Renzi e il tramonto dei tecnici in politica

Alla radice del fallimento di Letta

Il governo Letta a fine corsa come appendice della stagione dei tecnici alla guida del paese. C’è (anche) questa presunzione fatale – il mito della tecnocrazia in grado di sostituire la politica e la dura legge del consenso -, nella caduta mesta e rapida di un esecutivo incapace di fare le riforme che servono al paese. In fondo il premier uscente è il più tecnico dei politici italiani, novello Giuliano Amato, benedetto e sponsorizzato (fine a ieri) da quel Giorgio Napolitano che ha imposto nel novembre 2011 una supplenza tecnica ad un teatrino politico litigioso e velleitario.  Rilanciamo qui sotto una bella analisi di Stefano Cingolani, scritta un mese fa, che anticipava di fatto il tramonto di questa stagione, incarnata prima da Monti e poi dal lettismo di governo, imbottito di ministri tecnici incapaci di gestire il consenso e di entrare in sintonia con il paese reale. I tecnici servono in momenti eccezionali e limitati (in vent’anni hanno salvato due volte l’Italia dal default, nel 1992-93 e nel 2011), decisamente meno quando insistono per restare in campo oltre il necessario.

Le tensioni su Fabrizio Saccomanni si sono concluse con una tregua (armata, come si suol dire): il ministro dell’Economia per il momento resta, lo vuole Giorgio Napolitano e Mario Draghi, che lo ha sostenuto fin dall’inizio, teme un cambio traumatico in via XX Settembre. Ma tra polemiche, gaffe, scivoloni, conflitti di potere e d’attribuzione, scontri con i vertici della burocrazia, tensioni tra il Ragioniere dello stato (Daniele Franco) e il commissario alla revisione della spesa (Carlo Cottarelli), non si capisce quanto potrà tirare ancora avanti. E non c’è solo il super ministero di Quintino Sella. No, nel calderone dei mal di pancia mediatico-parlamentari bolle e ribolle il ministro del lavoro, Enrico Giovannini, grande studioso di statistica che, al battesimo del fuoco politico, non ha mostrato l’ardire di un Toti (Enrico). Non solo, secondo i dietrologi beninformati, Giovannini è l’obiettivo dell’offensiva di Matteo Renzi sul Jobs Act (visto che per provincialismo hanno deciso di ricorrere all’inglese, si prega di pronunciare la s e non dire “giobet”). Il ministro ha mangiato subito la foglia tanto che è stato il primo a stroncare la proposta sul mercato del lavoro: “Costa troppo”, ha sanzionato in un batter d’occhio.

L’esperto bacchetta il politico inesperto: in apparenza nulla di nuovo; in realtà siamo al tramonto del lungo sperimento di governo tecnocratico, il sogno di una egemonia dei sapienti che si era fatto realtà fin dagli anni ’90 con la crisi del sistema social-democristiano. Non esattamente la repubblica platonica dei filosofi, ma poco ci manca. Un progetto che ha trovato una sponda nella sinistra moderata e un avversario implacabile nella destra berlusconiana i cui intellettuali, memori di Heidegger e Adorno, temono la tecnica come la peste.

Capeggiano la pattuglia degli scienziati sociali gli uomini della Banca d’Italia (centro della tecnocrazia economica italiana) che hanno ricoperto ruoli di ministri, soprattutto del Tesoro, ma anche di capi del governo, fino ad arrivare al sommo colle, il Quirinale, con Carlo Azeglio Ciampi, unico dopo Luigi Einaudi a passare dalla banca centrale alla presidenza della Repubblica. Hanno fatto da anelli di congiunzione tra la téchne e la polis uomini come l’ex socialista Giuliano Amato e l’ex democristiano Romano Prodi.Tutto ciò è durato un quarto di secolo, ma ora siamo al canto del cigno.

Dunque, è finito il bisogno di specialisti, super-competenti in discipline esoteriche come la finanza e l’economia? No di certo, visto che continuano a dominare la vita delle nazioni. E allora che cosa sta succedendo? Proponiamo una spiegazione: la crisi finanziaria s’è fatta economica tra il 2008 e il 2009, poi ha coinvolto gli stati nel 2010-2011, adesso sta attraversando i gangli anche più remoti della società; a questo punto l’idea che si possa passare dal governo degli uomini all’amministrazione delle cose, come scriveva Lenin in Stato e rivoluzione, si rivela quanto mai sbagliata e gli uomini tornano al centro. Ci vuole sempre competenza, una enorme competenza, però di altra natura: Adam Smith deve lasciare di nuovo il posto a Niccolò Machiavelli. Non si tratta di un fenomeno solo italiano, tuttavia l’Italia è andata più avanti nella tecnicizzazione della politica e adesso deve compiere una virata molto rischiosa perché il calcolemus non è tutto, ma se ad esso si sostituisce il flatus vocis, insomma il chiacchiericcio da caffè, allora l’arte di governo diventa puro caos.

