post. Il mondo sopravviverebbe al dolore e anche il pubblico italiano abituato alla lettura dei quotidiani riparerebbe sulle testate straniere, come già oggi accade in abbondanza. Chi invece verrebbe fatto a pezzi da questa soluzione sarebbero proprio gli editori che oggi pretendono l’obolo per via legale, ma che da qualche settimana prodigano lacrime e invettive per la decisione di Facebook di ridurre parzialmente la visilbilità spontanea degli articoli nelle bacheche del social network. Dato il modello di business collegato alla pubblicità tabellare per pagine viste, no Google no party

Varrebbe anche la pena di domandare come il Governo e AGCOM pensano di controllare l’applicazione della norma ed esigere il pagamento di quanto è dovuto. Per scoprire i pericolosi link pirata distribuiti in Rete occorrerebbe implementare un motore di ricerca paragonabile a quello di Google (visto che tra l’altro Google non potrà più farlo, e occorrerà sostituirlo con un dispositivo illegale realizzato dallo Stato). Quanto costa duplicare Google? Meno di quello che verrà raccolto con i proventi del controllo? E come si procederà alla stima dei prezzi? e come verrà esercitata l’imposizione del pagamento e la riscossione? Oppure lo scopo del Decreto è imitare le grida manzoniane che servono a minacciare ma non a regolare il comportamento della società civile? 

Secondo gli avversari del provvedimento, gli editori non si limitano a pubblicare, ma formano i politici con esercizi edificanti di dettatura.

@Guido Scorza: «La norma è, naturalmente, scritta, sotto dettatura, dagli editori di giornali nel disperato tentativo di far cassa senza, però, sforzarsi davvero di cambiare le dinamiche di business»

@mante:

La cultura incartata 

Cosa dice. Solo la lettura su carta è cultura. D’altra parte, come tutti sanno, il futuro delle telecomunicazioni è tornare a usare le cabine telefoniche.

Per tutelare la lettura sono previste detrazioni fiscali per i soli libri cartacei (ahh, il profumo della carta, delle strade sterrate, delle carrozze), e nessuna per gli ebook, i quali nell’ultimo anno sono colpevoli di invertire un trend negativo di acquisto aumentando del 5,2% (pur essendo fermi al 2,5%). Insomma: a farne le spese sono i lettori su tablet rispetto a quello su carta. Attualmente la normativa europea prevedete una forte disparità: i libri digitali prevedono una aliquota ordinaria del 21% mentre i cartacei ne hanno una agevolata al 4%. Non si vede perché colpire ulteriormente i libri digitali, specie in un mercato piccolo, seppur in crescita.

Il ministro dello Sviluppo economico Zanonato ha recentemente dichiarato che «I libri digitali venduti dalle grandi compagnie internazionali godono di una fiscalità ridotta. E’ per questo che occorre anche una misura per quelli prodotti in Italia». Ma bastava aggiungere “e digitali” al piano destinazione Italia anziché specificarne l’esclusione.

AGCOM se la canta e se la suona. Ma la musica è stonata

Cosa dice. L’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha varato la nuova disciplina sulla tutela del diritto d’autore online (che sarà attiva il 31 marzo 2014). In breve, come ha notato Simone Cosimi per Wired, ci sono cinque aspetti controversi:

  1. l’Agcom si sostituisce al Parlamento e al giudice pretendendo di regolamentare in via amministrativa fattispecie di illeciti previsti dai codici penali e civili;
  2. la definizione di “opera digitale” si presenta onnicomprensiva per ogni contenuto del web, e non c’è distinzione tra scopo di lucro e fair use: guadagnarci è una aggravante ma anche non condividere gratis il contenuto coperto da copyright può comportare l’avvio della procedura;
  3. la definizione di gestore è problematica, come nota un documento diffuso da Sarzana e Associati  «In merito alla definizione di gestore di pagina internet all’articolo 1, lettera h, del progetto di notifica la Commissione ritiene che l’attuale formulazione possa dare origine ad incertezza giuridica», si legge nella nota UE. «[…] non è chiaro perché le autorità italiane propongono di introdurre l’ulteriore concetto di gestore di pagina internet, il quale non è usato né dalla direttiva sul commercio elettronico né più in generale dalla rilevante legislazione dell’UE»;
  4. il tempo per difendersi dalla notifica di avvio della procedura è molto breve: cinque giorni;
  5. si può avviare una procedura abbreviata, che dura dodici giorni anziché 35 standard, ma concede tre giorni anziché cinque al “prestatore di servizio” per organizzare una difesa.

