Perché i poveri non si ribellano alle disuguaglianze?

Giustizia e ribellioni

Matt Miller del Washington Post ha un sospetto: le classi sociali più povere non si sono ribellate alle crescenti disuguaglianze di reddito perché, a suo dire, i poveri non trovano tale disuguaglianza così intollerabile. Citando la relazione del Cato Institute di Will Wilkinson, Miller suggerisce che l’impatto della tecnologia su qualità e prezzi complica il modo in cui le persone percepiscono queste questioni e di come dovremmo giudicarle.

Questo avviene perché l’aumento del divario fra i redditi spesso maschera l’appiattimento delle differenze fra le esperienze di consumo dei ricchi rispetto a quelle resto della popolazione. “A cavallo del XX secolo, solo i mega-ricchi avevano frigoriferi o automobili”, scrive Wilkinson. “Ma i frigoriferi sono ora diffusi in tutti gli Stati Uniti, anche se la disuguaglianza fra frigoriferi è in crescita”. La differenza tra il frigorifero Sub–Zero da 11.000 dollari del ricco e il frigorifero di una persona povera comprato per 550 dollari da Ikea è inferiore alla differenza tra l’essere in grado o meno di poter consumare carni fresche e latte. “Il modello Ikea manterrà la vostra birra altrettanto fredda che il modello Sub–Zero”, ha scritto seccamente.

Questa argomentazione dovrebbe suscitare sospetti. Sì, un frigorifero qualsiasi è infinitamente meglio che nessun frigorifero. […] Tuttavia, siamo sicuri che l’innegabile miglioramento della qualità della vita dei meno abbienti e della classe operaia sia sufficiente per dire che il movimento Occupy Wall Street è svanito e che gli scioperi dei lavoratori di fast-food dello scorso anno siano stati semplicemente degli isolati “gesti di rabbia”, per usare le parole di Miller? Davvero i ceti più poveri in America ci stanno dicendo che sono solo moderatamente arrabbiati e che sono in grado di sostenere l’attuale situazione ancora per un po’?

Forse; forse, no. […] È sbagliato sostenere che, poiché non c’è nessuna ribellione, non esiste nessuna vera ingiustizia. Tuttavia, forse la disparità di reddito non è il vero problema . “Il complessivo benessere materiale” dovrebbe essere, secondo il rapporto Cato, la nostra stella polare e il consumo di un individuo nel corso della sua vità è, rispetto al reddito annuo, un miglior indicatore di tale benessere. Mentre i nostri redditi variano molto nel corso della vita dalla gioventù fino alla pensione, il nostro livello di consumo ha delle fluttuazioni molto più ristrette. Questa tendenza a “spalmare” il consumo fa si che i dati annuali sulla disuguaglianza nel reddito disuguaglianza diventino privi di senso, dicono alcuni. […]

I recenti dati, tuttavia, mostrano che la disuguaglianza nei consumi è tutt’altro che insignificante. In un paper del 2012, Orazio Attanasio e due colleghi al National Bureau of Economic Research dimostrano che alcuni studi precedenti avevano gravemente sottovalutato l’entità della disuguaglianza nei consumi. «L’aumento – ben documentato – della disparità fra redditi degli ultimi 30 anni», si legge nel paper, «è stato accompagnato da un aumento della disuguaglianza nei consumi di grandezza quasi analoga». Questo vale per il cibo, per la spesa in attività ricreative, in elettrodomestici e in auto.

Ma lasciamo da parte i dati per un momento. […] La disuguaglianza costituisce un problema non perché rende alcune persone invidiose di altre, ma perché di fatto toglie l’opportunità a milioni di persone di migliorare la propria vita. Come ben descritto da Elizabeth Anderson, filosofa presso l’Università del Michigan, «La possibilità di vivere in un quartiere a orinato, con poca criminalità, senza immobili diroccati o abbandonati o edifici pieni di graffiti, dove non c’è spaccio di droga, prostituzione e bande criminali; avere accesso ai parchi pubblici dove i figli possono tranquillamente giocare, dei marciapiedi e delle strade ben tenute, delle scuole che offrono una istruzione sufficientemente buona  che permetta di non essere confinati a lavori che non offrono molte possibilità: questo ha un valore che non si può stimare in termini di telefonini e scarpe da ginnastica».

Allora, perché i ceti più modesti rimangono con le mani in mano mentre i plutocrati continuano la loro ascesa? Forse la lezione di Occupy Wall Street è che proteste e slogan in fondo non consentono di realizzare granché. Forse il proletariato continua a vivere la sua condizione relativamente difficoltosa perché tutto sommato possiede frigoriferi decenti. O forse la graduale scomparsa del movimento operaio e la differenza fra il potere detenuto da americani ricchi e americani poveri fanno si che la probabilità che si verifichi una rivolta di qui a breve sia alquanto improbabile.