ReportageIl timido risveglio dell’Iran

Reportage

TEHERAN – La capitale iraniana è piena di cantieri. Fervono i lavori per le nuove linee della metropolitana. L’intera città ha subito un’evidente trasformazione edilizia: opera del sindaco di Tehran e candidato alle presidenziali del giugno scorso, Mohammed Qalibaf. Nuove tangenziali e sopraelevate sono spuntate come funghi in pochi mesi, soprattutto nei ricchi quartieri del nord della capitale. Tutti gli iraniani sono in fermento ora che la Repubblica islamica non è più solo un sistema precario ma una garanzia per la stabilità del Medio Oriente.

Più cemento e meno controlli

«Proprio sull’edilizia si gioca lo scontro tra ultra-conservatori dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad e i tecnocrati di Hassan Rohani. Il nuovo governo ha bloccato il conferimento di appartamenti già assegnati a pasdaran e amministratori vicini all’ex presidente», ci spiega Ali Saleh, attivista politico e sostenitore dei riformisti. Lo stesso sta avvenendo per le concessioni sulla gestione delle risorse idriche di nuovo in mano ai tecnocratiSecondo Ali, con questa politica del muro contro muro i moderati finiranno per perdere il sostegno degli strati più disagiati della popolazione iraniana. Ma anche tra i riformisti il clima non è migliore: Hussein Moussavi e Mehdi Kharroubi sono ancora agli arresti domiciliari e sotto stretto controllo delle forze di sicurezza. «Prima o poi anche i sostenitori dell’ex presidente Mohammed Khatami abbandoneranno Rohani perché i cambiamenti sono lenti a concretizzarsi», prosegue il politico.

Alle porte di Daneshka Teheran (il principale ateneo cittadino) le donne iraniane indossano il loro hejab in maniera sempre più informale, tenendo scoperto quasi l’intero capo. Sebbene nelle aree popolari i lunghi e neri chador non manchino mai, sembrano drasticamente diminuiti negli ultimi anni.

Tra filtri ed escamotages

Il promesso alleggerimento dei controlli su Facebook e Twitter non è visibile. A chi volesse connettersi a questi siti proibiti da una qualsiasi postazione internet apparirebbero delle immagini di paesaggi e le spiegazioni in farsi dei motivi che spingono le autorità a bloccare questi mezzi. Lo stesso succede con i mezzi di comunicazione mainstream europei e statunitensi, bloccati dalle autorità iraniane. Le email invece sono facilmente accessibili. Restano accesibili solo i siti dei più piccoli giornali stranieri, come Linkiesta. È il segreto della lunga vita della Repubblica islamica: opporre in tutti i modi una sorta di resistenza alla modernità e alla ripetibilità standardizzata occidentale.

Ma non sempre è possibile farlo. Sono decine di migliaia i giovani che hanno lasciato il Paese per studi universitari in Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti. Per chi resta in Iran bastano invece dei semplici escamotages. Secondo  il ministro della Cultura, Ali Jannati, sono quattro milioni gli iraniani che hanno un account sui social network. Non solo, secondo una ricerca dell’attivista socialista Taghi Azad Armaki, pubblicato dal quotidiano riformista Sharq, il 70% degli iraniani ha accesso a canali satellitari stranieri proibiti.

Nel Caffè Godot di via Enghelab tre donne gestiscono il locale, avvolte nel loro hejab nero, all’esterno un giovane fa la sua piccola donazione nei contenitori gialli e blu delle opere caritatevoli. All’interno del bar, gli avventori sono preoccupati soprattutto degli aumenti negli zeri del rial, la moneta locale, per i prezzi arrivati alle stelle a causa delle sanzioni internazionali e della conseguente inflazioneEppure l’accordo sul nucleare sembra scongiurare il declino. Secondo la Banca mondiale, il 2014 segnerà una crescita in Iran del 3,2% dopo un anno di recessione. «Crediamo nel cambiamento voluto da Rohani. Sarà forse più lento delle riforme di Khatami, ma forse più efficace, perché (Rohani, ndr) sa come dialogare con i conservatori», ci spiegano Arian e Babak.

La primavera delle ong

I primi effetti del nuovo corso si vedono soprattutto tra le ong. Se restano ancora chiusi i battenti della think tank di Mohammed Khatami «Dialogo tra civiltà», i riformisti possono accontentarsi di nuovi spazi nella società civile. Fioriscono siti online su temi storici, culturali e diplomatici (come Irandiplomacy), gestiti da personalità politiche vicine all’ex presidente.

A Rasht, città a nord di Tehran e capoluogo del Gilan, roccaforte dei riformisti, tornano le manifestazioni organizzate dalle ong locali. Qui le ragazze viaggiano in bicicletta e indossano hejab scollati. Incontriamo Shirin Parsi, fondatrice di tre ong per la difesa dell’ambiente e il sostegno alle donne imprenditrici, ai margini di uno spettacolo organizzato dai volontari della think tank con il coinvolgimento dei bambini della scuola pubblica locale. «Abbiamo iniziato 16 anni fa per fermare l’accumulo di rifiuti per le strade della periferia cittadina e favorire il riciclaggio», inizia Shirin. «Ora aiutiamo le donne ad avviare attività in tutti i campi, dall’agricoltura alle nuove tecnologie», aggiunge. È cambiato qualcosa con l’avvento di Rohani? «Ci sentiamo più liberi, negli ultimi otto anni non abbiamo potuto organizzare eventi come questi. Il sindaco ci sta ascoltando e otterremo dei finanziamenti per lavorare al compostaggio dei rifiuti nei villaggi intorno a Rasht. Potremo avviare le donne che vivono ai margini della foresta nel villaggio di Sharf a nuovi lavori manuali», conclude Shirin.

Pochi mesi dopo l’elezione del moderato Hassan Rohani, incassato il successo dell’accordo sul nucleare con la comunità internazionale, l’Iran torna protagonista in politica estera. Eppure i segni di cambiamento nel Paese degli ayatollah sono ancora ai primi passi. La società civile sta tornando a sostituirsi ai limiti imposti dal rigido sistema politico della Repubblica islamica che lentamente sta tentando di aprire nuovi spazi. Ma senza perdere l’unicità di un Paese guidato da religiosi che spesso amano farsi rappresentare come dei filosofi.

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