Da destra a sinistra: i Jobs Act a confronto

Obiettivo: ridurre la disoccupazione

Ci risiamo. Uno dei temi caldi su cui si giocheranno gli equilibri politici nei prossimi mesi, sono le riforme del lavoro. Così come già era successo per la riforma Fornero a fine 2012, anche quest’anno le proposte sul lavoro dividono i politici di casa nostra. Matteo Renzi ha da poco reso noto i contenuti generali del suo Jobs Act, generando un dibattito tra i partiti politici – e nella maggioranza in primis. Che battibeccano, finalmente, non più su Berlusconi, sentenze e decadenze, ma su come far calare il tasso di disoccupazione nel nostro Paese e creare nuovi posti di lavoro. Dopo le proposte del segretario Pd, anche Pietro Ichino (Scelta civica) e Angelino Alfano con Maurizio Sacconi (Nuovo centrodestra) hanno presentato il proprio Jobs Act (per ora l’unico pubblicato anche sotto forma di disegno di legge è quello di Ncd). Il dibattito è quindi vivace, ma spesso viziato da una certa approssimazione sui contenuti dei diversi piani presentati. Grazie a una scheda riassuntiva stilata da Emmanuele Massagli – presidente ADAPT – è possibile mostrare i punti di incontro e le differenze tra le proposte. 

Il Jobs Act di Matteo Renzi
Presentato l’8 gennaio di quest’anno, il Piano per il lavoro del Partito democratico è caratterizzato da un basso grado di dettaglio (solo indicazioni programmatiche) ma ha il grande merito di superare le barriere ideologiche prevedendo, ad esempio, un contratto di lavoro stabile a tempo indeterminato senza articolo 18 con tutele crescenti per tutti i nuovi assunti. L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, caro alla Cgil e all’ala più a sinistra del Pd, e modificato comunque dalle novità introdotte con la legge Fornero, verrebbe “sospeso” per i neoassunti, restando però in vigore per i lavoratori già assunti. Dopo una dura reazione da parte dei sindacati, ora Maurizio Landini, segretario della Fiom, ha aperto alla possibilità del contratto renziano a tutele crescenti: «Non è una rinuncia all’articolo 18 né una sospensione. Il contratto unico a tempo intederminato avrebbe tutte le tutele, si tratterebbe solo di allungare il periodo di prova». 

Quella di Renzi non è una battaglia contro la flessibilità, come ha fatto in passato il Partito democratico, ma contro la precarietà. L’idea centrale è che per i giovani sotto una certa soglia d’età si riducano le forme contrattuali di inserimento possibili a favore di contratti di assunzione a tempo indeterminato, ma flessibili. Chi perderà il lavoro avrà poi il diritto a un sussidio di disoccupazione universale al posto dell’attuale cassa integrazione, oltre all’obbligo di formazione e il divieto di rifiuto di una eventuale proposta contrattuale. Sarà uguale per tutti, senza distinzione in base alle dimensioni dell’azienda, all’area geografica, all’età anagrafica.

Tra le altre novità Renzi si propone anche di semplificare il codice del lavoro (per renderlo comprensibile all’estero), ridurre l’Irap ed eliminare la figura del dirigente pubblico con contratti a tempo indeterminato. Altra novità di rilevo è ritorno in campo della legge sulla rappresentanza sindacale, che dovrà conciliarsi rispetto al volere delle parti sociali stabilito con il Testo unico sulla rappresentanza sindacale del 10 gennaio 2014.

La posizione di Pietro Ichino e Scelta civica 
Non si è fatta attendere la risposta di Scelta civica (9 gennaio): la ricetta del giuslavorista Ichino ricompone un collage di disegni di legge già presentati e prevede la sostituzione della legislazione in materia di rapporti di lavoro e sindacali con 70 articoli di facile lettura e traducibilità in inglese, inseriti nel corpo del Codice civile. Ma non solo: viene proposto un contratto a tempo indeterminato più flessibile e meno costoso, a cominciare dai giovani; un contratto di ricollocazione come strumento per collegare le politiche passive del lavoro con le politiche attive, la promozione del lavoro femminile con lo sgravio fiscale selettivo, nuove misure per l’active ageing, un Codice semplificato del lavoro e la riforma delle rappresentanze sindacali aziendali. «L’esperimento proposto», scrive Pietro Ichino sul suo sito web, «ha per oggetto il contratto di ricollocazione come strumento per collegare strettamente tra loro le politiche passive del lavoro (sostegno del reddito dei disoccupati) con le politiche attive (misure per il reinserimento nel tessuto produttivo), con subordinazione effettiva del godimento del trattamento di disoccupazione alla ragionevole disponibilità della persona interessata per la nuova occupazione possibile e per i percorsi di riqualificazione necessari». Il meccanismo consiste nell’assegnazione alla persona interessata di un voucher regionale spendibile presso l’operatore specializzato da essa stessa scelto tra quelli accreditati, e pagabile soltanto a seguito di collocamento effettivo per la durata di almeno sei mesi. 

