Dove va il lavoro: i trend globali del 2014

La disoccupazione non scende

INTERNATIONAL LABOUR ORGANISATION (ILO)
Duecentodue milioni di persone sono state disoccupate nel 2013, 5 milioni in più dell’anno prima, raggiungendo quindi un tasso di disoccupazione mondiale del 6 per cento. Sono i dati forniti dall’Ilo (International Labour Organisation) nel documento “Global Employment Trends 2014”. La crescita della disoccupazione si nota soprattutto nelle regioni del Sud e dell’Est dell’Asia, che insieme rappresentano il 45% dei nuove persone in cerca di un lavoro, seguiti da Africa subsahariana ed Europa. Al contrario, l’America latina ha aggiunto solo 50mila disoccupati al tasso globale di disoccupazione, circa l’1 per cento. Ma restano ancora tanti i lavoratori in condizioni di povertà: nel 2013, il numero di lavoratori poveri è diminuito solo del 2,7% a livello mondiale, uno dei più bassi tassi di riduzione di tutto il decennio, con l’eccezione dell’anno della crisi.

Italia

La disoccupazione in Italia nel 2013 ha raggiunto il 12,2% e continuerà ad aumentare fino al 2015 toccando il 12,7 per cento. La stima nel Rapporto Ilo sull’occupazione sottolinea che rispetto al 2007 (6,1%) nel nostro Paese la percentuale dei senza lavoro nel 2013 è raddoppiata. Nel mondo tra il 2007 e il 2013 si è passati dal 5,5% al 6% mentre in Europa e nelle economie sviluppate si è passati dal 5,8% del 2007 all’8,6% del 2013. «Nel corso del 2013, sono stati registrati segnali di ripresa economica nell’Unione europea e nelle economie avanzate.Tuttavia, i miglioramenti di produttività e competitività non sono ancora abbastanza forti per invertire la tendenza dell’esteso e crescente divario occupazionale: le condizioni del mercato del lavoro non hanno visto segnali di miglioramento nel corso del 2013. Pertanto la regione è caratterizzata da una ripresa delle attività, ma non dell’occupazione», si legge nel Rapporto.

13 milioni di disoccupati in più fino al 2018
Se questi trend continuano, la disoccupazione è destinata a peggiorare, raggiungengo la quota dei 215 milioni entro il 2018. Fino ad allora, circa 40 milioni di nuovi lavori potrebbero essere creati ogni anno, che equivale a meno di 42,6 milioni di persone che stanno aspettando di entrare nel mondo del lavoro ogni anno. Il tasso di disoccupazione globale potrebbe rimanerecostante nei prossimi anni, mezzo punto percentuale più alto rispetto al periodo precedente alla crisi. 

I giovani sono ancora i più colpiti

I giovani, in particolare, continueranno a essere la parte debole. Secondo i dati dell’Ilo, 74,5 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni erano disoccupati nel 2013, circa un milione in più rispetto all’anno precedente. Il tasso globale di disoccupazione giovanile ha raggiunto il 13,1%, quasi tre volte in più di quello adulto. Non solo: nei Paesi per i quali si hanno delle informazioni, si sa che è cresciuto anche il tasso di coloro che non studiano e non lavorano. In alcuni Paesi un quarto dei ragazzi tra i 15 e i 29 anni è Neet (Not Engaged in Education, Employment or Training). 

La disoccupazione diventa più lunga
La durata delo status di disoccupato è raddoppiata rispetto al periodo precedente alla crisi. Nell’area euro, ad esempio, la durata media della disoccupazione ha raggiunto i 9 mesi in Gracia e gli 8 mesi in Spagna. Persino nei Paesi in cui cominciano a emergere segnali positivi, come gli Stati Uniti, la disoccupazione di lungo termine affligge più del 40 per cento delle persone che cercano lavoro. La permanenza nello stato di disoccupato diminuisce le possibilità di recupero e di rientro nel mercato del lavoro. Cosa che costituisce un ulteriore peso sulle casse pubbliche, che porta i governi ad aumentare le tasse o a tagliare la spesa se non non si vuole aumentare il carico fiscale. Ancora peggio, i lavoratori fuori dal mercato del lavoro perdono le proprie capacità, faticando a trovare un lavoro migliore o dello stesso livello di quello precedente. 

