Abbiamo bisogno di più calzolai e meno filosofi

Tante lauree: ma chi sa fare l’orlo?

Gesù lo chiamano tutti “Gesù” da quando al liceo aveva i capelli lunghi e la barbetta e pareva la versione rock del figlio di Dio. E anche adesso, che i capelli li ha tagliati corti, continuano tutti a chiamarlo così, Gesù. È un amico di amici, un conoscente, una di quelle persone che di tanto in tanto ritrovi quando torni a casa, giù, “in meridione”, come dicono quelli convinti che a Milano siamo arrivati con i gommoni risalendo il Naviglio. È una di quelle persone che fa sempre piacere rivedere, perché è uno gagliardo: divertente, intelligente, alla mano e – cosa che non guasta – è fico nel senso più rudimentale del termine.

Gesù è laureato in Scienze della formazione e l’avevo lasciato un paio d’anni fa che faceva il maestro a supplenza. Una sera, in cui ci incontrammo come sempre per caso, mi fece morire dal ridere raccontandomi gli aneddoti dei bambini della sua classe. Si vedeva che gli piaceva assai quello che faceva e riusciva a raccontarlo con quell’ironia così spontanea che – in genere – suscita in noi vagine una reazione del tipo: “Mò te la do”.

A questo giro l’ho ritrovato in tutt’altre faccende affaccendato. L’ho ritrovato che avere le supplenze è difficilissimo, quasi impossibile. Capirai la novità. Così ad oggi Gesù fa quattro lavori. Il primo, al mattino, sveglia alle cinque, via in cantiere, per imparare a fare il muratore. Al pomeriggio, dalle tre, un corso per diventare cuoco. Al weekend, fotografo per passione e per lavoro. E a volte, alla sera, educatore in una onlus. Spiccioli. Spiccioli da tutte le parti. Che messi insieme, sbattendosi per 14 ore al giorno tutti i giorni, fanno quasi uno stipendio normale. E così lui riesce a vivere, persino a Taranto, dove si muore. Persino a Taranto, dove o entri all’Ilva o son cazzi.

Mi sono stupita. Mi sono stupita e ho pensato una cosa del tipo: “Mò te la do”. Poi sono andata un po’ più in là e ho riflettuto su tutti quelli che dicono che non c’è lavoro, che non c’è possibilità, che non c’è alternativa, che i giovani italiani non vogliono fare niente, che pretendono tutti la scrivania, che piuttosto restano sulle spalle dei genitori, che i call center, che i bamboccioni, che prendete una zappa, che l’Italia peggiore. Per carità, tutte cose in parte vere: il lavoro non c’è, non ci sono abbastanza scrivanie, non ci sono abbastanza cattedre, non c’è proprio una voglia incontenibile di andare a raccogliere pomodori dopo che hai preso duecento lauree e ottomila attestati di alta formazione, ed è pure comprensibile, volendo. Così come è vero che ogni volta che torno a Taranto incontro una discreta percentuale di fancazzisti, esseri mitologici programmati per vivere con massimo 50 euro alla settimana da investire in benzina, sigarette e birra Raffo, sufficienti ad avere l’impressione di vivere. Però c’è anche altro. Però c’è chi sceglie di restare e di darsi da fare, anche se non ha avuto il lavoro confezionato da mammeppapà, anche se non è andato a lavorare nel mostro siderurgico, anche se non è entrato in Marina.

Per esempio Gesù, che è laureato, che è fotografo, che ne sa a pacchi di cinema e di musica, che avrebbe potuto andar via per finire a farsi schiavizzare in qualche altrove. Per esempio Gesù, che impugna la cazzuola al mattino e il mestolo al pomeriggio, e lo fa senza alcun piagnisteo.

Lo ascolto parlare e vorrei che lo ascoltassero tutti. Lo ascolto parlare e vorrei provare meno concitadegregorismo, vorrei non impressionarmi così tanto della sua vicenda, vorrei trovarla meno esemplare, vorrei che fosse normale per tutti i ragazzi, a un certo punto, capire che bisogna sperimentare altre vie, imparare a fare altro, sporcarsi le mani se necessario. Vorrei fosse chiaro a tutti che quanto prima avremo la forza di svegliarci da questo torpore accademico, tanto meglio sarà per noi. E che “intelligenza” significa adattarsi alla situazione che si vive, interpretare lo spirito del proprio tempo, rinunciare ai falsi miti all’ombra dei quali siamo diventati adulti.

La verità è che noi siamo – più di chiunque altro – una generazione di compromesso, sospesa tra la rivendicazione di diritti che non abbiamo più e l’illusione di poter conquistare una serenità che non è di questo sistema. Ci siamo dentro tutti. Chi è andato, chi è tornato, chi non si è mosso mai. Abbiamo imparato cose di cui non c’è poi tanto bisogno e in compenso non distinguiamo un porro da un finocchio, ci sentiamo McGyver se cambiamo una lampadina e raggiungiamo il climax delle nostre abilità manuali mentre montiamo una libreria Billy. Poi certo, abbiamo acquisito un sacco di cultura, ma nella quotidianità abbiamo molto più bisogno di elettricisti che di filosofi e se devo spendere dei soldi – specialmente ora che ne ho pochi – preferisco darli al calzolaio che mi risuola gli stivali, invece che a un intellettuale che mi parli di Pierre Bourdieu.

È una semplificazione grossolana, la mia, naturalmente. Ma è funzionale a ridurre la questione alla sua essenzialità più brutale: io ho la laurea e non so fare l’orlo ai pantaloni (ma nemmeno riattaccare un bottone, a esser sincera), mia nonna aveva la quinta elementare e, tra milioni di altre cose, era anche una sarta. Ad oggi, mia nonna avrebbe più mercato di me. E magari questo, per quanto amaro, potrebbe essere un buon punto di ri-partenza.

Gesù, con i suoi quattro lavori, da muratore, da cuoco, da fotografo e da educatore, docet.

http://memoriediunavagina.wordpress.com 

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