Cassa in deroga? Chiamiamola sussidio a fondo perso

Lavoro: spesi male 8 miliardi in 5 anni

La nascita della cassa integrazione risale alle prime ore dell’Italia repubblicana. Già nel 1947, in un decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato, venivano previste integrazioni salariali per aiutare le imprese in crisi. La logica, in pratica, ieri come oggi è questa: l’impresa risparmia lo stipendio dei lavoratori, utilizzando quei soldi, ad esempio, per rinnovare i macchinari o riassestare le finanze. Da lì in poi quella della Cassa integrazione guadagni (Cig) è una lunga storia non solo di sostegno a lavoratori in difficoltà, ma anche di abusi, sprechi e iniezioni di denaro ad aziende senza alcuna possibilità effettiva di ripresa.

Soprattutto da quando dal 2008 è esplosa la cassa integrazione in deroga, destinata in via temporanea a imprese o lavoratori che normalmente non sarebbero destinatari della normativa sulla cassa integrazione guadagni. Si tratta, per esempio, delle imprese industriali con meno di 15 dipendenti (che non hanno i requisiti per ottenere la Cig previsti dalla legge), oppure di aziende con più di 15 addetti che hanno degli esuberi di personale ma hanno già superato i limiti di durata della cassa ordinaria e straordinaria (36 mesi nell’arco di cinque anni). L’obiettivo iniziale era, appunto, quello superare la disparità tra lavoratori inclusi ed esclusi dalla cassa tradizionale in attesa di una futura riforma degli ammortizzatori sociali. 

1. Le ore autorizzate e i soldi spesi

Ma mentre gli anni passano, la deroga resta. E la quantità delle ore autorizzate è cresciuta nel corso degli anni. Con un salto dalle quasi 28 milioni di ore del 2008 (anno in cui è stata potenziata) alle 121 milioni del 2009 fino alle 354 e 370 milioni rispettivamente del 2010 e del 2012 e alle 273 milioni di ore del 2013. Insieme alle ore, ovviamente, è cresciuta anche la quantità di denaro erogata, con continui interventi affannosi da parte dei governi che si sono succeduti per mettere una pezza e coprirne le spese. Dal 2008 la cassa in deroga è stata rinnovata sotto il cappello delle diverse leggi finanziarie. Perché se la Cig ordinaria e straordinaria è coperta (del tutto o in parte) dai contributi versati dalle imprese e dai lavoratori, la cassa in deroga è invece totalmente a carico dello Stato. 

Dal 2009 in poi gli ammortizzatori sociali in deroga (compresa la mobilità in deroga, destinata ai lavoratori licenziati da aziende non destinatarie della normativa sulla mobilità e a quelli che hanno fruito della mobilità ordinaria e per i quali, sulla base di accordi regionali, è prevista una proroga del trattamento) sono costati più di 8 miliardi (dati del ministero del Lavoro). E il 22 gennaio 2014 il ministro del Lavoro Enrico Giovannini e il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni hanno firmato il decreto che assegna 400 milioni di euro alle Regioni per gli ammortizzatori in deroga (qui la ripartizione tra le Regioni): si tratta della prima tranche degli 1,7 miliardi previsti per il 2014.

Colpa della crisi, chiaro, che ha messo in difficoltà sempre più imprese. Ma un sistema come questo, sostengono i maggiori critici (tra cui il senatore Pietro Ichino), è servito spesso per sostenere lavoratori di aziende in chiara via di chiusura o addirittura già disoccupati, senza preoccuparsi di investire invece nella loro ricollocazione sul mercato. Secondo l’ultimo rapporto Uil sulla cassa integrazione, «i posti di lavoro “salvati” nel 2013 sono stati circa 527mila (pari a 2 punti del tasso di disoccupazione), di cui 137mila coperti dall’utilizzo della cig in deroga». 

La cassa in deroga si è trasformata di fatto, come ha dichiarato da poco l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, «in una indennità di disoccupazione»: una forma di sostegno passiva al reddito da attivare in caso di sospensione dal lavoro, puntualmente rifinanziata a ogni scadenza. E lo stesso Guglielmo Epifani, ex segretario del Pd ma soprattutto ex segretario generale della Cgil, dal suo account Twitter di recente ha scritto: “In 5 anni abbiamo speso per la cassa integr in deroga denaro che avremmo potuto investire nella formazione di nuovo lavoro”.

2. Il nuovo sistema della riforma Fornero

La legge sul lavoro Fornero ha cambiato le regole del gioco. Oltre all’introduzione dell’Aspi, Assicurazione sociale per l’impiego, applicabile anche ai lavoratori atipici fino ad allora non coperti da alcuna indennità, la legge 192 ha previsto un’uscita graduale dalla cassa in deroga. Prorogandone però fino alla fine del 2016 la concessione e introducendo un nuovo tipo di integrazione salariale con l’obbligo di costituzione di fondi di solidarietà bilaterali (poi regolamentati dalla legge di stabilità del 2014) finanziati dai contributi di lavoratori e datori di lavoro per i settori non coperti dalla Cassa integrazione. 

