Cie, “l’ultima frontiera” della civiltà europea

Il lavoro di A. Genovese e R. Cosentino

Ci sono cose che vanno raccontate. E una di queste sono i Cie, i centri di identificazione ed espulsione previsti dalla legge italiana per trattenere gli stranieri sottoposti a provvedimenti di espulsione o di respingimento. Peccato che entrare in una delle tredici strutture presenti nei nostri confini sia un’impresa colossale fatta di richieste scritte, timbri pesanti e lunghe attese tra ministeri e prefetture. Ecco perché “Eu 013. L’ultima frontiera”, il documentario scritto da Alessio Genovese e Raffaella Cosentino, sembra una vera e propria impresa di oltre sessanta minuti. È la prima volta che un’intera troupe entra in un Cie, raccontando le giornate delle persone che vivono lì dentro. Ed è la prima volta che si raccontano i volti della frontiera italiana, compresi quelli dei poliziotti addetti a respingere le persone “indesiderate”. «Ma non pensiamo che sia solo una storia italiana, è una storia europea», commenta Alessio Genovese di ritorno dal festival di Rotterdam, dove il suo documentario (di cui è anche regista) ha avuto grande successo. «I Cie esistono in tutti i Paesi europei e molto spesso sono imposti ai Paesi nuovi entrati nell’Ue. Ma non riescono nell’obiettivo che si sono prefissati. I Cie hanno un ruolo meramente simbolico: a guardare i numeri, meno dell’1% degli immigrati irregolari presenti in Italia viene effettivamente respinto».

Anzitutto quanto è stato difficile ottenere l’autorizzazione a entrare nei Cie? E quali strutture avete visitato?
Siamo stati nelle strutture di Bari, Roma Ponte Galeria e Trapani. Per l’accesso, c’è stata una fase preliminare di contatti con il ministero dell’Interno, a cui mi sono rivolto con Raffaella Cosentino, che con me ha scritto il soggetto del documentario. Per giunta, in quel periodo abbiamo avuto la fortuna di riuscire a ottenere un contatto diretto con l’allora ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri. In tutto è passato un mese/un mese e mezzo di passaggi tra i vari dipartimenti del ministero. All’inizio avevo chiesto di stare sei mesi in una struttura. Mi hanno detto che ero un pazzo, che non me l’avrebbero mai permesso. Alla fine l’autorizzazione che abbiamo ottenuto permetteva di stare 3-4 ore al giorno per un massimo di due giorni per struttura: siamo stati circa sei ore per centro.

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Non solo Cie, nel documentario c’è anche il lavoro della polizia di frontiera.
Sì, abbiamo voluto contestualizzare il valore del Cie nell’orizzonte della frontiera. Per questo abbiamo chiesto di seguire il lavoro della polizia. Prima a Fiumicino: tanta gente passata per i Cie è anche stata nella sala d’attesa del terminal 3, una specie di limbo. Le persone stanno in questo posto di transito, davanti agli occhi dei viaggiatori distratti. Chissà quante volte ci saremo passati davanti. Abbiamo anche chiesto di partecipare a un briefing della polizia di frontiera in cui l’istruttrice spiega ai suoi allievi cosa fare, come e quando muoversi. Poi siamo stati al porto internazionale di Ancona, e da lì parte proprio il documentario, per dare la dimensione del viaggio. Si parte proprio con una frase importante del questore del dipartimento di polizia di frontiera, in cui dice che le migrazioni esistono da quando esiste l’uomo sulla Terra e non esistono metodi validi per contenerne i flussi. Non esiste un metodo, perché l’immigrazione ha a che fare con l’essere umano come mangiare, lavorare o fare l’amore. E questo tipo di politica che è stata messa in campo di certo non è servita.

Che situazione vi siete trovati davanti una volta entrati nelle strutture?
Sia io sia Raffaella (Cosentino, ndr) eravamo già entrati in un Cie. Sono anzitutto strutture non adatte: ex caserme, ex ospedali psichiatrici, ex residenze per anziani. Sapevamo un po’ quale tipo di lavoro ci aspettava. Sapevamo di avere solo tre ore, che non potevamo sprecarle in chiacchiere. Avevamo deciso di descrivere il tempo e lo spazio di questi centri, volevamo dare un valore educativo al nostro lavoro. La prima cosa che salta agli occhi è il trauma della detenzione amministrativa, essere detenuti senza comprendere il perché e nessuno che ti spiega il perché. Ci sono casi di persone che a cicli alterni hanno passato tre o quattro anni in queste strutture, è come l’ergastolo bianco. Basti pensare che molte delle persone con cui abbiamo parlato un anno fa sono ancora lì. Magari sono contribuenti italiani, hanno figli nelle università italiana. La cosa peggiore per loro è l’incapacità di comprendere il motivo della detenzione.