La svolta coincide con il fallimento della grande coalizione guidata da Mario Monti, della quale il governo Letta è un’appendice. Il disegno, nient’affatto tecnico, è stato tracciato da Napolitano, anche se non si tratta di un progetto a tavolino, bensì della risposta a una crisi di eccezionale gravità. Facciamo un passo indietro al fatidico 2011, l’annus horribilis in cui si manifesta la crisi berlusconiana, esattamente nei sei mesi che vanno dalla caduta di Milano in mano alla sinistra a maggio fino alle dimissioni di Berlusconi il 12 novembre. In mezzo c’è l’attacco dei mercati al debito italiano, la lettera della Bce ai primi di agosto con il diktat sulla politica economica, l’allarme nell’Unione europea, il vertice di Cannes in cui vengono liquidati George Papandreou che con un gesto di pura disperazione aveva lanciato un referendum sull’euro e Silvio Berlusconi. Un libro di Luìs Zapatero ricostruisce quella fase drammatica con particolari succulenti tra i quali la cena durante la quale Angela Merkel chiese a Italia e Spagna di accettare il salvataggio del Fondo monetario internazionale e il testo integrale della lettera che la Bce ha inviato al primo ministro spagnolo. Nessun protagonista italiano di allora ha ancora pubblicato i suoi ricordi e le reminiscenze uscite finora sono viziate da spirito partigiano. Sarebbe utile, invece, analizzare in modo più oggettivo quel passaggio chiave.

La Spagna e la Grecia risolvono la crisi politica con le elezioni, l’Italia no. Vorrebbe andare al voto Pier Luigi Bersani, ma alla fine accetta la soluzione istituzionale proposta da Napolitano. Rifiuta tuttavia di entrare direttamente nel gabinetto Monti come vicepresidente del Consiglio insieme a Pier Ferdinando Casini e Angelino Alfano; in questo modo è l’allora segretario del Pd a trasformare una potenziale grande coalizione in soluzione d’emergenza. Dunque, potremmo dire che il governo diventa tecnico per un esplicito diniego politico. Quando nella primavera successiva le elezioni si concludono con una “non vittoria”, Napolitano, rieletto per stato di necessità, ripropone la soluzione che suo avviso resta l’unica possibile, cioè la coalizione tra i due principali partiti, in base a una idea che non ha cessato di ritenere attuale in un paese come l’Italia: “Con il 51 non si governa”, tanto meno si fanno le riforme strutturali, come aveva scritto, lanciando il compromesso storico, Enrico Berlinguer, il segretario del Partito comunista nel quale Napolitano svolgeva un ruolo di primo piano.

Il tentativo è durato poco, fino alla condanna definitiva di Berlusconi e alla sua espulsione dal Senato; sei mesi nei quali in sostanza il governo guidato da Enrico Letta galleggia tra tensioni crescenti che si polarizzano attorno ai ministeri tecnici: Saccomanni al quale spetta far quadrare un bilancio impossibile, Giovannini che assiste impotente all’aumento della disoccupazione e la titolare della giustizia Anna Maria Cancellieri inciampata nelle amicizie ad alto rischio con la famiglia Ligresti. Finché la vittoria di Matteo Renzi alle primarie del Pd non porta nell’arena un uomo che vuol vincere, governare e possibilmente riformare con il 51%, un politico che rifiuta la logica delle grandi coalizioni e la filosofia che sta loro dietro. Il contrasto con Napolitano non può essere più stridente, e non è solo tattico. A questo punto, l’intera impalcatura costruita in questi due anni dall’inquilino del Quirinale, l’intera transizione dal berlusconismo a quella che viene chiamata la terza repubblica, entra in crisi.

Renzi, del resto, non si circonda di tecnici. Anzi la sua segreteria brilla per scarsa esperienza e non grande competenza. Un po’ è inevitabile un po’ è un segnale tipico di chi mette la politica al primo posto. Lo sostengono personaggi anche di spicco della società civile, dell’impresa, dell’economia (da Diego Della Valle a Renzo Rosso, da Brunello Cucinelli a Oscar Farinetti o Davide Serra, tanto per fare alcuni nomi). Ma l’obiettivo del sindaco di Firenze sembra quello di appoggiarsi a figure che ce l’hanno fatta, a chi è riuscito ad affrontare e superare la crisi: non il rappresentante dei vinti come a suo modo si è caratterizzato Beppe Grillo, ma di potenziali vincitori. L’appello a non piangersi addosso, è una connotazione lampante di questo insediamento sociale e culturale.

Che margine resta a questo punto ai depositari del sapere tecnico? Un margine ampio, visto che senza conoscenza specifica non si trasforma nulla, si fanno solo chiacchiere, ma la loro torna a essere una posizione subordinata. Chi tira un sospiro di sollievo deve tuttavia allargare lo sguardo al mondo in cui viviamo. Massimo D’Alema, gran fautore della politique d’abord, parla sempre di “sfuggire alla morsa tra tecnocrazia e populismo”. In realtà c’è anche un’altra morsa, quella tra una dimensione nazionale delle scelte e le grandi forze multinazionali che non sono tutte tecniche (come la finanza); anzi, per lo più si tratta di rapporti di potere (come la partita in corso tra le vecchie potenze occidentali e le nuove potenze asiatiche). Quindi siamo nel campo della politica, ma su una scala che sfugge totalmente a leader formatisi a livello locale (come lo stesso Renzi).

I “tecnici” sono uomini che hanno acquisito esperienze e conoscenze nell’arena del mondo, dentro centri decisionali ben più vasti di un municipio o anche un singolo stato, e vengono scelti anche per questo. Sono nomi e volti conosciuti dai veri decision maker, che godono di stima e fiducia, due risorse scarse in ogni campo dell’attività umana. Anche quando hanno dimostrato i propri limiti nel circo politico nazionale, come nel caso di Monti, non si sono mangiati il capitale di relazioni e di reputazione per accumulare il quale gli uomini nuovi impiegheranno, se tutto va bene, anni. Una ragione in più affinché la politica, mentre si accinge, anche in Italia, a riempire quello spazio troppo spesso lasciato vuoto, non faccia a meno della competenza. Di Platone non potremo liberarci facilmente, tanto meno oggi.

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