Il jazz secondo Murakami Haruki

Musica, illustrazioni e letteratura

ll jazz l’ho scoperto tardi. Ho vissuto un’adolescenza che oscillava tra il grunge degli Alice in Chains e il punk dei Rancid, fino ad arrivare ai concept album e ai loro signori supremi, i Pink Floyd. Poi, ho seguito un percorso musicale schizofrenico – minimal, trip hop, cantautori francesi – che ha avuto come unico effetto quello di ricondurmi al punto di partenza: il grunge degli Alice in Chains. È stato in quel momento che ho scoperto il jazz. Come è successo a molti, ho iniziato con Louis Armstrong e qualcosa di Miles Davis, anche se è assurdo immaginare di poterli ascoltare insieme, assurdo pensando agli anni luce che separano quei due. È stata una folgorazione. Ancora non capisco da cosa sia dipeso, forse è stato merito del suono caldo di quei sax che accompagna i pensieri e li porta verso un punto lontano. Forse di quell’atmosfera da bar fumoso del Greenwich Village, quei locali con il bancone di legno, un whisky di pessima qualità nel bicchiere e – ovvio – una jam session sul palco. Non lo so, fatto sta che è andata così.

Quando scopri il jazz, davanti a te si spalanca un mondo intero. Un’infinità di nomi e di date, un alveo magmatico di generi e sottogeneri che prende alla sprovvista. Ogni musicista è stato leader di una band che porta il suo nome, session man di un’altra che porta il nome di un altro, gruppi che si formano e spariscono con la stessa velocità con cui in Italia crollano i governi. C’è stato un tale rivolgimento di generi e forme che al profano è quasi impossibile ricostruirne l’albero genealogico, e l’unica cosa che resta in testa è la vertigine davanti a una musica che ha una storia lunga un secolo. Roba da farti venire voglia di dire «no grazie, io me ne torno ai miei Rolling Stones». E poi non si tratta solo di questo: cosa vogliamo dire degli strumenti musicali? Per chi arriva dal porto sicuro del trio chitarra-basso-batteria, con qualche sporadica aggiunta di synth e pianola, rapportarsi a vibrafoni, trombe, contrabbassi e clarinetti è qualcosa che può dare facilmente alla testa.

Insomma, il jazz è un vaso di pandora. E quel che serve a chi vuole approcciarsi al jazz è un filo d’Arianna che non faccia perdere la rotta. È con questo spirito che il mese scorso, in libreria, mi sono fermato a guardare la copertina di Ritratti in jazz, bianca ed elegante come tutte le Frontiere Einaudi, ma cesellata da illustrazioni nelle quali riuscivo a riconoscere Duke Ellington ed Ella Fitzgerald, mentre non riuscivo a riconoscere Cab Calloway e Bill Evans. I testi sono di Murakami e i ritratti di Wada Makoto. Mi era successa una cosa simile quando, qualche tempo prima, avevo comprato Natura morta con custodia di sax di Geoff Dyer, anche se il risultato complessivo pende tutto a favore del duo giapponese. Scorrere l’indice di Ritratti in jazz vuol dire leggere uno dopo l’altro tutti quei nomi che hanno fatto la storia del genere, che hanno reso il jazz quello che è.

Il libro è nato in un modo molto semplice. Wada ha effettuato una serie di ritratti delle leggende del jazz, che ha esposto in due mostre distinte, la prima nel ’92, la seconda nel ’97. Queste illustrazioni, che saltellano tra i protagonisti delle big band delle origini (vedi Benny Goodman) e le leggende del bebop come Charlie Parker, passando per Billie Holiday e le grandi voci femminili, non sono passate inosservate a Murakami. Lo scrittore ha quindi preso spunto da ogni immagine per abbozzare un breve profilo critico dei musicisti in questione e accompagnarlo da un consiglio prezioso: una proposta d’ascolto presa dai suoi innumerevoli Lp. Lo ha fatto con la passione dell’innamorato e la precisione del cultore. La struttura di Ritratti in jazz è quindi presto servita: un’illustrazione di Wada, un testo di Murakami di una paginetta e mezzo, una microscopica bio del musicista e, per ultima, la fotografia del disco consigliato. Il tutto ripetuto 55 volte.

Il rischio in agguato quando si sceglie una struttura di questo tipo è quello della schematicità eccessiva, della riduzione a Bignami di testi che, proprio a causa della loro brevità, non possono essere più di tanto esplicativi. Scrivere qualcosa di troppo semplicistico per un lettore che di musica ne capisce e troppo allusivo per uno che invece vuole essere guidato per mano in un mondo sconosciuto. Murakami risolve il problema sparigliando: i musicisti sono per lui semplici pretesti per lasciar libera la penna: a volte consiglierà un disco con il trasporto e la scientificità dell’esperto, altre volte si accontenterà di accennare a quel disco di sfuggita, preferendo perdersi nei ricordi. Di volta in volta Murakami parlerà della sua vita universitaria, quando lavorava in un jazz club, oppure del suo primo concerto, trovando anche il tempo per una stilettata contro Keith Jarrett. Senza dimenticare la sua «giornata perduta», quel particolare momento in cui «ci sentiamo di aver superato un limite oltre il quale qualcosa dentro di noi è cambiato, e non torneremo mai più a essere quelli di prima».

Ritratti in jazz si basa sull’improvvisazione, e alla luce di questo deve essere letto. Forse, dato l’argomento, non poteva essere altrimenti. Le illustrazioni di Wada forniscono il tema del libro: andando a toccare tute le più importanti figure del jazz, creano allo stesso tempo una sottile rete di richiami interni e un atlante sentimentale. Sono la partitura sulla quale si innesta la scrittura di Murakami, che forza quel tema verso direzioni impreviste e improvvise. Il lettore, capitolo dopo capitolo, ne è sempre spiazzato, e Murakami sembra divertirsi come Dizzy Gillespie con la sua tromba: uno strano mix di leggerezza e profondità, sempre pungente.

Quel che ne risulta alla fine è un libro che si rivolge a tutti: specialisti, appassionati o profani di jazz poco importa, alla fine del testo vorrete soltanto buttar via il vostro iPod, comprare un giradischi e metterci su Django dei Modern Jazz Quartet. Poi, vi lascerete cadere sulla poltrona – e se non ce l’avete comprerete anche quella – e abbasserete la puntina. Ecco, la musica parte. E per le parole non c’è più spazio.