Gli errori erano ampiamente previsti dagli espertiOltre al dibattito critico internazionale c’è un documento del Nexa Center datato 23 settembre 2013 il quale ripete le indiscrezioni pubblicato da Studio Sarzana sui dubbi della Commissione Europea in merito al lavoro dell’Agcom. Si legge: «L’adozione dello schema di regolamento proposto da AGCOM rischia di porsi in contrasto con le iniziative europee in questo ambito» e «aumentando ulteriormente la frammentazione e l’incertezza giuridica, dovuta alle differenze fra le soluzioni intraprese in questo campo dagli Stati Membri».

Perché farlo? Secondo il prof. Marco Ricolfi, co-direttore del Centro Nexa su Internet & Società:  «Questo comportamento sottolinea l’ostinazione di AGCOM a voler trovare nelle pieghe dell’ordinamento giuridico disposizioni che le attribuiscano poteri per la tutela del diritto d’autore online» – conclude infine Ricolfi – «salvo poi accorgersi che questi poteri non li ha (come il Centro Nexa ha già segnalato a più riprese in precedenti consultazioni ed audizioni) o non sono sufficientemente ampi da consentirle di dettare una disciplina unitaria e razionale». Non sono serviti i pareri degli osservatori.

Chi applaude più forte? I Lobbysti 

@Marco Polillo, presidente di Confindustria Cultura Italia (in rappresentanza di diverse sigle: AESVI, AFI, AGIS, AIE, ANES, ANICA, APT, FEM, FIMI, PMI e UNIVIDEO) e, in tono trionfalistico, scrive: «La consideriamo una vittoria epocale della cultura italiana contro i pirati e chi li sostiene, della legalità contro la criminalità organizzata».

La Siae, e il suo presidente, Gino Paoli, il quale ha scritto una lettera per congratularsi con l’Agcom, in cui si legge: «La potenzialità positiva di questo provvedimento si rivela non solo sul piano della tutela della creatività autorale italiana ma anche su quello della difesa economica dell’opera dell’ingegno».

Guido Anselmi, presidente della Federazione editori: «Soluzione di grande equilibrio e trasparenza» e «Un primo risultato nel segno della legalità, dell’educazione dei consumatori, della valorizzazione dell’industria culturale italiana»

Giacomo Portas, deputato Pd e componente della Commissione Attività Produttive. «La pirateria arriva a costare fino a 500 milioni di euro, una cifra che raddoppia di anno in anno a causa della pirateria in line. L’industria culturale è uno dei nostri settori strategici e merita di essere tutelata anche con norme ad hoc».

Gli oppositori vogliono ripristinare la legalità di una Agcom giudiziaria

@Guido Scorza, sul Fatto Quotidiano: «E’ urgente ripristinare la legalità chiedendo ai giudici amministrativi e, se servisse, a quelli costituzionali, a quelli della Corte di Giustizia dell’Unione Europea e, da ultimo, a quelli della Corte Europea dei diritti dell’uomo di valutare se in una società democratica europea quello che è accaduto e quello che accadrà all’indomani dell’entrata in vigore della nuova disciplina, targata Agcom, sul diritto d’autore, è legittimo e democraticamente sostenibile.» Il senso della critica viene approfondito anche sul blog ospitato su L’Espresso.

@Mantellini parla di “ambiguità” “Non è vero che che il nuovo regolamento colpirà solo le grandi violazioni, non è vero che non interesserà gli utenti comuni. Un singolo file mp3 caricato su una pagina web da chiunque potrà essere sanzionato in tempi brevi da una autorità amministrativa che ha deciso di sostituirsi proditoriamente alla magistratura” . 