La proposta di Angelino Alfano, Maurizio Sacconi e del Nuovo centrodestra
Tre anni di «burocrazia zero» per chi vuole investire in un’attività economica, stop con i contratti nazionali, a favore di quelli individuali e aziendali, e niente tasse per i neo assunti. «Proponiamo che ci siano solo contratti aziendali e individuali, superando la filosofia del contratto unico nazionale. Bisogna consentire agli imprenditori e alle rappresentanze dei lavoratori di trovare la forma più efficace di regolamentazione dei loro rapporti», ha detto il leader Ncd. Per i disoccupati, invece, la proposta è quella di offrire un voucher-opportunità da spendere nei centri di formazione e collocamento pubblici, privati o no-profit, che sarà rimborsabile solo se il non occupato troverà lavoro.

Lo scopo dichiarato della coppia Alfano/Sacconi è la richiesta di una delega al Governo per l’adozione dello Statuto dei Lavori per la riforma del diritto del lavoro e il riordino e revisione della disciplina delle tipologie contrattuali. La novità più importante consiste però nell’abrogazione della legge Fornero (e dell’articolo 18, ma questa non è una novità) e il ritorno alla Legge Biagi in materia di collaborazione a progetto, lavoro intermittente, lavoro accessorio, associazione in partecipazione, apprendimento permanente e dimissioni «in bianco». Un occhio di riguardo anche in materia di apprendistato proponendo una semplificazione in materia di formazione interna e semplificazione della certificazione delle competenze che verrebbe affidata a Regioni e associazioni datoriali. La proposta di Ncd non si ferma qui e include l’obbligo per tutte le imprese sopra i 15 dipendenti del versamento obbligatorio per il finanziamento alla Cassa integrazione guadagni nonché l’adozione di un piano nazionale per le politiche attive incentrato sul voucher e sul sistema premiante per gli operatori di Regione Lombardia.

La posizione dell’asse di governo Letta-Giovannini
L’asse istituzionale, composto da primo ministro e ministro del Lavoro, però, a rompere i rapporti con Cgil e Confindustria non ci pensa proprio. Per questo Enrico Letta guarda con cautela alla proposta renziana del Jobs Act. Ad attaccare la proposta del neo segretario Pd sono soprattutto i giovani turchi come Matteo Orfini, che ritengono insufficienti sia le misure del governo Letta sia le ricette del Jobs Act. Anche Enrico Giovannini ha criticato la proposta del contratto unico: «Il contratto unico non può essere la sola strada ma può essere un aiuto. Comunque non c’è uno strumento che può valere per tutte le imprese». Nella mattina del 31 dicembre c’è stata però una leggera apertura. «Se il tema è migliorare la normativa sul mercato del lavoro, per esempio con un nuovo contratto più sicuro o più flessibile, io sono assolutamente pronto a discuterne. Ma, negli ultimi due anni, quando si parla di contratto unico si intendono varie forme di contratto», ha detto il ministro del Lavoro ai microfoni di Radio Anch’io.

Contratto unico e universalizzazione degli ammortizzatori sociali, però, fanno parte anche dei desideri di Letta già da tempo. Ma trovare le risorse per estendere a ogni lavoratore in difficoltà il reddito minimo non è semplice. Quello che Letta ha fatto, per il momento, è stato istituire un fondo per la riduzione della pressione fiscale sul lavoro derivante dai risparmi della razionalizzazione della spesa pubblica e stanziare più di 6 miliardi per lavoratori e imprese, di cui circa 150 milioni di euro per la decontribuzione dell’occupazione giovanile, altri 200 per l’occupazione femminile e degli over 50, e 350 milioni per la ricollocazione dei disoccupati.

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