Mediterraneo, il commercio regalato a tedeschi e cinesi

I dati e le opinioni degli imprenditori

Nel 2008, sull’isola di Lampedusa, Mimmo Paladino ha scolpito la Porta d’Europa. Un varco tra l’Italia e il Mediterraneo attraversato ogni giorno dai migranti in cerca di fortuna provenienti dall’altra sponda. I Paesi di origine di quelli che vengono chiamati barconi o carrette del mare non sono però solo punto di partenza di un viaggio a senso unico. Sono economie in via di sviluppo, con tassi di crescita dal 4 all’8 per cento, che per l’Italia e le imprese italiane potrebbero rappresentare luoghi in cui investire o esportare i propri prodotti. Ma il nostro Paese, al contrario dei concorrenti europei e non, lo fa poco e male.

«Stiamo perdendo terreno perché l’interscambio commerciale di Germania, Stati Uniti e Cina verso il sud Mediterraneo cresce più rapidamente del nostro», ha messo in guardia Massimo Deandreis, direttore generale di Srm, il centro studi sull’economia del Mezzogiorno e del Mediterraneo di Intesa Sanpaolo, nella presentazione del Rapporto 2013. «Nel 2013 – ha aggiunto – perderemo la posizione di primo Paese dell’Ue per interscambio commerciale a favore della Germania e le stime fino al 2015, pur indicando segni di crescita, confermano questa tendenza».

Nel 2013, tra i grandi competitor internazionali (Francia, Germania, Usa, Cina e Paesi del Golfo), l’Italia sarà l’unico a registrare una diminuzione della somma di import ed export, con un valore che scenderà a 58,3 miliardi dai 61 del 2012 (-4,4 per cento). Gli scambi della Germania saliranno invece dell’11%, da 55 a 61,2, mentre quelli di Cina e Stati Uniti avranno incrementi ancora superiori. 

Se i commerci tra Italia e Mediterraneo sono quasi raddoppiati (+85%) tra il 2001 e il 2012, quest’anno il freno a mano è stato tirato. Vale però la pena di guardare i dati con più attenzione, a partire dai prodotti energetici. Negli scambi tra Italia e Mediterraneo gas e petrolio pesano per quasi la metà del valore (49,5%, con crescita dal 38% del 2011), mentre tra i nostri competitor l’incidenza dell’energia supera di poco il 20% solo per Germania e Francia. Questi prodotti hanno dinamiche peculiari e sono come noto influenzati dalle condizioni di sicurezza. Le importazioni di petrolio dalla Libia, ad esempio, crollarono del 67% durante la guerra del 2011 e la loro ripresa sta dietro il +19% dell’interscambio fatto registrare nel 2012. 

Se non si considera l’energia, la minore velocità di crescita degli scambi risulta più evidente. Dal 2008 la curva dell’interscambio commerciale è stata pressoché piatta, mentre gli altri Paesi considerati nello studio di Srm hanno viaggiato a tutt’altra velocità. Il 2012 è stato un anno particolarmente negativo, con una diminuzione del 2,1 per cento del commercio con i Paesi del Mediterraneo. Quest’anno è andata meglio: nel primo semestre del 2013 l’interscambio è cresciuto del 5,5% (l’export in particolare è salito del 7,9%), grazie soprattutto agli scambi con Algeria (+24,5%), Libia (+71%) ed Egitto (+10,4%, nonostante i disordini seguiti alla deposizione del governo di Morsi). 

Secondo Deandreis i problemi però non vanno sottovalutati: «Sull’interscambio manifatturiero abbiamo un gap di circa 20 miliardi in meno rispetto alla Germania. È la misura di quote di mercato di prodotti manifatturieri già esistente e soddisfatta da prodotti tedeschi che la Germania riesce ad esportare. Recuperare una parte di questo gap deve essere tra gli obiettivi del Paese. Per fare questo occorre anche pensare a rilanciare le infrastrutture funzionali alla competitività delle imprese: il tema dei porti e della logistica dato che un terzo dell’export italiano e i due terzi di quello del Mezzogiorno partono via mare».

