A Davos è già corsa all’oro di Teheran

L’Iran protagonista a Davos

Il Presidente iraniano Hassan Rohani se la passerà bene questo week-end a Davos, sgranocchiando tartine, stringendo mani e facendo affari con l’elite mondiale del commercio. Il suo messaggio: ora che le sanzioni mondiali iniziano ad allentarsi, l’Iran è aperto al business. Il capo del nucleare (Ali Akbar Salehi, ndr) si è vantato in televisione che «l’iceberg delle sanzioni si sta sciogliendo mentre le nostre centrifughe stanno ancora lavorando».

L’amministrazione Obama non è d’accordo: «L’Iran non è aperto al business», ha riferito questa settimana ai giornalisti un ufficiale statunitense. «Non si dovrebbe far confusione su questo punto».
L’amministrazione Obama e i suo alleati europei sono certi che con l’attuazione – lo scorso 20 gennaio – degli accordi di Ginevra contro i programmi nucleari illeciti dell’Iran, l’architettura di sanzioni iraniane – da loro costruita con cura – non verrà erosa. E di fatto è così, almeno finché non decideranno di alleggerire le sanzioni più dure in cambio di un accordo finale sul nucleare.

Il punto è questo: anche se l’Iran dovesse sottrarsi all’accordo ad interim, le concessioni limitate che gli Usa e gli altri poteri occidentali stanno offrendo all’Iran in cambio dello smantellamento del suo programma nucleare illegale sono facilmente reversibili. Sono anche assolutamente certi che il valore totale dell’alleggerimento delle sanzioni è solo di 7 miliardi. «Non è difficile per noi revocare gli accordi o rafforzare ulteriormente le sanzioni», ha affermato il presidente Obama, aggiungendo che avrebbe lavorato con i membri del Congresso per fare ancora più pressione sull’Iran, ma non c’è verso di riuscire a farlo ora.

Purtroppo, l’amministrazione e i suoi alleati potrebbero sbagliarsi su tutta la linea. Bijan Khajehpour, consulente finanziario iraniano di base a Vienna e molto vicino al governo di Teheran, ha notato «l’inizio di un’atmosfera di corsa all’oro in Teheran». Anche se potrebbe essere ingigantita, la sua immagine riflette l’inizio di un cambio di sentimenti che l’accordo ad interim ha – involontariamente ma in modo prevedibile – scatenato.