Diminuisce il tasso di partecipazione nel mercato del lavoro
La partecipazione nel mercato del lavoro non sta crescendo e continua a essere un punto percentuale sotto il tasso precrisi. Il picco si registra soprattutto in nel Sud-est asiatico, dove molte donne sono uscite dal mercato del lavoro. Allo stesso tempo, in questi Paesi i giovani entrano nel mercato del lavoro a un’età maggiore. Nelle economie avanzate, invece, il tasso di partecipazione si è ridotto nella misura in cui i giovani non vedono davanti a sé grandi prospettive di lavoro. Altri Paesi, come quelli dell’Europa centale e dell’Est, registrano un aumento del tasso di partecipazione. Qui e in altri Paesi con sistemi di sicurezza sociale meno sviluppati (e che soffrono di grandi perdite di lavoro), molte persone prima economicamente inattive tornano nel mercato del lavoro, ma con lavori informali per non perdere gli assegni familiari.

Il lavoro debole potrebbe raggiungere il 48% dell’occupazione totale

Le persone con un lavoro vulnerabile sono più esposti all’insicurezza sociale dei lavoratori salarati. Si tratta di persone che lavorano da sole e che hanno comunque bisogno di contributi familiari. L’incidenza di queste persone è aumentata di cinque volte dall’inizio della crisi economica. 

Diminuiscono i working poor
Nel 2013, 375 milioni di lavoratori (l’11,9% del totale degli occupati) vivono con meno di 1 dollaro e 25 al giorno, e 839 milioni di lavoratori (o il 26,7% del totale) tirano a campare con due dollari al giorno o meno. Una riduzione se pensiamo ai primi anni 2000, quando queste persone erano rispettivamente 600 milioni e più di 1 miliardo. 

Crescono i lavori informali
Nell’Europa dell’Est questo tipo di lavori rappresenta il 20% del totale. In America latina alcuni Paesi sono riusciti a mantenere i tassi sotto il 50 per cento, ma i bassi livelli di retribuzione portano anche a tassi del 70 per cento. In Asia si parla addirittura di tassi intorno al 90 per cento. 

TASSO DI DISOCCUPAZIONE NEL MONDO

PRODUTTIVITÀ DEL LAVORO

POVERTÀ DEI LAVORATORI

COMMISSIONE EUROPEA

Secondo il rapporto 2013 della Commissione europea, l’Italia è il Paese peggiore per chi perde il lavoro. Le possibilità di trovarne un altro entro un anno sono tra 14-15%, cioè le più basse di tutti i 28 Stati membri dell’Ue. Il commissario Ue al lavoro Lazlo Andor ha sottolineato che “in Italia non cresce solo la disoccupazione ma anche la povertà”. 

L’Italia è anche il Paese che ha conosciuto dal 2008 il declino più elevato della situazione sociale di chi lavora: oltre il 12% degli occupati non riesce a vivere del suo stipendio. Solo Romania e Grecia fanno peggio (oltre il 14%), ma la loro situazione era grave già nel 2008. «Dal 2010 gli stipendi delle famiglie in Ue sono diminuiti, e i cali sono stati particolarmente profondi (oltre cinque punti percentuali in due anni) in Grecia, Spagna, Italia, Irlanda, Cipro e Portogallo», si legge nel rapporto.

In generale in Europa dal 2008 al 2012 il numero di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale è salito di 7,4 milioni, ovvero oggi è un quarto della popolazione europea (125 milioni) ad essere a rischio indigenza. E Italia, Grecia e Irlanda sono i Paesi dove la situazione si è deteriorata maggiormente, cioè hanno visto salire il numero delle persone in difficoltà di oltre cinque punti percentuali in quattro anni.

Nel confronto con gli Stati Uniti, si vede poi che nel complesso l’Europa ha fatto peggio. Guardando i due pil, si ha un andamento identico fino al 2010; poi dal 2011 gli States prendono a crescere e noi no. In tutte le classifiche l’Italia è nel gruppo di coda. Anche nell’impatto dei trasferimenti sociali.

E pure chi trova un lavoro non si salva per forza: appena quattro ex disoccupati su dieci possono dire che il nuovo impiego li ha spinti oltre il rischio povertà. Unico segno più, quello della partecipazione femminile al mercato del lavoro: tra il 2008 e il 2010 le assunzioni di donne sono cresciute più di quelle degli uomini (tendenza visibile un po’ ovunque). Un punto di attacco all’Italia, in particolare, arriva da Laszlò Andor, responsabile Ue per il Welfare, sulla spesa sociale, «relativamente più bassa alle voci “famiglia” ed “esclusione sociale”, e in una certa misura su disoccupazione e Sanità, rispetto a quella per le pensioni». La conclusione è che «servono più investimenti nei posti e nelle persone, migliorando il funzionamento del mercato del lavoro, aumentando l’efficienza del fisco, sostenendo la transizione in ingresso e uscita dall’universo occupazionale».