Vediamo come si comportano alcuni competitori forti dell’Italia in Nord Africa: francesi, tedeschi, turchi e cinesi. «I francesi si concentrano sulle infrastrutture dedicandosi anche alla progettazione di sistemi complessi, godono di una posizione naturalmente privilegiata dato che il loro sistema giuridico è affine a quello delle loro ex colonie nordafricane, senza dimenticare che sono favoriti anche da una lingua comune», spiega Paolo Beltrami, fondatore di One Medit, società di consulenza e servizi per l’internazionalizzazione. «Le banche francesi hanno investito in società dedicate all’internazionalizzazione che servono le imprese nazionali. I francesi non impongono quindi singoli prodotti ma un intero sistema fatto di cultura e di impresa». I tedeschi, invece, «si distinguono per capacità finanziaria e tecnologica e benché siano presenti su questi territori con un numero di imprese infinitesimale rispetto al nostro, i loro dati export sono invidiabili». Altre due presenze importanti sono quella cinese e turca. «I turchi fanno una politica aggressiva in termini di prezzo grazie a una loro produzione interna che compete con quella europea e si può permettere di vendere a prezzi inferiori del 20-30 per cento». La Cina invece agisce «soprattutto nell’Africa subsahariana e lo fa muovendosi in blocco e per progetti chiavi in mano». L’interscambio del Paese asiatico con il Mediterraneo è stato nel 2012 dieci volte superiore a quello del 2001 e nel 2015 il valore degli scambi arriverà a 71 miliardi di euro, rispetto ai 50,6 miliardi del 2012. 

Uno dei problemi – qui come in altre parti del mondo – è però l’abitudine degli imprenditori cinesi a non sfruttare la manodopera locale. La Cina, spiega l’avvocato John Shehata, che per lo studio Orrick, Herrington & Sutcliffe LLP assiste le imprese italiane e straniere nella gestione e prevenzione dei rischi connessi all’attività d’impresa in Africa, Medio Oriente e nel Golfo, «è stata così abile e rapida da cogliere molte delle più significative opportunità di realizzazione di infrastrutture essenziali nei Paesi emergenti: le banche cinesi finanziano i governi locali, stringendo con questi rapporti economici privilegiati, affinché essi realizzino porti, aeroporti, strade e simili, vincolando l’erogazione delle somme all’assegnazione dei lavori a imprese a capitale e manodopera cinese, e garantendosi il rimborso delle somme mutuate puntando su aree ricche di materie prime».

Parliamo di Paesi, e soprattutto aziende, «accomunati da una ponderata analisi strategica dell’approccio alle opportunità che i nuovi mercati presentano», commenta Shehata. «I loro sistemi Paese e le loro istituzioni appoggiano e sostengono, anche con l’intervento acuto della politica, le attività economiche nel Mediterraneo; e i loro programmi di governo, e soprattutto alcuni dei loro istituti di credito, spesso ancora molto liquidi, incentivano le attività imprenditoriali transfrontaliere, creando un circolo virtuoso e una presenza nei Paesi della sponda Sud che tende ad autoalimentarsi, anche in ragione della positiva percezione che i mercati locali hanno dei prodotti, beni e servizi che provengono da questi Stati».

Le imprese italiane, invece, in molti casi si muovono nel processo di internazionalizzazione senza una chiara visione strategica e un’analisi dei dati. «Spesso la decisione in merito all’internazionalizzazione dell’impresa è delegata a manager che non hanno la visione del risultato di lungo periodo e, a differenza della proprietà, non hanno mandato sufficiente ad accettare e gestire il rischio connesso all’apertura ai mercati esteri», prosegue Shehata. «Il risultato è che vanno all’estero imprese il cui mercato domestico è asfittico, nella speranza di trovare nuove risorse fuori dal territorio Italiano. Il risultato, a volte, è che l’impresa non resiste alle spese necessarie per sopravvivere fuori dal paese per i primi mesi di attività».

