#coglioniNO, quelli che a pranzo non mangiano “like”

Ecco quello che ora resta da fare

S’è fatto un gran parlare nell’ultima settimana di #coglioneNO, la campagna di sensibilizzazione per il rispetto dei lavori creativi. O per lo meno se n’è fatto un gran parlare in quella categoria socio-professionale, parzialmente affetta da hipsteria, che include un ampio range di mestieri: dal copywriter al videomaker, passando per il giornalista e il web editor (che in genere dev’essere anche web marketing strategist, seo e sem specialist, social media manager, web developer, media buyer, apritore di noci con le ascelle e ingegnere aerospaziale con conoscenze di photoshop, html, xml, css e a-e-i-o-u-ypsilon). E molte altre professioni ancora.

In parole povere: la campagna consiste in tre video di un paio di minuti l’uno, pubblicati domenica scorsa, 12 gennaio, su YouTube e arrivati complessivamente a oltre il milione di visualizzazioni in meno di una settimana. Non mi stupisce, la cosa. L’idea è brillante, la campagna è figa, i video sono divertenti, il tono è ironico ma accende le luci su un problema reale e lo fa con una semplificazione da Oscar: hai mai detto a un idraulico che il progetto di riparazione del cesso non aveva budget e che quindi non l’avresti retribuito? No, naturalmente. Quindi perché ai freelance viene detto in continuazione? Come se dire “freelance” significasse dire “coglione”?

Per carità, non siamo mica nuovi a questa disdicevole quanto radicata dinamica di alterazione semantica in campo lavorativo: da anni abbiamo imparato che “flessibilità” significa “precarietà”, che “ferie” significa “reperibilità”, che “formazione” significa “sgravi fiscali per l’azienda”, che “disponibilità” significa “attitudine a farsi schiavizzare”, che “grande opportunità per te” significa che devi correre a comprare la vasellina in farmacia e che “visibilità” il più delle volte sta per “potrei pagarti ma non lo faccio perché vivo a supercazzoland e lì la visibilità è conio, a pranzo mangiamo i like e per questo abbiamo un’invidiabile silhouette”. Personalmente, poi, i miei preferiti sono quelli che ti propongono la retribuzione a performance: “Ogni 10.000 utenti unici che mi porti, ti do 20 centesimi di Pesetas”. Che io ogni volta rispondo: “Ma se vai al ristorante paghi il conto in base al livello di sazietà che ti ha dato la pietanza? No. Intanto lo paghi. Se poi il rapporto qualità prezzo è buono e ti è piaciuto, ci torni”. Voglio dire, nemmeno le meretrici incassano con formula soddisfatti o rimborsati, intanto le paghi, eiaculazione o non eiaculazione. Ecco. Appunto.

La soluzione a tutto questo? Difficile. Secondo una mia amica, giornalista freelance, la situazione è tale perché lo Stato non ci tutela affatto e finiamo col vivere in una specie di giungla, che però è anche un circo. “I semafori per la strada chi li mette? Lo Stato o i cittadini?”, domanda retoricamente la mia amica. “E poi ognuno vive situazioni diverse, ha background diversi, è ovvio che non tutti possono rifiutarsi di lavorare sottopagati”, dice. E ha ragione. Però aggiunge che è pieno di “piagnoni”, che su Facebook inneggiano alla campagna #coglioneNo e poi sfiorano vette inesplorate di servilismo e si svendono per un pacchetto di arachidi messicane.

Appunto. È qui, forse, che l’idea di rifiutarci di lavorare gratis o con retribuzioni ridicole meriterebbe una riflessione più approfondita. È qui, forse, che dovremmo riconoscere che non siamo capaci di tutelarci come gruppo, che tante altre categorie professionali fanno cartello e noi no. Noi lasciamo ad aziende e agenzie l’arduo ed esclusivo compito di decidere quanti euro al kg vale la nostra professionalità. D’altra parte il frame culturale nel quale siamo cresciuti è stato l’individualismo e, ineducati all’idea di far fronte comune come siamo, ci ritroviamo così, totalmente privi di un’identità di categoria. Di un’intelligenza collettiva razionale, capace di rivendicare i diritti basilari per tutti.

Ma, assodato che lo Stato si interessa di noi tanto quanto Formigoni potrebbe interessarsi di una camicia a tinta unita, cosa facciamo? Continuiamo a farci una concorrenza spietata, fino a divorarci l’uno con l’altro? Assecondiamo la guerra tra miserabili? Se lo Stato non mette i semafori per la strada, che succede? Non guidiamo più? Collidiamo a ogni incrocio? Non sarebbe più furbo e utile stabilire delle regole condivise e rispettarle per il bene comune? Per transitare sicuri finché lo Stato non deciderà di rimettere dei semafori?

Forse, per esempio, dovremmo smetterla di giocare al ribasso con la nostra professionalità, svendendo il nostro know how come se fossimo su una bancarella al mercato di Taiwan. Certo non sarebbe la panacea di tutti i mali, ma potrebbe arginare lo sfrontato regime di sfruttamento cui alcune professioni, specialmente per i giovani, sono soggette. Attenzione: non intendo dire che non si debba fare la celeberrima gavetta, che non si debba avere l’umiltà di imparare, che si debbano alimentare pretese assurde e anacronistiche. Ciò che intendo dire è una cosa assai banale: il lavoro si paga, di qualunque tipo esso sia.

Si può lavorare con passione, certo, ma resta lavoro. E l’unica cosa che ci piace fare gratis è l’amore. Il lavoro si paga, sempre. Inoltre, se lavoriamo, significa che a qualcuno serve la nostra competenza e la competenza ha un valore. Finché non impareremo a riconoscerlo noi, finché non lo tuteleremo e non pretenderemo che questo valore sia riconosciuto, non aspettiamoci che lo riconoscano gli altri, così, per filantropia.

Come dire: il mercato del lavoro è storicamente un campo pieno di battaglie politiche da combattere e se non siamo disposti a intraprenderle, non possiamo indignarci per la disfatta. E il primo terreno da cui partire per fare buona politica, è la nostra vita, il nostro comportamento. Siamo il portfolio di noi stessi. Ed è per questo ed altri motivi che io la campagna #coglioneNo la benedico e l’approvo. L’approvo nei tempi, nello stile, nel tono e nei contenuti. Nella sua leggerezza apparente e nella sua essenzialità sostanziale. Mi fa venir voglia di incontrarne gli ideatori e stringer loro la mano.

Mi fa pensare che in Italia ci siano ragazzi gagliardi che, a loro modo, stanno emergendo. Alimentando così la speranza che, un giorno, guardando la superficie di questo paese, vedremo qualcosa di bello a galla. A parte i soliti stronzi, intendo.

http://memoriediunavagina.wordpress.com

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