Il problema, spiega Silvia Spattini, direttore di Adapt (Associazione per gli Studi internazionali e comparati sul Diritto del lavoro e sulle relazioni Industriali) è che «l’utilizzo che si fa della cassa in deroga non è solo virtuoso, in quanto vengono tenute in vita anche aziende che non saranno in grado di riprendersi». La riforma del Lavoro Fornero ha «individuato il sistema dei fondi di solidarietà bilaterali con le parti sociali con l’obiettivo di superare la cassa in deroga. Le possibilità sul piatto erano due: o applicare la cassa a regime a tutte le aziende, oppure trovare un’alternativa. L’idea dei fondi di solidarietà bilaterali ha avuto successo soprattutto nel settore dell’artigianato».

Di fatto, nel 2013 un calo delle ore autorizzate per la cassa in deroga c’è stato. Con un aumento in sole quattro regioni: Campania (+19,5%), Marche (+18,8%), Friuli Venezia Giulia (+9,8%) ed Emilia Romagna (+1,5%). Ma si sono comunque superati i 273 milioni di ore. 

3. Come funziona l’assegnazione dei fondi

La cassa in deroga, continua Spattini, «a differenza della cassa a regime, ordinaria e straordinaria, ha una regolamentazione regionale. Di anno in anno ci sono accordi locali con le parti sociali, di modo che nel bilancio dello Stato si attribuisce un certo numero di risorse». L’Emilia Romagna, ad esempio, per il 2014 l’ha già fatto a fine 2013, confermando le norme dell’anno precedente. E anche le Marche hanno siglato la nuova intesa, prevedendo una durata massima di 519 ore. 

Il punto debole è proprio questo: la Regione, in genere l’assessore che ha la delega al lavoro, ha la discrezionalità assoluta nel decidere se concedere o no la cassa integrazione in deroga a chi ne fa domanda. Con relativi abusi o ingiustizie. «Il godimento di questo sostegno del reddito dipende dalla discrezionalità assoluta dell’assessore al Lavoro regionale. Dunque non genera sicurezza. Un rapporto assicurativo gestito in deroga alle norme è un rapporto senza regole», ha spiegato Pietro Ichino. «Di fatto è pura distribuzione di denaro a pioggia. Un conto è attivarla in una situazione di emergenza grave, come un terremoto o una forte crisi imprevista; ma ormai sono anni che stiamo utilizzando questo strumento».Ma c’è anche un problema dei sussidi in deroga: ogni mese l’Inps certifica come il tiraggio (cioè l’effettiva fruizione) non superi mai il 50% delle ore autorizzate. Nel 2013, ad esempio, su oltre 596 milioni di ore autorizzate tra cassa straordinaria e in deroga, sono state utilizzate solo 296, il 50,5 per cento (a ottobre 2013). Non solo, la cassa integrazione ha anche un altro effetto distorsivo: i lavoratori che ne usufruiscono non risultano tra i disoccupati e non incidono quindi sul tasso di disoccupazione.

Per ottenere la cassa in deroga il lavoratore deve avere un’anzianità aziendale di almeno tre mesi, con una durata stabilita di volta in voltaLo “stipendio” è pari all’80% della retribuzione, per un ammontare di ore di lavoro non superiore a 40. La somma, in ogni caso, non può superare un massimo mensile stabilito di anno in anno. Per il 2013, ad esempio, l’Inps ha stabilito che per le retribuzioni uguali o inferiori a 2.075,21 euro l’importo è di 959,22 euro; al di sopra di questa cifra l’importo è pari a 1.152,90 euro. Il lavoratore che svolge contemporaneamente attività retribuita senza averlo comunicato all’Inps, perde il diritto al sussidio. Ecco perché, come sostengono i detrattori, la cassa incentiverebbe il lavoro nero. «Quando viene utilizzata per nascondere una situazione effettiva di disoccupazione, costituisce un forte incentivo a starsene con le mani in mano, oltre che un incentivo al lavoro nero, che è precario per definizione». Per quanto riguarda la durata, la concessione della cassa in deroga è prevista per periodi non superiori ai 12 mesi. In caso di proroga, la somma viene progressivamente ridotta: diminuita del 10% nel caso di prima proroga, del 30% nel caso di seconda proroga e del 40% nel caso di proroghe successive.

