Non siamo più un paese per multinazionali industriali

Cosa insegnano i casi Electrolux e Fiat

Le multinazionali se ne vanno e, a giudicare dai nomi e dalle conseguenze, sembra davvero una grande fuga. Se ne va la Fiat, diventata Fca acronimo non bello: imbarazzante la pronuncia in italiano, mentre in inglese sembra una federazione sportiva. Ma Sergio Marchionne ha i suoi gusti. Fatto sta che, appena diventata una vera multinazionale, la ex Fiat ha mollato gli ormeggi. L’Italia perde posti di lavoro? Forse in futuro, anche se la maggior parte la stessa Fiat li ha perduti nel decennio della sua crisi. Certo il fisco perderà introiti: è vero che la Fca paga in base a quel che produce in Italia, ma non paga sui profitti che fa nel resto del mondo e questa è una differenza di fondo rispetto al regime delle corporation americane (anche se tende a essere violato parcheggiando gli utili all’estero).

Se ne va, o minaccia di farlo, Electrolux che è la vecchia Zanussi, campione della rinascita industriale chiamata miracolo economico, passata al gruppo svedese vent’anni fa. Lo fa perché è in crisi ovunque come dimostra il bilancio in rosso presentato venerdì 31 gennaio che ha fatto crollare il titolo alla borsa di Stoccolma. Schiacciata dai nuovi colossi coreani, dagli americani (Whirlpool è un altro esempio del ritorno della manifattura a stelle e strisce) e dagli inossidabili tedeschi della Bosch, ha tardato a rinnovarsi, si è messa in mano a un top management anglo-americano di cultura finanziaria che ha l’obiettivo di risanare i conti. Si parla anche di una tensione tra la famiglia Wallenberg azionista di riferimento e la linea marchionnesca dei nuovi gestori. Ma, al fondo, Electrolux lascia anche perché in Italia non c’è mercato, si vende soprattutto nei paesi emergenti e produrre in Friuli per andare Cina non fa senso. La Polonia è diversa, perché lì i salari sono a livello cinese e per industrie di massa che sfornano beni di largo consumo, come elettrodomestici o auto di bassa gamma, il costo è tutto, a cominciare dal costo del lavoro. Il problema non esiste solo in Italia, lo dimostra il conflitto in Francia sulla chiusura della Goodyear, ma qui si è fatto molto più acuto.

Potremmo continuare con altri esempi, però il paradigma resta lo stesso e identica la conclusione: l’Italia non s’addice a una multinazionale. Bene, ma allora come si spiega che McDonald’s assume, Ikea si espande, Zara occupa il centro d Roma, H&M s’insedia ovunque, non parliamo di Carrefour e Auchan regine dei centri commerciali? Trattasi di americani, spagnoli, svedesi, francesi, tutte grandi multinazionali come quelle che comprano aziende del lusso non per chiuderle, ma per sfruttarle in loco. E perché Vodafone non ha intenzione di mollare, e nemmeno General Electric? Anche qui potremmo proseguire, però lo schema resta identico: quelle che restano sono tutte imprese che operano nei servizi, nell’energia, nei grandi impianti (come Galileo General Electric) dove contano parametri diversi. Dunque, l’Italia non è la terra dei fichi d’India come disse una volta Gianni Agnelli replicando ai luoghi comuni dei giornali stranieri. Ma l’Italia resta comunque la terra dove non si può fare più industria?

Categorie generiche del tipo deindustrializzazione vanno sottoposte all’onere della prova tanto più quando diventano senso comune. Non per lezioncine metodologiche, ma per guadare a come stanno davvero le cose, perché alla verifica dei fatti, anche questa sentenza non sembra del tutto vera. Se lo fosse, non sarebbe possibile spiegare che, nonostante tutto quel che abbiamo passato, siamo riusciti a salvare la nostra quota relativa sul mercato mondiale e in termini di valore aggiunto stiamo meglio della Francia.

L’industria resiste, il quarto capitalismo analizzato da Fulvio Coltorti ha retto alla crisi, le mille nicchie di eccellenza di Marco Fortis si sono specializzate ancora di più. Non bastano a trascinare fuori dalla stagnazione il paese intero, ma ciò è evidente se due terzi del prodotto lordo proviene dai servizi. Sono proprio questi ultimi che vanno trasformati alla radice. Le multinazionali lo sanno e stanno la facendo la modernizzazione a modo loro, come nel commercio o nella telefonia mobile dove l’Italia aveva il primato negli anni ’90 e dove non c’è più una società italiana se Telecom diventa tutta spagnola. Per colpa del sistema? Anche. Della politica? Certo. Ma soprattutto per colpa dei capitalisti italiani che hanno venduto al massimo come Carlo De Benedetti con Omnitel o si sono indebitati in modo insostenibile come i capitani coraggiosi guidati da Roberto Colaninno.

Giunti a questo punto, fatte le verifiche, scopriamo che la grande fuga riguarda la manifattura di prodotti di massa: è questa che trasloca verso luoghi dove i costi sono più bassi e i mercati più vicini, come scriveva due secoli fa David Ricardo. Per trattenerle, bisogna regalare loro cospicui sconti, o fiscali come in Irlanda, o salariali come in Sagna e Polonia, oppure organizzativi come in Svezia che ha una logistica eccellente (meglio ancora se tutte e tre e cose insieme). In ogni caso si tratta di far pagare i contribuenti, direttamente o indirettamente, e i lavoratori dipendenti (due volte, con retribuzioni più basse e imposte più alte). Questa è la legge bronzea del capitale e questo è quel che vorrebbero la Fiat ed Electrolux.

Ci sono due eccezioni: gli Stati Uniti e la Germania. Ma sono eccezioni solo in parte. Negli Usa il re-shoring, il ritorno in patria della manifattura, è spinto soprattutto dalla nuova rivoluzione energetica che ha fatto scendere i costi di produzione, senza ignorare i sacrifici dei lavoratori in settori come l’auto. La Germania ha un modello in cui, grazie allo “spazio vitale” economico conquistato in centro Europa dopo la caduta del comunismo, può produrre fuori, far rientrare i manufatti, vivificarli con il made in Germany e poi esportarli con alti profitti. L’Italia non ha nessun Lebensraum, nonostante i tentativi a Timisoara o in Albania. Gli industriali italiani sono in Polonia, dove la Fiat fa la stessa operazione tedesca con la 500, o in Turchia, ma non sono incursioni sistemiche. Quanto all’energia, costa un terzo più del resto d’Europa, e già questo mette le ali ai piedi delle industrie energivore.

Cosa possiamo fare, dunque, per trattenere Electrolux o la stessa Fiat? Tagliare i salari come in Spagna, le tasse come in Irlanda, i costi energetici come negli Usa, migliorare servizi e logistica come in Svezia e via di questo passo. Oppure lasciare andare chi vuole e concentrare le risorse private e pubbliche nei settori in cui siamo competitivi per diventare ancóra più forti, secondo la logica della specializzazione e di una divisione internazionale del lavoro su base ricardiana. Davvero un vasto programma, nell’un caso (il modello neo-protezionista) o nell’altro (quello liberista). Un programma per chi?  Per Letta, per Renzi, per un redivivo Berlusconi? Su questo, finora, nessuno di loro abbia detto nulla di organico e fattibile. Quanto a Beppe Grillo, vuol chiudere le frontiere e uscire dall’euro.

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