La violazione dei patti europei

La webtax è nata come proposta di Francesco Boccia (Pd) e successivamente approvata come emendamento a firma di Edoardo Fannucci (Pd). Nella notte i due ementamenti contenuti nella legge di stabilità per tassare le web company #webtax, quelli che obbligano tutte le società che acquistano e vendono pubblicità e servizi come quelli legati al commercio elettronico ad aprire una partita IVA italiana, sono stati «ammorbiditi». Sergio Boccadutri ‏@boccadutri12m su Twitter scrive: «su #webtax abbiamo corretto togliendo ecommerce». Rimane la parte sui pagamenti, quella che dice che i ricavi dovranno essere rintracciabili (obbligando quindi il pagamento via bonifico bancario), rimane.

Favorevoli

Francesco Boccia: «Chi guadagna in Italia è giusto che paghi le tasse in Italia, con la nuova web tax tutte le aziende saranno finalmente uguali davanti al fisco. Non si tratta, dunque, di una nuova imposta ma di un atto di equità e giustizia»

Panorama: E se poi questi colossi smettono d’investire in Italia?

Tenuto conto del fatto che finora non hanno investito un centesimo qui da noi, direi che il pericolo non sussiste. E chissà che qualcosa non cambi una volta che le loro controllate in Italia avranno adottato la partita Iva, come la proposta prevede.

L’ingegner De Benedetti del Gruppo Espresso: «Un atto di giustizia fiscale che nulla ha a che vedere con il ritardo digitale, che semmai è responsabilità della politica. O forse c’è qualcuno che pensa che, facendo pagare il dovuto a Google & C., lo Stato li farebbe fuggire altrove? Semplicemente ridicolo.»

Repubblica, che ha definito Google e le altre big giant online dei «Grandi evasori» e «Furbetti», e ha a più riprese difeso le norme, come Giovanni Valentini che in La Web tax non minaccia la rete difende la norma come una normale misura per combattere un problema serio, comunitario (nel senso che è materia dell’Unione Europea o dell’OCSE e non di Francesco Boccia). L’articolo lascia trasparire 

Contrari

@albe_ ricorda che il provvedimento scatena due conseguenze disastrose.

  1. La prima è che si richiede a società che hanno sede nei paesi partner dell’Unione Europea di pagare le imposte sul reddito oltre a quelle sul valore aggiunto (IVA).
  2. La seconda è che se procediamo su questa via, ,l’Italia si troverà a dover rinegoziare varie decine di convenzioni fiscali con la lista dei paesi OCSE.

Ti incarcero per un mese. Prima o poi potresti rapinare qualcuno, no?

Ciascuno di noi acquista supporti digitali per salvare o trasferire i propri file di lavoro. Ma potremmo anche riversare contenuti piratati, soprattutto se fossimo rimasti indietro di quegli anni decisivi in cui la cultura digitale ha favorito lo streaming legale e non piratabile, rispetto alle transazioni peer-to-peer. Ma queste sono sofisticazioni che non interessano alla SIAE. Potremmo in futuro commettere dei reati, quindi tutti e indistintamente paghiamo subito una tassa sui CD e i DVD. il principio è chiaro: per ora comincio a sbatterti in galera, così se un giorno commetterai un reato saremo già in pari. Si sa, l’occasione fa l’uomo ladro, è meglio essere previdenti.

Oggi la SIAE aggiorna la sua sfera di cristallo. non per riconoscere il contributo che attori di mercato come Spotify hanno introdotto nella legalizzazione del consumo di musica, ma per invadere un nuovo terreno di mercato con le sue logiche di guerra preventiva: tassare gli smartphone per favorire cultura e Siae (leggi: rendite). E’ l’equo (s)compenso alla Siae.

Di solito per i provvedimenti impopolari si dice: «Ce lo ha chiesto l’Europa». In questi casi l’Europa che sta ridiscutendo l’equo compenso, adattandolo ai tempi. Le tariffe di compenso per copia privata, sono l’equo compenso Siae, maggiorazione sul costo di un apparecchio elettronico. Se comprate uno smartphone, un televisore o un computer sappiate di farlo prima di Gennaio, cioè prima del rincaro dovuto al decreto del ministro Bray.

È un meccanismo che non tiene conto dell’evoluzione tecnologica.

