Parmalat? Fu salvata dai lavoratori

Il libro di Marco Severo

La fiaba ricorrente degli 8 settembre nostrani, delle grandi prove di solidarietà nazionale offerte in momenti gravi, trovò nel 2003 una trama e degli interpreti formidabili in fabbrica. Nel sempre citato e benedetto “mondo del lavoro”. Reclutò i protagonisti nei reparti di pastorizzazione del latte, tra i delegati sindacali, negli uffici commerciali. Assegnò un ruolo centrale alla politica, affidò una parte anche agli spettatori-consumatori. A dieci anni dai fatti (e a due anni dall’acquisizione da parte della francese Lactalis, ndr), quella versione della fiaba prende le mosse da un interrogativo, sin qui risolto troppo sbrigativamente: chi salvò la Parmalat?

Era la fine del 2003, vigilia di Natale, e la crisi della multinazionale di Collecchio, alle porte di Parma, aveva da poco rivelato l’anima nera dell’azienda candida creata 42 anni addietro da Calisto Tanzi. Il 19 dicembre si era appreso che alla Bank of America mancavano 4 miliardi di euro teoricamente riconducibili al gruppo emiliano. Che quel denaro, anzi, non era mai esistito. In breve il buco si dilatò, divenne pari a 14 miliardi. Arrivarono a Collecchio le auto della finanza, si scoprirono con sgomento i bilanci aziendali taroccati. Il ministro delle Attività produttive Antonio Marzano approntò di gran carriera il decreto legge 347 poi detto “SalvaParmalat”, quindi nominò commissario straordinario Enrico Bondi, un manager con fama di tecnico “aggiusta-aziende”. Fu una corsa contro il tempo. Due, tre giorni, una settimana al massimo. Poi gli stabilimenti si sarebbero fermati. E allora sì che sarebbe stato il disastro, un disastro sociale ancor più grave di quello che già stava seminando vittime fra quanti avevano investito quattrini in Parmalat Spa: i piccoli risparmiatori. Allora sì che sarebbe stata la fine per il colosso alimentare e per i suoi 32mila lavoratori nel mondo, i soggetti maggiormente a rischio e di cui i mass media si curavano poco in quel giro di settimane, essendo tutti così interessati alla narrazione poliziesca e al giallo finanziario.

E dunque tutto qua? Tutto merito di Marzano e di Bondi, così come negli anni è stato tramandato dalla vulgata mediatica? No, affatto. Fu in realtà nei reparti di produzione che venne pronunciata quella frase poi divenuta senso comune, quasi un ritornello masticato nei telegiornali della sera: «La Parmalat è sana». Quattro parole dipanate nel vuoto del precipizio, una cima da stringere forte al fine di non cadere. La Parmalat è sana. E dunque: «La Parmalat ce la farà». Che fosse chiaro. Che nessuno si facesse strane idee. Tipo idee di chiusura, o di vendita di singoli comparti nell’intenzione di far cassa e così accontentare velocemente i creditori. Ipotesi che taluni, esponenti politici compresi, percorsero effettivamente. «Il lavoro ci salverà» dissero piuttosto i dipendenti, i pochi manager rimasti in attività, la Cgil, la Cisl, la Uil che in quell’8 settembre del capitalismo italiano si “presero” la fabbrica e fecero a meno del “padrone”.

«Alla Parmalat facciamo latte, non tondini di ferro» fu l’altra parola d’ordine, il nucleo di pensiero e di azione dal quale le scelte di Bondi avrebbero poi tratto alimento. «Nelle fabbriche di tondini, per dire – ricorda oggi Antonio Mattioli, allora segretario provinciale Flai-Cgil – i magazzini sono pieni di merce: alla Parmalat no, alla Parmalat si produce materia deperibile che va confezionata, trasportata, commercializzata tutti i giorni». Pena la perdita di quote di mercato, dunque di piastrine indispensabili ad arginare l’emorragia finanziaria. Per conservare efficiente la filiera occorreva impedire che le linee si fermassero. Convincere i fornitori a non smettere di portare il latte, lo zucchero, il tetrapak, i detergenti per il lavaggio degli impianti. Una scommessa, certo. Quale allevatore avrebbe mandato la sua autocisterna a una fabbrica sprovvista di denaro? 

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Fu attorno a questo punto di domanda che lavorarono le maestranze e i sindacati insieme ai dirigenti e al Tavolo istituzionale, ovvero al “cervello operativo” che il sindaco Giuseppe Romanini allestì a Collecchio il 19 dicembre e di cui fecero parte gli amministratori locali e i parlamentari eletti nel parmense: la fucina politica dove si compì il miracolo della coesione sociale, del sempre invocato “sistema Paese”. Lì si spinse per l’approvazione della “SalvaParmalat”, per esempio. Da lì partirono le sollecitazioni per il Parlamento e per il Governo. Lì arrivarono per mesi le richieste di Cgil, Cisl, Uil che scelsero di convogliare le energie emotive e la tensione del conflitto dentro gli argini della produttività e della continuità lavorativa evitando scioperi, gestendo una porzione enorme di responsabilità, giocando un ruolo politico di guida.

Maturarono in fabbrica e al Tavolo istituzionale costumi informali, si svilupparono schemi relazionali poco accademici ma molto efficaci, si prese l’abitudine di incontrarsi tutte le mattine fra delegati e vertici Parmalat per un monitoraggio sulla produzione e per stilare la lista delle materie necessarie a tenere accese le linee; capitò persino di servirsi del negozio di ferramenta per acquistare i detergenti mancanti; oppure di persuadere il tal allevatore a rifornire l’azienda rassicurandolo a titolo personale, amicale; si dialogò in qualche modo con i consumatori, i quali continuarono a comprare Parmalat e anzi lo fecero più di prima.

Insomma nella fiaba dell’8 settembre della Parmalat non cavalca solitario alcun eroe solitario. Quella del salvataggio della multinazionale è viceversa una vicenda di donne e di uomini, è un dramma corale, è la storia normale e insieme eccezionale di una collettività la cui fede nel lavoro poté più dello sgomento per la frode. «Parmalat aveva una struttura industriale buona, sì» conferma intervistato oggi Guido Angiolini, a quel tempo stretto collaboratore di Bondi, «ma questa cosa non la sapevamo prima di allora, almeno io non la sapevo». E qualcosa di molto simile riferisce l’ex sindaco Romanini: «Lo stesso Bondi, dopo aver visto carte false d’ogni genere, non era certo che il livello produttivo fosse indenne». Carlo Prevedini, al tempo direttore generale Parmalat, il manager più in alto in grado rimasto in carica, testimonia pur col tono sorvegliato di chi detesta gli incensamenti: «Bondi mi chiamò e mi chiese se secondo me l’azienda stava in piedi, e io semplicemente gli dissi di sì, gli dissi che secondo me l’azienda sarebbe stata in piedi. Tutto qua». Non era facile dirlo, non era una certezza blindata nella coscienza. Ma gli 8 settembre italiani questo sono, una vertigine che diventa istinto al salto, un varco stretto nella Storia, un paradosso che nel caso della Parmalat consentì di tenere in vita un’azienda ferita a morte e con essa di conservare integri migliaia di posti di lavoro, così supplendo all’etica di un gruppo imprenditoriale divorato dall’illecito.

* giornalista. Sul tema ha scritto il libro “Il miracolo del latte – Quando il lavoro salvò la Parmalat”, Ediesse, collana Storia & Memoria, 2013

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