Girls: le figlie del grande inganno di Sex and the City

Le sfighe di Hannah cono colpa di Carrie

«Non è indipendenza se i tuoi genitori ti pagano ancora il Blackberry!», aspettavo da un pezzo di sentire queste parole in un telefilm, e ho dovuto aspettare che fosse Lena Dunham, classe 1986, a scriverle. Il suo Girls, attualmente in onda sulla HBO con la terza stagione, si è guadagnato un egual numero di consensi e di critiche, molte delle quali dirette più a lei come persona che non al suo lavoro, ma questa non è una novità. Dunham d’altra parte ha una serie non indifferente di accuse, al suo carico, ricordiamone alcune: è giovane, donna, grassoccia, di successo, ricca di famiglia, ha talento, e non si è ancora scusata per nessuna di queste cose. È chiaro che una così se le cerca.

La storia del telefilm, ormai lo saprete, ruota attorno alla vita quotidiana di quattro amiche che vivono a New York, e per questo fin dall’inizio i paragoni con Sex and the City si sono sprecati. Non a caso, direi: le due serie sono legate, è vero, ma non tanto per il setting o il cast femminile, quanto piuttosto perché sembrano una la conseguenza dell’altra.

Nel 1998, quando uscì Sex and the City, sembrava che stesse andando tutto per il meglio. Ci eravamo davvero convinte che a noi, rampanti donne del domani, spettassero gli appartamenti imbevuti di sole sull’Upper East Side, che avremmo guadagnato i milioni scrivendo dei fattacci nostri, ovviamente su un MacBook, e che calzando Jimmy Choo avremmo sfilato lungo le strade della vita, lastricate di successi, sesso, locali glam e comiche disavventure, il tutto con un Mr. Big (ricchissimo, è inutile dirlo) perfetto per noi.

Sex and the City riassumeva le promesse che ci stavano facendo: cresci, studia, fai uno stage e poi… e poi che cosa?

È qui che incontriamo le girls della Dunham, al poi, al futuro che in fin dei conti non è neanche così male, ma non assomiglia affatto a come ce l’avevano descritto, e questo ce lo fa sembrare orrendo.
Quando conosciamo Hannah, la protagonista, lei è una stagista e aspirante scrittrice, alla quale crolla il mondo addosso quando i genitori decidono di tagliarle i fondi che le permettono di vivere a New York insieme alla sua migliore amica, Marnie. La seguiamo allora arrabattarsi tra un lavoretto e l’altro, ma soprattutto deprimersi, rimandare, rendersi insopportabile alle persone che cercano di aiutarla e subire quelle che invece la trattano come una pezza da piedi, il tutto mentre districa, poi rovina, poi districa ancora il suo rapporto con Adam, il ragazzo assurdo che ama e che vive in un porcile. Alla fine della seconda stagione l’abbiamo vista sola e sconfitta, vittima di un disturbo OCD riaffiorato dall’adolescenza a causa dello stress, con la possibilità di pubblicare un libro che però non si decide a scrivere.
Dunham non sceglie per sé un alter ego vincente, simpatico, che piace a tutti, ma presuntuoso, inconcludente, capace di grande intelligenza come di grande stupidità.

Le ragazze che sognavano di essere Carrie oggi temono di essere Hannah, e ovviamente somigliano più ad Hannah di quanto non somiglieranno mai a Carrie, e sapete perché? Perché le Carrie sono una minoranza. Perché Carrie, se mai è esistita, nel 2014 non esiste più. Era una bugia, uno scintillante inganno, ma la generazione di Hannah ci è cresciuta, con quegli inganni. Una generazione a cui hanno giurato che sarebbero diventati tutti avvocati, scrittori, modelli, chirurghi, psichiatri, popstar. Che è stata protetta dalla realtà e che adesso viene accusata di non conoscere la realtà. Una realtà dove Miranda è Marnie, giudiziosa ma inquieta, con una laurea inutilizzabile, che rinuncia per noia al ragazzo della sua vita, salvo poi pentirsene. Charlotte è Shoshanna, benestante e un po’ nevrotica, cresciuta sotto la campana di vetro di mamma e papà, motivo per cui è ingenua fino quasi alla demenza. Samantha è Jessa, che si sforza di trasgredire in una società in cui ormai è tutto permesso e che si rivela, alla fine, come il personaggio più fragile e forse patetico.

Dunham non è indulgente con le sue ragazze, non si chiude in una facile accusa ai genitori, sebbene questi siano spesso assenti, anche nei momenti di maggior fragilità delle figlie. 
A ben vedere, le protagoniste di Girls si fingono adulte con la stessa ostinazione con cui quelle di Sex and the City si fingevano ragazzine. Entrambe le cose, alla lunga, diventano tristi.
Girls è una serie imperfetta, che forse si è adagiata troppo presto sugli allori della critica e che viene colpevolizzata spesso di essere “autoreferenziale”, ma è comunque importante, perché cerca di comunicare qualcosa di vero. Il disincanto dei ventenni, per esempio, e la loro voglia di provarci nonostante tutto.

La terza stagione? Si ricomincia da capo, o almeno si tenta. Hannah è tornata con Adam e sta finalmente scrivendo, fa la cameriera con Marnie, che è di nuovo sola. Shoshanna mette fine a una storia che non la rendeva felice e Jessa, che pur si era ricoverata in una clinica per disintossicarsi, non sembra riuscire a superare la sua indole distruttiva. Nessuna epifania, per ora, e nessuna rivoluzione in vista, ma le ragazze continuano ad andare avanti anche dopo aver ricevuto parecchie secchiate di dura realtà. Cosa che a Carrie non è capitata molto spesso.

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