È la classe dirigente a frenare l’agenda digitale

È la classe dirigente a frenare l’agenda digitale

Istruzione (capitale umano) e progresso tecnologico sono due fra i fattori chiave che influenzano la produttività che, ormai da decenni, in Italia è stagnante. Ma lo sviluppo tecnologico è un oggetto oscuro, molto utilizzato nei discorsi di politici e analisti e nei modelli economici, ma nella pratica di non semplice identificazione.

Sembra ad ogni modo plausibile, e non mancano studi empirici volti a dimostrarlo, che tra i fattori che possono essere interpretati come progresso tecnologico vi sia lo sviluppo dell’Ict. Negli ultimi anni molti esponenti di spicco dei governi che si sono succeduti hanno dichiarato che la banda larga è un investimento prioritario per il rilancio del Paese.

Buon ultimo, l’ex presidente del Consiglio Enrico Letta, ribadendo l’importanza di portare a termine gli obiettivi del Rapporto Caio, si è espresso in termini di “interesse primario” e si è assunto l’impegno per la calendarizzazione e il monitoraggio degli obiettivi da raggiungere; impegno che evidentemente ora spetterà ad altri onorare.

Allo stato attuale, è stata realizzata la copertura della totalità della Penisola con la banda larga base nello scorso anno, ma il successivo scalino dei 30 Megabit al secondo a tutta la popolazione entro i prossimi sette anni è al momento difficile da raggiungere. Tali ritardi, documentati anche dalla Digital Agenda for Europe, dipendono parzialmente da una domanda limitata da parte della popolazione ma certamente anche dalla mancanza di interesse, al di là delle dichiarazioni di facciata, della nostra classe dirigente.

Questa negligenza è, nella migliore delle ipotesi, guidata dalla scarsa o nulla conoscenza dei benefici che l’investimento in Ict potrebbe avere sulla produttività e sulla crescita del Pil pro capite. A questo proposito un recente studio del Ceis Tor Vergata indica come, tra il 1983 e il 2004, su un campione di sette Paesi europei, all’investimento pubblico in Ict sia associata una crescita della produttività totale dei fattori.

Inoltre, esistono evidenze che provano che all’investimento pubblico in Ict corrisponde una maggiore produttività del lavoro. Purtroppo, però, la presenza di élites gerontocratiche sembra essere associata ad una riduzione dell’investimento in Ict, a causa dell’incapacità di comprendere le opportunità offerte dalle nuove tecnologie. I risultati ottenuti indicano che l’effetto negativo della gerontocrazia è maggiore sugli investimenti pubblici in Ict rispetto a quelli privati; è quasi il doppio nei settori delle “Macchine elettriche” e delle “Telecomunicazioni” (settori in cui si aspetta che l’Ict possa svolgere un ruolo importante) rispetto al settore “Retail”; e più rilevante in Finlandia, Germania e Italia rispetto a Danimarca, Francia, Olanda e Regno Unito (gli altri paesi inclusi nel nostro campione). Infine, una diminuzione dell’1% dell’età media dei parlamentari aumenterebbe la produttività totale dei fattori di un valore compreso tra lo 0,34% e lo 0,75%.

Basandoci su queste evidenze, in passato avevamo commentato positivamente il ricambio generazionale espresso dalle ultime elezioni politiche in Italia, giacché un Parlamento più giovane dovrebbe essere in grado di cogliere meglio queste opportunità. Ma rinnovare solo il Parlamento evidentemente non basta. 

Com’è naturale che sia, infatti, gli ostacoli al cambiamento e la tendenza alla conservazione tendono ad annidarsi non solo nei centri decisionali dello Stato centrale ma anche nel resto della Pubblica Amministrazione centrale e locale, così come nella proprietà e nel management di molte imprese private. Spesso la Pubblica Amministrazione è permeata di figure professionali restie al cambiamento, con un’ampia presenza di laureati in legge più attenti a non avere problemi con la Corte dei Conti che al resto del loro operato. 

Renzi è quindi avvertito: se ha davvero a cuore il problema dell’agenda digitale, al di là delle norme di legge e dello stanziamento dei fondi, sappia che il suo principale nemico è rappresentato dall’attuale classe dirigente che in Italia, al contrario di altri paesi europei, spesso è incapace di innovare e di trovare sinergie tra i settori della PA e tra pubblico e privato. Sarà quello il piano sul quale occorrerà impegnarsi maggiormente, promuovendo un rinnovamento profondo, ma non limitandosi ai soli aspetti anagrafici. Ma tutto ciò richiede tempo, un aspetto da non trascurare.

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