Servono alternative alle pensioni pubbliche. Ecco come

Dopo le misure nella legge di Stabilità

Fino a non molti anni fa gli italiani beneficiavano di un trattamento pensionistico molto generoso (rispetto ai contributi versati) che rendeva quasi inutile per un individuo, o una famiglia, la programmazione dei propri risparmi al fine di mantenere un tenore di vita soddisfacente una volta in pensione. Con questo non si vuole certo sostenere che in Italia le famiglie non risparmiassero; è piuttosto vero il contrario. Tuttavia, le famiglie italiane risparmiavano spesso con un diverso obiettivo: per esempio, garantire maggiore benessere ai propri figli, magari acquistando loro un appartamento in cui abitare da grandi.

La situazione è ben diversa per un lavoratore che entra oggi nel mondo del lavoro. Infatti, questo lavoratore deve necessariamente risparmiare nel corso della sua vita una quantità sufficiente di risorse per garantirsi un tenore di vita soddisfacente al momento della pensione. Questo perché la pensione pubblica, per chi ne avrà una, sarà solo una frazione dello stipendio. Se è difficile risparmiare con i bassi stipendi medi italiani, è purtroppo impossibile per chi oggi non ha un lavoro. Ma non per questo il problema è meno rilevante e attuale. Anche perché, come qualsiasi guida giustamente ricorda, il vantaggio di iniziare per tempo l’accumulo di una pensione integrativa è decisivo.

Consideriamo due giovani nati nel 1976. Il primo inizia a lavorare molto presto, per esempio a diciotto anni, riuscendo a mettere da parte 1000 euro l’anno fino al compimento del settantesimo anno di età. Il secondo, invece, inizia a lavorare molto più tardi, per esempio a trent’anni, guadagnando di più e riuscendo quindi mettere da parte 1500 euro l’anno, sempre fino al compimento del settantesimo anno. Il primo giovane lavora quindi per ben 52 anni, e versa contributi per un totale di 52 mila euro; il secondo lavora invece 40 anni, e versa contributi per un totale di 60 mila euro. Se i due giovani investissero i propri risparmi allo stesso tasso di interesse del 2 percento, al momento della pensione avrebbero a disposizione suppergiù la stessa cifra pari a 90,000 euro. E se il tasso di interesse fosse maggiore, per esempio il 5%, il primo giovane arriverebbe alla pensione con circa 50,000 euro più del secondo nonostante abbia versato un ammontare complessivo di contributi inferiore. Questo risultato dipende dal fatto che gli interessi, maturati anno dopo anno, sono reinvestiti al maggiore tasso di interesse per un numero maggiore di anni, e contribuiscono all’aumento del capitale.

Questo esempio ci ricorda l’importanza di iniziare quanto prima la costruzione di una pensione. Tuttavia, nell’esempio non si fa alcun cenno a eventuali tasse, che andranno a diminuire il rendimento finale. Supponiamo che i due giovani scelgano un investimento in un portafoglio diversificato di titoli azionari e obbligazionari rappresentativi di diverse aree geografiche e emittenti e che reinvestano continuamente ogni dividendo (una strategia a prima vista sofisticata, ma oramai accessibile a tutti – e a costo ridotto – per esempio attraverso l’acquisto di Etf, o Exchange Traded Funds). Semplificando, ma non troppo, gli investimenti dei due giovani sono soggetti a due forme di imposizione fiscale. La prima è una tassa sui rendimenti da capitale, pari al 20 percento dell’incremento di valore dell’investimento. La seconda, è un’imposta di bollo annuale sulla consistenza dell’investimento –  quindi una imposta patrimoniale – introdotta dal governo Monti e che la Legge di Stabilità del governo Letta vuole innalzare allo 0.2%. Tenendo in giusto conto l’effetto dell’imposizione fiscale, il primo giovane, al momento della pensione, avrebbe circa 78 mila euro, mentre il secondo 81 mila. Il primo giovane, che ha iniziato molto presto a risparmiare per la sua pensione, è colpito in misura maggiore sia perché è costretto a pagare l’imposta di bollo per un numero maggiore di anni, sia perché beneficia di un maggiore incremento di valore del suo patrimonio.

Proprio perché l’imposizione fiscale ha un effetto rilevante sul risparmio, in Italia, come anche in altri paesi, esistono degli incentivi fiscali per chi scegliesse di costruire una pensione integrativa. Per esempio, una parte dei contributi versati in un anno – fino a circa 5100 euro – può essere dedotta dal reddito e le erogazioni pensionistiche sono soggette a una tassazione favorevole rispetto a quella di altri investimenti finanziari con un beneficio che aumenta all’aumentare degli anni di investimento.

