Gorky ParkYanukovich, gli equilibrismi del Presidente ucraino

Scontri nella notte

Dopo due settimane di muro contro muro per le strade di Kiev è arrivato quasi liberatorio il giorno della diplomazia. Per tentare di risolvere la crisi è arrivata ieri, 10 dicembre, la ministra degli Esteri dell’Unione europea Catherine Ashton, con il difficile compito di trovare in due giorni un compromesso che possa prima di tutto avviare la normalizzazione in una capitale che è ancora in stato di assedio. Da una parte i manifestanti dell’opposizione continuano a presidiare la piazza dell’Indipendenza, il municipio e la sede dei sindacati; dall’altra le forze di polizia in tenuta antisommossa sono pronte a intervenire per l’eventuale sgombero, qualora arrivasse l’ordine dall’alto. Le autorità hanno evitato sino ad ora l’uso massiccio della forza, ma l’arrivo delle squadre speciali nelle zone nevralgiche del centro cittadino ha fatto salire la tensione già ieri e la preoccupazione è serpeggiata subito nelle cancellerie occidentali che osservano con preoccupazione l’evolversi delle vicende nella capitale ucraina.

Gli ultimi sviluppi sembrano aver però riportato un po’ di tranquillità, anche se una scintilla sulla Maidan o nelle vie adiacenti farebbe precipitare di colpo tutto. La mediazione europea della Baronessa Ashton potrebbe contribuire a evitare che la situazione nelle strade degeneri improvvisamente, in attesa di vedere come a livello politico si potranno accordare governo e opposizione per uscire da quello che fino a qualche ora fa pareva un vicolo cieco, e ora fa intravedere una via d’uscita. Forse.

La responsabile della diplomazia europea si è incontrata con il presidente Victor Yanukovich, che già ieri sembrava aver aperto al dialogo, seguendo la proposta di una tavola rotonda nazionale. Mercoledì in giornata è programmato l’atteso incontro tra governo e opposizione. Il sottosegretario di Stato americano Victora Nuland, che a sua volta ha incontrato i leader della protesta, si è espressa fiduciosa dopo i colloqui che ha definito molto produttivi.

La troika antiregime, formata da Vitaly Klitscho, Arseni Yatseniuk e Olega Thynibok, ha invero ancora intenzione di far piazza pulita, chiedendo le dimissioni del capo dello stato ed elezioni anticipate, ma dovrà probabilmente rimodulare le proprie richieste. Yatseniuk, che ha raccolto la guida di Patria, il partito di Yulia Tymoshenko, ha ventilato l’ipotesi di un governo tecnico, senza specificare però chi e su quale basi dovrebbe guidarlo. In questa direzione sono andati anche gli ex presidenti Leonid Kravchuk e Leonid Kuchma, ideatori della tavola rotonda, che hanno suggerito a Yanukovich di licenziare il primo ministro Mykola Azarov.

Resta da vedere chi potrebbe prendere il posto del fedelissimo di Yanukovich: c’è già chi vocifera il ritorno di Petro Poroshenko, il magnate conosciuto come il Re del cioccolato per aver fatto la sua fortuna nell’industria alimentare, passato dai fasti della Rivoluzione arancione come sostenitore di Victor Yushchenko e Yulia Tymoshenko a ministro proprio dell’ultimo governo Azarov. Ma è solo un nome dei tanti nel mazzo. Sicuro è che come sempre gli oligarchi giocheranno un ruolo importante nella distribuzione delle poltrone, muovendo le loro vecchie e nuove pedine. Un gioco da cui l’opposizione non è certo estranea. Ciò che è comunque certo è che qualche testa al governo rotolerà, oltre a quella di marmo della statua di Lenin che è diventata il simbolo della ribellione antirussa.

Da Mosca, di fronte all’offensiva diplomatica europea, sono arrivate le accuse di interferenze negli affari interni ucraini: la Duma, il parlamento russo, ha accusato gli Stati occidentali di mettere in naso dove non dovrebbero e ha denunciato le proteste di piazza come destabilizzanti. Il duello a distanza tra la Russia e Ue insomma continua, con Yanukovich che sembra intenzionato a prendere ancora tempo. Il presidente ha annunciato che l’Accordo di associazione con Bruxelles potrebbe essere firmato nella primavera del prossimo anno. Difficile decifrare se le parole del capo dello Stato siano il modo per placare l’ira della piazza e mostrarsi accondiscendente nei confronti dell’Unione, che continua a ripetere che la via verso l’integrazione rimane aperta, oppure celino una strategia diversa.

La realtà è che in questo momento l’Ucraina continua ad avere il piede in due scarpe, non agganciata a Bruxelles e nemmeno legata a Mosca. I dossier tra Cremlino e Bankova sono ancora aperti, Yanukovich e Putin non hanno ancora messo nero su bianco nulla e gli equilibrismi del presidente ucraino, passati e presenti, non sono mai piaciuti allo Zar, che vorrebbe chiudere il più in fretta possibile il capitolo Ucraina. L’eventuale nuovo governo a Kiev non potrà quindi sottrarsi facilmente all’ombra di Mosca, anche se decisioni già prese verranno in qualche modo riviste.

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