Una volta dentro la struttura, abbiamo cercato di instaurare dei rapporti umani con le persone, anche se avevamo in poco tempo. Non volevamo rappresentare ancora uomini dietro le sbarre, volevamo riportare dignità a queste persone, lasciar loro lo spazio per esprimersi. Abbiamo offerto uno spazio creativo in un luogo in cui normalmente il tempo passa senza fare niente, in cui vige solo la violenza. Il lavoro così è diventato una storia collettiva: tanti protagonosti, tanti personaggi che si raccontano.

Qual è la storia che vi ha colpito di più?
Forse la storia emblematica è quella di Tarek, tunisino, da 28 anni in Italia. Ha genitori regolari in Italia, sorelle sposate con italiani. Lui per la presunzione di un reato, per il quale non ha ancora avuto un giudizio di primo grado, viene spedito in Tunisia, dove in realtà era stato solo nei primissimi mesi della sua vita. Non è quello il suo Paese. Da torna clandestinamente in Italia e viene fermato. Questo fa capire che la giustizia non è uguale per tutti. Un cittadino europeo non rischia l’espulsione, con un tunisino è possibile fare qualsiasi cosa.

Come passano le giornate in un Centro di identificazione ed espulsione?
Inizi la mattina con la colazione. È la prima volta nella giornata in cui ti metti in fila e vieni chiamato con un numero. Nome e cognome te li devi dimenticare. Qui cominciano i soprusi per due sigarette, o gli scambi, con gente che si vende le scarpe per un pezzo di pane. La colazione può durare anche ore, dipende da quanto è veloce la cooperativa che la distribuisce. Poi durante la mattinata c’è il trattamento con gli psicofarmaci. Quasi tutti li prendono, per stare più calmi o anche solo per dormire di notte. Così passa la mattinata passando diversi cancelli anche solo per 50 gocce di calmante. Arriva il pranzo che è una replica della colazione, il pomeriggio è una replica della mattina. La cena è come la colazione e il pranzo. A rompere questo schema una o due volte alla settimana ci sono i rimpatri, ed è in questi frangenti che ci sono le scazzottate. Non a caso molte delle persone rinchiuse nei Cie che sono passate da un carcere chiedono di tornarci, sia perché sai perché sei dentro e accetti la pena sia perché nel carcere hai attività collaterali che qui non hai.

A quali conclusioni siete arrivati dopo un lavoro del genere?
Quello che emerge e che deve far riflettere tutti è che questa è una storia europea, non una storia italiana. Tutti i Paesi europei hanno strutture di questo tipo. Anzi, ai nuovi Paesi dell’Est entrati in Europa è stato imposto di costruire dei Cie. Attenzione però a dire che è tutta colpa della legge Bossi-Fini. Questa è una cavolata. I Cie sono il frutto della storia europea dopo gli accordi di Schengen. In quegli anni bisognava creare un feeling tra Paesi che erano stati in guerra. Abbiamo abbattuto le frontiere tra gli Stati della comunità di Schengen, e abbiamo finito solo per creare una fortezza molto più ampia da difendere alle frontiere. In questo clima, nel nostro Paese la legge Turco-Napolitano nel 1998 ha creato i Cie. È nata una divisione netta tra noi e i cosiddetti extracomunitari. La frontiera, che ha dato il nome al documentario, è un po’ l’idea che abbiamo del mondo e di come il mondo debba stare a casa nostra. Queste strutture esistono su tutto il territorio europeo: sono “strutture totali”, come i lager. L’Europa ha fallito di nuovo. 

E proprio a Trapani, tua città natale, è nato il primo Cie d’Italia.
Dopo la Turco-Napolitano la mia città è stato il primo territorio italiano a diventare nuova frontiera con il primo Cie. Lì il 6 dicembre del 1999 sei persone hanno perso la vita con un incendio in una cella, la cui porta non si è mai aperta.

Ma almeno sono strutture utili per l’obiettivo che si sono poste, giuste o sbagliato che sia?
Certo che no, non hanno alcuna utilità. Hanno solo una valenza simbolica. Non riescono effettivamente a svolgere la funzione di identificazione e rimpatrio. In un Paese come l’Italia è stimato che ci siano 500mila irregolari. La capienza dei Cie, su tredici strutture molte delle quali al momento non utilizzabili, è di massimo 8mila persone all’anno. Ma solo il 50% di questi viene espulso e rimpatriato: sono quindi 4mila persone su 500mila, meno dell’1 per cento. Queste strutture costano non solo in termini di diritti umani, ma hanno anche un costo sulla comunità. L’associazione Lunaria ha stimato al ribasso, perché alcune fonti non sono trasparenti, che ogni hanno i Cie ci costano 55 milioni di euro, senza tenere conto poi del costo delle forze dell’ordine.

Cosa bisogna fare? Chiuderli o basta solo ridurre la detenzione?
Non si può accettare alcuna diminuzione del periodo di detenzione. Si è passati dai 30 ai 60 giorni, poi tre mesi, ora addirittura 18. Le abbiamo provate tutte. Se il vero bisogno della nostra società è espellere determinati soggetti, questo non è il metodo adatto. Bisogna trovare delle alternative. 

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