“Basta cacciavite, all’Italia serve un business plan”

La fotografia e le riforme necessarie

«Per mettere a punto il piano di ristrutturazione dell’Italia bastano sei mesi. Poi, quando la macchina parte, i primi risultati si possono vedere già in due o tre anni». Per Riccardo Monti, presidente di Boston Consulting Group (Bcg) Italia, il Belpaese è simile a una grossa azienda in crisi che ha bisogno di un processo di riorganizzazione a 360 gradi per recuperare competitività e quote di mercato.

Lo spunto per discutere delle ricette necessarie al rilancio del sistema Paese è un documento diffuso da Bcg Italia che mette insieme alcune delle principali statistiche e classifiche internazionali relative all’attrattività dell’Italia per gli investitori esteri (si vedano le slide in fondo all’articolo). Nel complesso, la situazione appare sconfortante. Su 1.400 miliardi di dollari di Ide (investimenti diretti esteri) in ingresso nel mondo, il nostro Paese ne intercetta solo lo 0,7 per cento. Tra il 2008 e il 2012, in Spagna, che in teoria sta messa peggio di noi, il flusso di investimenti in entrata è stato di circa tre volte superiore al nostro.

Per menzionare solo alcuni dei ranking raccolti dalla multinazionale di consulenza, l’Italia è al 65esimo posto per facilità di fare impresa (il Regno Unito per esempio è in decima posizione e persino la Bielorussia ci scavalca), al 146esimo posto per complessità della regolamentazione (dopo il Kuwait e prima del Brasile) e al 135esimo posto per flessibilità del lavoro in ingresso e in uscita (la vicina Svizzera è al quarto e fa meglio di noi anche l’Iran).

Abbiamo speranze di recuperare posizioni in qualcuna di queste graduatorie? Secondo Monti, guardare alle singole aree problematiche senza osservare il quadro di insieme equivale ad adottare la logica del «cacciavite», che per quanto diffusa rischia di essere poco o per nulla efficace. La soluzione, appunto, è un «business plan» ambizioso che miri a rifondare il Paese e un nuovo leader in grado di realizzare questo cambiamento.

Fino a che punto si possono considerare attendibili i ranking internazionali che ci vedono soccombere accanto a Paesi come Burundi e Burkina Faso?
Tutte le classifiche hanno le proprie logiche, i propri plus e i propri minus. Nell’insieme, però, sono in grado di dare un segnale, di fornire la “temperatura” della situazione, che è molto critica. Danno un’idea di quanto sia complicato, su tutte le dimensioni, fare business in Italia. Ci dicono quanto sia basso il livello degli Ide (investimenti diretti esteri), soprattutto in rapporto a Paesi nostri diretti competitor. La Spagna, per esempio, in cinque anni ha attratto tre volte gli Ide che abbiamo attratto noi. Lo stesso Marchionne ha dichiarato che la riforma del lavoro fatta dagli spagnoli è molto interessante.

C’è qualche classifica in cui l’Italia può guadagnare terreno?
Difficile individuare i singoli ambiti in cui possiamo farcela. Rischiamo di osservare il problema da una prospettiva sbagliata. Quando un’azienda è in una situazione di criticità su tanti mercati per struttura di costi, organizzazione, acquisti, va rifondata. Al pari di una società in crisi, l’Italia andrebbe ristrutturata da cima a fondo. E non è con progetti limitati come Destinazione Italia che si può risolvere la situazione.

Quali sarebbero i passi da compiere?
Nel fare il “disegno” basta andare a vedere ciò che hanno fatto altri Paesi, come Spagna, Germania e Turchia, e adattarlo al nostro tessuto imprenditoriale, basato sul manifatturiero, e alle caratteristiche del made in Italy. È necessario individuare le priorità strategiche e decidere quali settori si vuole sviluppare di più: uno, per esempio, deve essere il turismo. Quindi bisogna prevedere una ristrutturazione riguardo al mercato del lavoro: ciò che conta per gli imprenditori, più ancora del costo del lavoro, è la flessibilità, perché i mercati scendono e salgono e occorre avere strumenti efficaci per adeguarsi alle oscillazioni. A quel punto, bisogna fare interventi decisi su burocrazia, liberalizzazioni, giustizia, costo dell’energia, architettura istituzionale e costi della macchina dello Stato. Non si può pensare di essere attrattivi se non riusciamo in 11 anni a concedere i permessi per un rigassificatore, come a Brindisi, o se i tempi per definire una causa sono in media di 4-5 anni. Tutto questo non si può fare senza creare un team efficiente, una task force con gruppi di lavoro che si dedichino a ciascun capitolo, monitorino lo sviluppo del piano e lo tarino man mano in base agli sviluppi.

Una nuova squadra, quindi, sarebbe essenziale. Ma abbiamo davvero le risorse umane per creare il team e trovare il leader giusto?
Agli italiani il talento non manca. Sia nel nostro Paese che in giro per il mondo. Si pensi per esempio ai grandi manager come Vittorio Colao messi a capo di multinazionali del calibro di Vodafone. Oppure basta fare un giro nelle università e nei centri di ricerca. Certo, viviamo un momento critico, e serve trovare una leadership importante, carismatica: non è qualcosa che succede automaticamente. In questo senso, sarebbe molto utile una situazione politica stabile, in cui il leader può prendersi la responsabilità di formare la squadra migliore ed essere supportato da una maggioranza forte e coesa.

Il sistema Paese è in grado di compiere questa ristrutturazione a 360 gradi?
Sì, basta volerlo. Avremmo dovuto farla molto prima, magari qualche anno fa, come la Germania, che ha agito quando l’economia cresceva. Ma così come una ristrutturazione in azienda prevede un nuovo capo e un rinnovo del top management, allo stesso modo è necessario cambiare le persone alla guida del Paese: quelle attuali non sono in grado di farlo. E bisogna anche accettare che in un primo momento gli effetti possano essere difficili da digerire: per esempio, le riforme di Schröder nell’immediato hanno generato un aumento della disoccupazione.

Quanto tempo occorrerebbe per fare questa “rivoluzione” e tornare a essere più competitivi?
Per progettare ciò che si vuole fare non ci vuole molto tempo: per un buon “business plan”, chiamiamolo così, bastano sei mesi, otto al massimo. Poi, per implementarlo e osservare i primi risultati vi bisognerebbe attendere almeno due o tre anni. Per intenderci, una legislatura sarebbe sufficiente per assistere a un ritorno degli investimenti esteri in Italia, a un aumento dell’export – l’unico dato ancora buono dell’economia italiana – e a un rallentamento della delocalizzazione della nostra industria.

Ma per ristrutturare servono soldi. Si possono trovare?
È evidente che una fase di ristrutturazione ha dei costi e nei primi anni il flusso di cassa è negativo. È stato così anche per la Fiat: i primi anni di Marchionne sono stati difficili pur avendo fatto valere l’opzione put con General Motors, un’operazione che sicuramente ha aiutato le casse del Lingotto. Tuttavia, se un’impresa ha un business plan ambizioso, con tanto di riposizionamento strategico, può chiedere senza problemi: cara banca, mi finanzi? Allo stesso modo l’Italia, con un disegno a tutto tondo che affronti contemporaneamente tutti i problemi principali, può dire: cara Europa, mi permetti di sforare per due o tre anni il tetto del 3% di deficit o altri vincoli?

Un piano del genere conquisterebbe la fiducia dei mercati?
Se il piano è credibile e il leader e la sua squadra di governo sono considerati autorevoli, i mercati si fidano e danno il loro supporto. Tentennano solo se fiutano che si tratta dell’ennesima pagliacciata.