Tuttavia, mentre in altri paesi, come per esempio gli Stati Uniti, un lavoratore può scegliere liberamente come allocare il proprio risparmio, per esempio investendo in un fondo comune o piuttosto in un’azione di Apple o in un titolo del tesoro americano e, allo stesso tempo, può modificare l’allocazione del proprio risparmio con grande facilità, il lavoratore italiano è molto meno libero se vuole beneficiare degli incentivi fiscali. Infatti, il lavoratore italiano deve necessariamente investire i propri risparmi attraverso un fondo “pensione”, e non può invece – come i due giovani del nostro esempio – scegliere un “sofisticato” paniere di Etf, o anche molto più banalmente un investimento in titoli del tesoro tedeschi, o persino italiani.

I vincoli che la normativa associa agli incentivi fiscali sul risparmio pensionistico penalizzano i lavoratori italiani per molteplici ragioni. Innanzitutto, una lunga serie di studi empirici dimostra come i risparmiatori farebbero meglio a scegliere strumenti di investimento a gestione passiva (come per esempio gli Etf, o fondi comuni appunto “passivi”), piuttosto che quelli gestiti in maniera attiva da un management che in genere non “batte” il mercato, se non sostenendo maggiori rischi. Perché mai quindi pagare le esose commissioni di gestione dei fondi pensione italiani, quando sarebbe possibile investire in molto più economici Etf?

Non è certo un caso chei grandi colossi mondiali del risparmio gestito sono società come Blackrock, che vende i propri Etf sotto il marchio IShares, e Vanguard, con i suoi popolarissimi fondi a gestione passiva. Ma i rischi per il risparmiatore italiano sono anche altri. Una gran parte dei fondi pensione italiani sono distribuiti e gestiti dai grandi istituti di credito che si trovano spesso in conflitto di interesse con i risparmiatori. Per esempio, proprio perché i fondi sono gestiti in maniera “attiva”, vi è il rischio che finiscano per investire proprio nei titoli di cui un istituto di credito si vuole liberare, o il cui valore si vuole “sostenere”. Il caso Parmalat docet.

Non sorprende quindi la poca trasparenza dei fondi pensione italiani agli occhi di un potenziale investitore. Per esempio, è difficile conoscere quali siano gli asset del fondo, la frequenza dei ribilanciamenti, l’esposizione valutaria, etc. Basta una breve ricerca sui siti web dei principali fondi pensione italiani per trovare una conferma.

E di fondi a gestione passiva, sul modello Vanguard, neanche a parlarne: altrimenti come giustificare le commissioni di gestione? La scarsa trasparenza, oltre a rendere oggettivamente difficile una scelta di investimento ragionata e informata, comporta anche un effetto negativo sulla capacità di controllo, e disciplina, che i risparmiatori possono mantenere nei confronti del fondo: se non si hanno informazioni dettagliate sugli investimenti, come valutare la performance di gestione di un fondo? Oltretutto, un sistema di fondi pensione inefficiente rischia di allocare il risparmio in maniera non ottimale, per esempio privilegiando investimenti sulla base di rapporti relazionali e non di motivazioni economiche.

Proprio perché tutti – politici, economisti, sindacati e istituti di credito – sembrano d’accordo circa l’importanza delle pensioni integrative per i lavoratori italiani e ne riconoscono allo stesso tempo la scarsissima diffusione, sembra arrivato il momento per una riforma della normativa fiscale che le riguarda. Il modello da seguire deve essere quello, comune a tanti altri paesi, di allargare i benefici oggi garantiti ai soli fondi pensione anche a altri investimenti, purché mantenuti per un certo numero di anni in depositi costituiti al fine di accumulo di pensione. L’eventuale riduzione del gettito fiscale può essere coperta dall’innalzamento della tassa sui rendimenti da capitale per investimenti di breve durata (per esempio inferiori all’anno). Si può discutere se mantenere o meno l’imposta di bollo, ma sicuramente questa dovrebbe avere una natura più progressiva e essere legata a una imposizione più generale del patrimonio, non esclusivamente finanziario.

Allo stesso tempo, dovrebbe essere portata avanti la separazione effettiva delle società di gestione del risparmio dagli istituti di credito che manterrebbero quindi il solo ruolo di veicolo dei prodotti finanziari verso il risparmiatore (oltre che di consulenza). Sarebbe un bene per l’Italia se piuttosto che discutere per mesi su come rinviare di un anno l’Imu, il Parlamento e il Governo discutessero anche di riforme di questo tipo.