Non dimentichiamoci di Elio Petri

anniversari

Oggi sarebbe l’ottantacinquesimo compleanno di Elio Petri, uno dei più grandi registi che l’Italia abbia mai avuto, uno di quelli che ci mancano un sacco, ma che, rispetto a molti altri, è stato in questi anni ingiustamente dimenticato. Classe ’29, Petri appartiene a quella generazione di giganti, di mostri, di geniacci, di visionari i cui nomi sono Mario Monicelli, Gillo Pontecorvo, Sergio Leone, Michelangelo Antonioni, Dino Risi, Ettore Scola, Pierpaolo Pasolini, Francesco Rosi.

Elio Petri fu un regista visionario, disturbante, capace di mettere su pellicola le contraddizioni e le nevrosi di un paese che entrava nella modernità in groppa a un cavallo impazzito. Capace di fare cinema politicamente impegnato facendo storcere il naso ai critici di partito, Petri ha sempre avuto come cifra fondamentale un pessimismo lucidissimo, ma in grado anche di ridere, un pessimismo, mi vien da dire, carnevalesco, mascherato, grottesco, mai consolatorio, caparbiamente e programmaticamente disallineato con l’ideologia dominante dell’epoca, anche a sinistra. E forse è proprio questa la colpa che sta pagando con l’emarginazione e l’oblio.

Lo stesso Petri, dimostrando ancora una volta una gran lucidità, era perfettamente conscio di questa sua emarginazione:

La gente vuole andare al cinema proprio per dimenticare l’incalzare degli avvenimenti. Nè vuole che dallo schermo gli piovano adosso lezioni politiche o etiche. La gente ne sa abbastanza della sua infelicità e non vuole sentire parlare. Non vuole la pedagogia e l’indottrinamento. Vuole divertirsi. I film delle sale devono essere oggetti di consumo, come tutto il resto, in cui non vi sia traccia di inquietudine, di malessere. Questo è il momento che attraversiamo. Insomma l’indifferenza, per non dire la diffidenza, non ha mai pungolato nessun ingegno.

Non è facile lavorare senza committenza, senza sapere per chi si lavora. Non abbiamo quella dello spettatore, che sta a quardare la televisione, nè quella dei mediatori, poichè i distributori si sono ormai ridotti a gruppi di mercanti esigui, pericolanti, terrorizzati e ignoranti. Non abbiamo nemmeno il pungolo della critica, in genere esterofila, americanista, magari tutta presa dal culto del film dell’orrore, da altre bizzarrie, ma spocchiosa verso il film italiano ambizioso.

Per fare un film bisogna avere, oggi, molta follia e molto amore per il cinema. E questo è probabilmente, l’unico aspetto positivo della faccenda.

Passati più di 30 anni dalla sua morte prematura, avvenuta nel novembre del 1982 a soli 53 anni, queste sue parole suonano ancora freschissime e calzanti per descrivere un paese fondamentalmente immaturo, che non vuole guardare in faccia la realtà e che nel cinema – e forse il discorso si può fare anche per la letteratura – cerca una scappatoia consolatoria, come gli struzzi si dice cerchino la sabbia. Per non parlare del mondo dei produttori e dei distributori, ormai talmente privi di iniziativa e voglia di scommetere sulla qualità, da obbligare molti giovani registi a cercare i soldi all’estero.

Ma lo scopo di queste righe non era lamentarsi, ma piuttosto farvi venire voglia di rivedere i suoi film, che è poi l’unica cosa che si può fare per continuare a tenerlo in vita. Quindi, bando alle ciance, eccovi tre dei suoi film, più una perla…

A ciascuno il suo (1967)

Miglior sceneggiatura al Festival di Cannes del 1967; regista del miglior film, miglior sceneggiatura, miglior attore protagonista (Gian Maria Volontè) e non protagonista (Gabriele Ferzetti) ai Nastri d’ Argento 1968.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970)

Premio Oscar nel 1971 per il miglior film straniero

La proprietà non è più un furto (1973)

Tre versioni della morte di Pinelli (1970)

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