Stefano Parisi, Presidente di Confindustria Digitale intervistato da Pagliarini a 2023 dice: «La proposta che ha fatto il ministro Bray è di aumentare di 500% l’attuale importo di equo compenso, che non diventa più tanto equo», e: «oggi l’equo compenso è di 70 milioni l’anno per Siae, con questo aumento […] avremo un gettito che supererebbe i 200 milioni di euro». 

C’è un tema economico e di principio. «È giusto che ogni cittadino che compra un dispositivo debba pagare per una eventuale copia pur non facendola?», dice Parisi. Oggi c’è lo streaming, il cloud, gli abbonamenti. Se io ascolto musica sul mio smartphone non farò alcuna copia. Pensare di aumentare il prezzo anziché ridurlo è anacronistico. Da quanto dice Parisi il ministro Bray è interlocutorio ma determinato a questo genere di imposizione, e aggiunge: «il 50% va alla Siae e 50% alle politiche della cultura «Tassare il digitale per favorire la cultura è fuori dal mondo». 

Per due soldi, un topolino mio padre comprò (perché gli smartphone costavano troppo)

Luca de Biase, in un post taggato eufemisticamente “perplessità”, e intitolato programmaticamente “Volevamo battere la Corea. Il disordine mentale delle nuove norme su internet ha conseguenze. Occorre una valutazione di impatto digitale” scrive: “per dare qualche soldo in più alla Siae, fa pagare di più ogni oggetto elettronico dotato di memoria a tutti i consumatori, anche a quelli che non fanno copie di materiali soggetti a copyright. E quindi di fatto ha conseguenze su tutta la filiera del digitale, compresa quella legale, innovativa, favorevole alla crescita e all’occupazione». Altroconsumo.it ha lanciato una petizione. Ci chiediamo perché mai i consumatori debbano pagare per la mancata riscossione di profitti di Gino Paoli.

Il cloud nel mondo e la nuvola nera di Fantozzi in Italia

Il neosegretario del Pd Matteo Renzi ha colto l’occasione dell’Assemblea nazionale del suo partito per criticare i provvedimenti del governo Letta (“Siamo passati dalla nuova digitale alla nuvola nera di Fantozzi” e I temi “della Web tax vanno posti in Europa”, altrimenti “rischiamo di dare l’immagine di un paese che rifiuta l’innovazione”). Avrebbe potuto citare anche il Fantozzi della Corazzata Potemkin. Ha ribadito la sua contrarietà agli emendamenti di Web Tax in un video, e nella notte tra il 17 e il 18 dicembre è stata riformulata la norma escludendo gli e-commerce dalle partite IVA. Sergio Boccadutri ‏@boccadutri ci spiega in un tweet il motivo: «problema di applicazione che avrebbe creato problema a pmi. problema rimane e sarà risolto con armonizzazione fiscale ue».

Equo compenso, sviluppo digitale, incentivi alla lettura, misure per lo sviluppo del comparto editoriale. A quando il ministero dell’Amore?

Barack Obama

Chiudiamo con una lunga citazione di Barack Obama in occasione dell’annuale Science Fair ai giovani vincitori che un giorno saranno, speriamo, i nostri futuri partner.

«Questa settimana sono orgoglioso di essere a fianco di studenti insegnanti, imprese e organizzazioni no profit che si danno da fare per sostenere l’informatica nelle scuole americane.

L’apprendimento di queste competitività non è solo importante per il vostro futuro, è importante per il futuro per il nostro Paese, se vogliamo che l’America paese sia sempre all’avanguardia abbiamo bisogno di giovani Americani come voi, in grado di padroneggiare gli strumenti e le tecnologie, che cambieranno il nostro modo di fare pressoché ogni cosa.

È per questo che vi chiedo di impegnarvi in questa sfida.

Non comprate un nuovo videogioco: fatene uno.

Non scaricate l’ app: ma progettatela

Non giocate col vostro telefono: programmatelo.

Nessuno è nato esperto di informatica, ma con un po’ di duro lavoro, di matematica e scienze, chiunque può diventarlo. Questa settimana è l’occasione per provarci. E non permettete a nessuno di dirvi che non potete farlo.

Che voi siate un giovane uomo o una giovane donna, che viviate in città o in campagna, i computer occupano un ruolo importante nella nostra vita. E se siete pronti a studiare e lavorare sodo sarete voi a dare forma al vostro futuro