Gorky ParkLa dittatura bielorussa vira sul nucleare

Nuove centrali alle porte d'Europa

Sarà anche l’ultima dittatura in Europa, come vogliono i titoli dei mainstream media internazionali, ma per sopravvivere la Bielorussia di Alexander Lukashenko ha bisogno della Russia. Almeno dal punto di vista energetico – il che non è poco – dato che, se il Cremlino per caso sbaglia l’interruttore, a Minsk si spengono tutte le luci in un istante. Come evidenziato nel recente report dell’Energy Charter Secretariat circa l’85% dell’energia consumata nell’ex repubblica sovietica viene importata dall’estero, il 99% del gas arriva da Mosca e solo il 10% della domanda di petrolio è soddisfatta dalla produzione interna. La Bielorussia ì produce poco o nulla ed è un classico paese di transito, attraversata dagli oleodotti Druzhba I e II e soprattutto dal gasdotto Yamal diretto in Europa. Lukashenko ha perso la possibilità di fare cassa con queste infrastrutture da quando il colosso statale Beltrangaz ha ceduto la proprietà dei tubi alla russa Gazprom, che – tanto per far capire come stanno le cose anche all’estero – ha ribattezzato da poco l’ex gigante bielorusso in “Gazprom Transgaz Belarus”.

Minsk si è comunque assicurata un prezzo del gas a prezzi stracciati, cioè circa 170 dollari per 1000 metri cubi, circa un terzo di quello che si paga per l’import di gas russo in Occidente. Ma la vera novità che arriva dalla Bielorussia è che a Ostrovets, nella regione di Grodno (a due passi dal confine con la Lituania), è iniziata lo scorso novembre la costruzione della prima centrale nucleare del Paese. Il progetto prevede la realizzazione di due reattori del tipo VVER 1200 di terza generazione (AES – 2006) da 1170 megawatt elettrici che inizieranno a produrre energia rispettivamente dal 2018 e dal 2020. Partner essenziale nella costruzione è ovviamente la Russia, che attraverso “Atomstroyexport” fornirà tecnologia e combustibile. L’IAEA (Agenzia internazionale per l’Energia atomica) ha fornito assistenza per l’elaborazione del programma nucleare bielorusso attraverso l’Energy Planning Analysis avvenuta tra il 2007 e il 2010 e il Nuclear Energy System Assessment del 2009-2011, i cui risultati sono stati resi noti nel rapporto TecDoc pubblicato nel 2013 poco prima della posa della prima pietra a Ostrovets.

La costruzione della centrale è in realtà un’idea vecchia. Già tempi dell’Unione Sovietica, Mosca aveva annunciato di voler sfruttare l’energia atomica a scopo civile in Bielorussia come accadeva in altre repubbliche, dal Baltico all’Asia centrale passando ovviamente per la vicina Ucraina. Il disastro di Chernobyl nel 1986 aveva però bloccato di fatto i progetti che con il crollo dell’Urss (1991) si erano arenati definitivamente. Solo negli ultimi anni, anche a causa delle tensioni crescenti a livello energetico tra Bielorussia e Russia e le mini guerre del gas e del petrolio che hanno caratterizzato i difficili rapporti tra i due paesi, Lukashenko ha rispolverato il piano che alla fine dei conti è stato supportato da Mosca (investimenti per 10 miliardi di dollari) ed ha ottenuto il benestare dell’IAEA. Tutti contenti? Non tanto.

Il fatto che la Bielorussia sia stata la nazione più colpita dalla contaminazione radioattiva dopo l’incidente di Chernobyl (la centrale si trovava in Ucraina, a due passi dal confine meridionale bielorusso) ha lasciato segni indelebili sia nel Paese che negli stati limitrofi vicini, soprattutto in quelli che hanno abbandonato il nucleare. Ma le iniziative popolari antiatomiche portate avanti da organizzazioni non governative ambientaliste, da Minsk a Vilnius passando per Kiev, si sono scontrate tutte con la necessità oggettiva bielorussa di aumentare la produzione energetica casalinga e la volontà di Lukashenko di provare a ridurre la dipendenza dalla Russia. La questione della sicurezza non può essere inoltre risolta unilateralmente da singoli stati: con 185 reattori presenti in Europa (dai 58 francesi ai 33 russi) non sarà certo quello bielorusso che entrerà in funzione tra un paio d’anni a fare la differenza.

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