Una cosa che ancora viene apprezzata all’estero, però, aggiunge Beltrami, è «la capacità di risolvere problematiche complesse e per questo veniamo ricercati. Siamo certo dei maestri nel creare soluzioni ad hoc ma la realtà italiana è fatta di piccole e medie imprese che si trovano spesso isolate, che hanno poca liquidità e sono sottocapitalizzate».

Se dovessimo riassumere, schematizzando il comportamento dell’imprenditore, ci sono due tipi di approccio secondo Paolo Beltrami: «Quello in cui l’imprenditore pianifica; quello in cui non pianifica, rivolgendosi magari anche a figure che si candidano gratuitamente a fare assistenza all’internazionalizzazione ma senza avere le strutture giuste alle spalle». La dimensione aziendale non incide: «Ci sono aziende gigantesche dal punto di vista del fatturato che a livello di internazionalizzazione sono pari a zero. Poi ci sono società neocostituite con uno staff di cinque persone che sono capaci di proporsi e lavorare con tutto il mondo. Esistono piccole aziende che negli ultimi cinque anni sono cresciute molto e stanno imparando velocemente come ci si muove all’estero».

Ma il sistema di istituzioni e agenzie pubblico di supporto alla internazionalizzazione certo non aiuta. «Ice, Camere di commercio e ambasciate formano un sistema strutturalmente non sufficiente anche se competente a far fronte alle richieste sempre più incessanti e numerose delle imprese italiane. Vi è la necessità di creare una collaborazione tra questi istituti e le imprese private che fanno internazionalizzazione da anni e con le quali fare massa critica. Serve una decisione politica che definisca il modello di supporto al sistema imprenditoriale». E «anche la UE non gioca alcun ruolo nel favorire o assistere le imprese degli Stati membri». Sarebbe molto utile, dice Sheahata, «se le istituzioni italiane all’estero riuscissero ad essere catalizzatrici delle imprese del nostro Paese, punti di incontro, di creazione di sinergie, di scambio di notizie, di sostengo e di informazione anche, ad esempio, con riferimento a bandi, gare e appalti cui le nostre aziende potrebbero partecipare con successo».

Nella visione degli imprenditori nostrani, insomma, oltre che in quella delle istituzioni, qualcosa deve cambiare. «Noi abbiamo ancora un’idea della mappa del mondo come la rappresentazione De Agostini nelle nostre scuole, con l’Italia al centro, quando invece i centri sono i Paesi che investono e crescono», commenta Paolo Beltrami. D’altro canto «il dinamismo verso l’internazionalizzazione delle imprese del Marocco e della Turchia ormai è confrontabile se non superiore a quello dell’Italia».

L’Europa non è più l’unico bacino economico di questi Paesi e certo non l’Italia può pensare di vivere di posizioni acquisite. «Il prodotto interno lordo di alcuni Stati è in forte crescita, la richiesta e necessità di realizzazione di nuove, importanti, infrastrutture essenziali pare evidente, e ci sono interventi interessanti da parte di istituzioni internazionali, quali la World Bank, particolarmente incisive», spiega Shehata. «Un dato interessante è che l’interscambio tra i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo sta raggiungendo volumi interessanti e comparabili a quelli che hanno per anni caratterizzato la bilancia di interscambio commerciale tra i Paesi dell’area Mena (Middle East and North Africa, ndr) e l’Europa». E proprio dalla sponda Sud in crescita forse abbiamo da imparare. «Un ottimo modello, potenzialmente replicabile dall’Italia, è quello del Marocco che, con le sue agenzie governative dedicate alla incentivazione dei rapporti transfrontalieri, sta portando a compimento un percorso di apertura ai mercati e di incentivazione delle economie migliori».

L’euro speso in internazionalizzazione, dal corso di inglese per i dipendenti all’assunzione di giovani, deve essere visto come un investimento non come un costo. Ma «ciò che va necessariamente evitato è che le missioni imprenditoriali si trasformino in meri viaggi organizzati, senza la necessaria e prodromica preparazione e senza l’essenziale follow up». 

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