Prato, la strage e le troppe connivenze

Le solite lacrime di coccodrillo

Prato è come Lampedusa, lasciata sola. È questo che ripetono tutti, dalle associazioni di categoria all’assessore alla sicurezza del Comune. Il giorno dopo la tragedia – sette cinesi morti e quattro feriti per l’incendio in un capannone dove gli operai lavoravano, dormivano e vivevano – inizia lo scaricabarile. Chi accusa l’amministrazione comunale di aver fatto dei controlli contro l’illegalità uno slogan da campagna elettorale senza far seguire i fatti, chi si domanda dove siano la Regione, a cui competono i controlli dell’Asl, e lo Stato, che non mette abbastanza forze in campo per contrastare l’illegalità.

Eppure la situazione è sotto gli occhi di tutti da oltre dieci anni, anche quando i cinesi lavoravano come contoterzisti per le aziende pratesi. Una situazione che si è andata espandendo e che è sfuggita di mano, andando ben oltre quello che i pratesi stessi negli anni Novanta avrebbero immaginato, nonostante siano i cinesi che acquistano e affittano capannoni dagli italiani (e per ogni capannone si pagano Imu, elettricità, acqua, tassa sui rifiuti), che affidano la loro amministrazione ai commercialisti italiani e che fino a qualche anno fa acquistavano macchine di lusso dai concessionari italiani (prima che ci fosse la tracciabilità dei pagamenti sopra i mille euro e gli imprenditori cinesi preferissero affittare le auto). E accanto ai cinesi che con il tempo si sono integrati ci sono gli imprenditori che hanno continuato a fare i loro affari non sempre puliti e i tanti “schiavi”, spesso clandestini, che vivono e lavorano nei laboratori (d’estate, quando per il caldo i portoni o le finestre restano socchiusi, si possono vedere in certe strade delle zone industriali), fantasmi che emergono solo dopo un controllo. O dopo una strage.

Dal 2007 vengono firmati patti “Prato sicura” con il ministero dell’Interno (l’ultimo con Angelino Alfano lo scorso 12 ottobre) per contrastare il fenomeno, ma la matassa è così intricata da non trovare una soluzione. «Tutto ricade sulle nostre spalle, noi facciamo controlli settimanali ma abbiamo quattromila capannoni gestiti da cinesi e 16 agenti della polizia municipale (che ne conta in tutto 190) su cui poter contare – accusa l’assessore alla Sicurezza Aldo Milone –. Finora nessun governo, di qualunque colore, ci ha ascoltato: non parlo del nuovo prefetto, in carica solo dal luglio scorso, ma in passato non è stato risolto nulla». Eppure in città è stato mandato l’esercito, per controlli sul territorio, «ma non possiamo impiegarlo per i blitz nei magazzini», sostiene l’assessore, così come non ci sono abbastanza controlli dell’Asl «e vorrei sapere dal governatore Rossi dove li manda, perché non si impegna anche lui sul territorio di Prato». Replica Rossi: «Attualmente, da quello che mi risulta, vengono fatti due controlli a settimana, stabiliti in un briefing quindicinale convocato in questura, a cui partecipano sempre i tecnici della Asl per la sicurezza e la medicina del lavoro. Penso che sia necessaria la collaborazione di tutti, con iniziative ferme e senza le polemiche». Secondo il governatore «sul tema della presenza della comunità cinese a Prato sono stati fatti errori e sottovalutazioni. La politica gridata della destra locale e nazionale, fondata sui controlli e sulla repressione, non ha risolto nulla. Anche la sinistra ha avuto comportamenti troppo compassionevoli».

Da parte loro le forze dell’ordine, Guardia di Finanza in testa, garantiscono il massimo impegno “con le forze a disposizione”: non ci sono soltanto i blitz nei capannoni, ma i controlli sulla contraffazione e sui money transfer, il sistema “sicuro” per l’esportazione dei capitali in Cina. Tra il 2007 e il 2009 i cinesi di Prato hanno inviato quasi 500 milioni di euro nella madrepatria a forza di money transfer da 1.900 euro (il limite è di duemila), come emerso da una maxi inchiesta dello scorso maggio.

Interno della fabbrica bruciata nel Macrolotto di Prato (foto Batavia)

Ma i controlli da soli non bastano, ci vuole più informazione e integrazione secondo Wang Liping, 54 anni (dei quali 30 in Italia), vicepresidente della Cna, l’associazione di categoria degli artigiani: «Noi da sempre sosteniamo il governo locale perché porti avanti misure severe di controllo, ma dobbiamo anche far capire alle imprese cinesi quali sono le regole da rispettare, le leggi anti evasione, anti contraffazione e così via. Chi vuole emergere così ne ha l’opportunità, per tutti gli altri invece ci vogliono controlli serrate e pene più severe». Il problema però è che la Cna conta 60 aziende cinesi aderenti, l’Unione industriale due imprenditori iscritti. Una goccia nell’oceano rispetto ai quasi 40mila lavoratori (censiti e non) che vivono in città. Una manodopera che sostiene circa 3.500 aziende registrate alla Camera di commercio, tra laboratori di produzione in conto terzi, le aziende più grandi dei confezionisti Pronto moda e quelle di servizio. In tutto si parla di 360 milioni di abiti all’anno, per un giro d’affare di circa 2 miliardi di euro, il 70% dei quali deriva dall’export.

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Capire cosa succede “là dentro” è facile, nonostante sia un mondo invalicabile per i sindacati, chiuso in se stesso, dove l’alta mortalità delle imprese (che chiudono dopo pochi mesi per riaprire sotto altro nome), lo sfruttamento all’interno della stessa comunità (gli operai cinesi lavorano sempre per datori di lavoro cinesi), una cultura dove anche la percezione della sicurezza è molto distante da quella occidentale, rendono tutto più difficile. È di questa idea anche la prefettura: «Anche se raddoppiamo i controlli stragi come questa non vengono eliminate se non c’è una presa di coscienza in termini di sicurezza da parte della comunità cinese – sostiene il prefetto Maria Laura Simonetti, a Prato dallo scorso agosto–. Ieri ho parlato con il console che ha assicurato di fare pressioni anche su Pechino».

Non è la prima volta che il console cinese assicura e garantisce, che si fa il punto della situazione su un numero di controlli notevole, eppure non sufficiente se basta fare un giro per la città per vedere aziende con loculi dove vivono giorno e notte squadre di operai senza nessuna tutela, che lavorano in condizioni disumane. L’assessore Milone lancia interrogativi inquietanti: «Perché nessun governo ci ha aiutato? Forse non si può toccare la Cina perché ha comprato parte del nostro debito pubblico? C’è un patto in cui rientra anche la svendita di questa città? Io me lo domando». Intanto nel gioco dello scaricabarile si rischia di dover aspettare ancora una strage prima di riaccendere i riflettori su quella che, a Prato, è la quotidianità.

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