4. Quali aziende hanno usato la cassa in deroga

Chi ha usufruito di questi fondi? Per rispondere alla domanda basta andare sul sito del ministero del Lavoro. Nel 2008 si tratta per lo più compagnie aeree (caratteristica che permane negli anni), compresa Alitalia, che ha continuato a riceverla poi negli anni successivi. Nel 2009 compare anche l’Ilva. Nel 2010, quando la quantità di ore autorizzate è triplicata, spunta il nome della Fiat. Nel 2011, c’è anche il nome di Fincantieri. Nel 2012 e 2013, oltre all’immancabile Alitalia, ci sono aziende come le Librerie Coop, la Indesit, Baci e Abbracci. Prevalgono, come prevedibile, il settore terziario e quello del trasporto aereo, esclusi dalla cassa integrazione a regime (la legge Fornero dal 2013 ha esteso la Cassa straordinaria alle imprese del trasporto aereo e del sistema aeroportuale a prescindere dal numero di dipendenti). Impennata preoccupante negli ultimi anni, quello del settore dell’edilizia, che mostra un aumento complessivo delle ore utilizzate del 16,57% con una crescita di tutte le tipologie di cassa, in particolare per la straordinaria, con un più 20,29% di quelle in deroga.

5. Cassa in deroga ovvero strumento di universalizzazione delle tutele

«Fino a quando può durare un sistema di ammortizzatori sociali in base al quale una parte del mondo produttivo paga i relativi contributi, mentre un’altra parte (quella che non era coperta dalle vecchie regole) continua ad avvalersi dell’intervento dello Stato e delle Regioni, grazie al finanziamento della Cig in deroga, per di più in contesti produttivi (piccole imprese, studi professionali, ecc.) dove è difficile il controllo e sono facili gli abusi?», si chiede Giuliano Cazzola. E in effetti di una riforma della cassa in deroga viene ormai chiesta da più parti. Lo stesso Maurizio Landini, segretario della Fiom, ha ammesso: «La cassa integrazione in deroga va superata. Ci vuole un sussidio generale come un reddito minimo garantito». 

Dal governo Letta intanto è partito un giro di vite, stabilendo che la Cig in deroga potrà essere concessa solo a lavoratori con una anzianità lavorativa nell’impresa richiedente di almeno 12 mesi (oggi sono sufficiente 90 giorni), apprendisti esclusi (per i quali è prevista già l’Aspi introdotta dalla legge Fornero), senza possibilità di applicarla alle aziende in fallimento. Cosa che fino a oggi ha fatto della Cigd un sussidio di disoccupazione in più, trasformandolo in un vero strumento di universalizzazione delle tutele. 

Quando «la Cassa integrazione viene utilizzata per differire il problema fingendo che il rapporto di lavoro prosegua, ovvero nascondendo una situazione di sostanziale disoccupazione, non si fa soltanto un cattivo uso di questo strumento, ma si produce anche un danno grave al lavoratore interessato: lo si tiene, infatti, legato all’azienda di origine, inducendolo a non attivarsi per la ricerca di una nuova occupazione e causando un allungamento del suo periodo di inattività che a sua volta produce una progressiva riduzione della collocabilità effettiva del lavoratore stesso», ha detto il senatore Pietro Ichino nel luglio 2013 in Senato mentre si discuteva il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga«La Cig in deroga è stata diffusamente erogata anche in situazioni in cui le prestazioni di lavoro erano cessate da oltre sei, sette, otto, nove, dieci anni e oltre! Tutte situazioni, queste, in cui nessuno può ragionevolmente pensare che esista la pur minima probabilità di una ripresa del lavoro nella stessa azienda, alla quale il lavoratore è stato mantenuto fittiziamente legato per periodi così lunghi». Certamente, ha aggiunto, «non meno di un terzo dei casi oggi coperti dalla Cassa in deroga – anzi, probabilmente molti di più – sono casi di effettiva disoccupazione».

Nelle diverse proposte di Jobs Act provenienti da diverse parti politiche non manca in effetti una riforma degli ammortizzatori sociali in deroga. Renzi propone un assegno universale per chi perde il posto di lavoro, condizionato all’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una volta un posto di lavoro alternativo; Alfano punta a eliminare la mobilità in deroga e a sostituire progressivamente la cassa in deroga con l’adesione al sistema assicurativo per la protezione del reddito dei lavoratori di settori oggi eslcusi come il terziario; Scelta civica (il partito di Ichino) punta a contrastare l’abuso della cassa impiegando chi la riceve in lavori di pubblica utilità, rilanciando le politiche attive. 

Staccarsi dalle vecchie abitudini, però, si sa, è difficile. Per cui nella legge di stabilità al pozzo della cassa integrazione in deroga sono stati destinati 700 milioni, mentre alle politiche attive per il ricollocamento dei lavoratori solo 15