Energia verde, la costosa scommessa di Angela Merkel

Il ruolo delle relazioni con la Russia

Prima potenza d’Europa, un modello economico vincente, la capacità di imporre ai paesi dell’Unione europea austerity e rigore, un tasso di disoccupazione fermo a 7%. Nonostante tutto questo la Germania ha davanti a se una grandissima sfida da vincere se vuole perpetuare il proprio successo. 

Si chiama “Energiewende”, la riforma della politica energetica. Un progetto grandioso e ambizioso nato nel 2003 con l’obiettivo di promuovere un modello incentrato sull’utilizzo delle fonti rinnovabili. Nonostante la svolta “verde” degli ultimi anni quasi un chilowattora di elettricità su due proviene ancora dalle centrali a carbone. Secondo i dati dell’Agenzia nazionale dell’Energia e dell’Acqua tedesca (Bdew) è diminuita la produzione di corrente dalle più care ma meno inquinanti centrali a gas. Nel 2013 la quota totale dell’intero mix energetico da rinnovabili è passato dal 22,8 al 23,4%. La quota di energia nucleare, invece, è calata dal 15,8 al 15,4% dopo la decisione di abbandonare il nucleare. Nel 2011 sono stati dismessi otto reattori mentre i restanti impianti dovranno essere chiusi entro il 2022. Attuare la Energiewende non significa solo produrre più energia pulita. L’altra priorità è abbassare i costi. In questo momento storico gli indicatori economici mostrano quanto la Germania sia decisamente più in salute degli altri paesi della Ue, eppure i dati Eurostat indicano che per imprese e famiglie tedesche la bolletta energetica è più salata. Il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung ha scritto che dal 2006 ad oggi il prezzo di elettricità, gas e altri combustibili è cresciuto del 23,6 per cento. 

Angela Merkel ha fatto della riforma energetica la priorità del suo terzo mandato da cancelliere alla guida del governo democristiano-socialdemocratico. Lo testimonia anche il fatto che nel Merkel III, il ministero dell’economia e quello dell’energia sono stati accorpati. A guidarlo c’è un uomo di peso come Sigmar Gabriel, presidente della Spd e vicecancelliere. Berlino di questa svolta ha proprio bisogno. «L’obiettivo è quello di portare al 55% la quota delle rinnovabili nel paniere energetico, per due ragioni. La prima è assecondare la particolare sensibilità dell’elettorato tedesco alle questioni ambientali. La seconda è quella di accelerare politicamente il processo di diffusione delle rinnovabili per favorire il primato tecnologico tedesco nelle tecnologie lungo la filiera della produzione da rinnovabili», spiega a Linkiesta Matteo Verda, esperto di sicurezza energetica, Associate research fellow presso l’Ispi (Istituto di politica internazionale). 

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Il governo, per il momento, si è mantenuto sul vago ma ha assicurato che ad aprile sarà pronto un progetto di riforma dettagliato che sarà convertito in legge prima che il parlamento si fermi per la pausa estiva. Allo stato attuale, il programma si limita a riaffermare l’obiettivo di ottenere da fonti rinnovabili tra il 40 e 45% del fabbisogno energetico nazionale nel 2025. Entro il 2035 si punta ad arrivare ad una quota tra il 55 e il 60 per cento. I dubbi sulla strategia da adottare non mancano. «Come dovrebbe funzionare questa svolta energetica esattamente non è chiaro a nessuno. E neanche che cosa potrebbe significare per l’economia, la cultura, la politica del Paese, perché chiaro è che non si tratterà semplicemente di sostituire un sistema energetico con un altro», ha scritto Karl-Ludwig Schibel, membro della presidenza dell’Alleanza per il Clima delle Città Europee. 

Il mix energetico tedesco nel 2012 (carbone, uranio, gas, eolico, solare, idroelettrico)

La riforma energetica è una questione strategica da affrontare con le pinze che ha un impatto importantissimo sulla Germania. Fino ad oggi praticamente tutti si sono lamentati della Energiewende. I cittadini tedeschi pagano il costo dell’elettricità per megawatt/ora più caro d’Europa dopo la Danimarca. Anche il mondo produttivo non è soddisfatto. «L’aumento dei costi minaccia la struttura dell’industria nazionale», si è lamentata la Bdi, la confindustria tedesca. Le imprese sono esentate da gran parte dei sussidi alle rinnovabili ma la Ue ha messo nel mirino queste agevolazioni per violazione della concorrenza. Eliminare, anche solo in parte, queste esenzioni creerebbe grossi danni alle piccole e medie imprese. Il 2014 non promette nulla di buono. L’amministratore delegato della Bdew, Hildegard Mueller, ha parlato di calo di investimenti , meno posti di lavoro e taglio degli investimenti. 

Quando si parla di energia in Germania è impossibile analizzare la situazione senza occuparsi della “special relationship” con la Russia. Un’intesa economica e geopolitica sempre più solida. Verda chiarisce che è importante analizzare il «legame commerciale, di cui quello energetico è una parte». E prosegue: «Secondo i dati Unctad (la Conferenza permanente dell’Onu sul commercio e lo sviluppo – ndr), l’interscambio di merci tra i due paesi è di oltre 100 miliardi di dollari, con un passivo per la Germania di circa 5 miliardi. La Russia non rappresenta dunque solo un grande fornitore di gas e petrolio per la Germania, ma anche un grande mercato di esportazione per la meccanica e i veicoli. Parallelamente, la Germania non rappresenta solo un mercato di sbocco importantissimo per le esportazioni di materie prime russe, ma anche che un fornitore di tecnologia. 

Il rapporto tra i due Paesi è dunque molto articolato e la dimensione energetica è parte di un’equazione più grande». Alla luce di questi dati, «il vero concorrente del gas russo in Germania in questo momento è il carbone proveniente dai mercati internazionali, che però è molto più inquinante del gas, nel corso del prossimo decennio è probabile che il gas conquisti un ruolo sempre più importante di quello attuale nella generazione termoelettrica, che resterà fondamentale per garantire il funzionamento delle reti anche in futuro». Con questi presupposti «la transizione energetica su cui il governo di Berlino sta puntando non dovrebbe essere un problema insormontabile nei rapporti con la Russia. Anche perché Gazprom sta consolidando la propria presenza diretta sul mercato tedesco, diventando un attore sempre più importante, in grado di fare utili non solo con l’attività estrattiva, ma anche con le attività di vendita ai clienti finali». L’asse Berlino-Mosca continua ad essere un problema per gli altri paesi della Ue. «Più che nella politica energetica tedesca vera e propria, tutto questo potrebbe in ogni caso pesare nei rapporti tra il governo tedesco e la Commissione europea, che contro Gazprom e la sua posizione dominante ha scatenato una vera e propria offensiva. E che potrebbe avere problemi ad usare la mano pesante proprio per l’intervento di Berlino».

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