Post-hardcore —> folk, sola andata

Storia di un cambiamento

Milano, qualche primavera fa. Siamo in auto, quella di Faz, sulla via di casa, quella di Nilo. È la fine di una di quelle serate di metà settimana, in cui ti ritrovi dalla parte opposta della città e l’unico antidoto al colpo di sonno è la sicurezza che Faz in macchina ha sempre almeno cinque cd già caricati nel lettore. Ta-pu-tun-pa e dalle casse esce un sound sbilenco, una chitarra acustica che somministra pennate di chiara derivazione post-hardcore, perché la ritmica è quella, ma è tutto più rallentato, quasi ovattato e addolcito, come se qualcuno avesse infilato un amplificatore da centinaia di watt in un budino. E il risultato non è affatto male.

«Cosa cazzo è ‘sta roba?»

«Rocky Votolato».

«Aspetta: quel Rocky Votolato là?»

«Esatto».

Quel Rocky Votolato là vuol dire un gruppo che probabilmente seguivamo in due gatti tra la fine degli anni novanta e l’inizio dei duemila: i Waxwing, un quartetto di Seattle che imbastiva un post-hardcore-indie-qualcosa-punk e che alla chitarra e alla voce vedeva proprio questo ragazzotto di origini texane. Ragazzotto che ora è cresciuto e che non sbrana più le corde di un chitarrone elettrico in branco, ma carezza i tasti di un’acustica da solista.

Ovviamente, in tempo zero sviluppiamo una dipendenza violenta da Votolato, e grazie a quel primo ta-pu-tun-pa iniziamo ad addentrarci nei meandri di una nicchia che, partendo da un universo musica fatto di tatuaggi, cavalcate screamo e ritmiche isteriche, ha intrapreso un viaggio verso suoni più levigati e ricercati, portando a casa un risultato che sempre più spesso si dimostra superiore a quello delle band originarie.

Se prendi gli Stati Uniti, tagli via New York da una parte, Los Angeles e San Francisco dall’altra, quello che rimane sono nove milioni e mezzo di chilometri quadrati tenuti insieme da pochi denominatori comuni. La lingua, certo, ma a fare il grosso del lavoro sono soprattutto simboli abbastanza semplici e tangibili da poter essere condivisi dal benzinaio dell’Oregon come dal rappresentate della Georgia. Che tu sia finito in Montana o ti sia ritrovato in Texas, sai che se vuoi dormire a pochi dollari, un Motel Super 8 o un Best Western lo trovi. Presenze rassicuranti che fanno sentire americani gli americani. Possono essere le bandiere a stelle strisce che dopo l’11 settembre colonizzano le auto di democratici e repubblicani; ma anche i loghi dei fast-food, la torta di mele nei diner, e le catene di supermercati in cui sai dove trovare quello che ti serve, anche a migliaia e migliaia di chilometri casa. Un’altra delle radici che tiene unito il territorio, è un particolare tipo di musica che, senza doversi necessariamente perdere in etichette e gradi di separazione, ha un cuore pulsante fatto di chitarra acustica e voce.

Da decenni, il folk è il porto franco della scena musicale americana, un approdo a cui si ritorna in modo ciclico, cercando ogni volta di rinominare qualcosa che in realtà è più semplice di quello che sembra. Che si tratti del roots rock alla Creedence Clearwater Revival, dell’alternative country dei Calexico o di americana in stile Wilco, a un certo punto succede che se sei un musicista a stelle e strisce, c’è una voce che ti chiama, ti fa stappare un paio di bottiglie di birra e una di whiskey, imbracciare una chitarra scalcinata, guardare l’orizzonte e arpeggiare melodie.

Non era ancora successo però che dei brutti ceffi che sembravano in grado solo di gridare nel microfono e sciorinare riff punk ripetitivi, cominciassero a sedersi sotto il porticato di casa, a scrivere canzoni armonicamente complesse e a sussurrare storie ed emozioni di rara intimità. Partito in sordina a metà 2000, questo fenomeno sta assumendo sempre di più le proporzioni di una scena vera e propria che, spesso e volentieri, sforna gioielli di rara bellezza.

Noi vi diamo quattro consigli per iniziare.

Rocky Votolato

Camicia a quadri e barba ogni tanto sì e ogni tanto no – ultimamente è in un periodo di barba no – rischia di dare dipendenza immediata. Nel 1999 si accorge che quello che sta scrivendo non c’entra nulla con le solite canzoni veloci e aggressive dei suoi Waxwing e allora si chiude nello scantinato di casa e le registra in quattro ore con un paio di microfoni. Nasce così il suo primo disco, omonimo. Ma è una volta messo in ibernazione il gruppo madre (attenzione però, i Waxwing stanno ritornando) che Votolato spicca il volo. Con la tripletta A Brief History (2000) Burning My Travels Clean (2002) e Suicide Medicine (2003) trova la quadratura del suo nuovo stile con canzoni semplici e orecchiabili ma dai toni oscuri. Passano tre anni e il suo songwriting si affina ancora, i pezzi sono più arrangiati e il risultato sono due altri dischi – Makers (2006) e The Brag & Cuss (2007) – che contengono gemme che brillano a chilometri, tanto che White Daisy Passing, prima traccia di Makers, finisce pure nella colonna sonora di O.C. Poi un buco di depressione e ansia. Votolato non esce di casa per un anno, non riesce a scrivere più nulla, ma quando finalmente riesce a mettere un bavaglio ai suoi demoni, piazza una nuova doppietta di album – True Devotion (2010) e Television of Saints (2012) – sempre intimi, ricercati, ma soprattutto illuminati da una vena di speranza nuova.

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Chuck Ragan e il simpatico carrozzone del Revival Tour

Anche lui amante dei camicioni a quadri – alla lunghezza della barba preferisce però alternare quella di capelli – Chuck Ragan è un po’ il capo-banda della schiera di punk-rockers che si sono dati al folk. Chiusa l’avventura con gli Hot Water Music, dalla Florida (attenzione però anche qui, a fine 2012 sono tornati insieme), dal 2007 al 2011 ha inanellato otto dischi, e il 25 marzo tornerà nei negozi con un album nuovo di pacca, Till Midnight, anticipato dal singolo Non Typical. Ragan, dicevamo, è il perno su cui ruota la carovana del ritorno alle origini, in quanto ideatore del Revival Tour: un allegro baraccone di musicisti punk e alt-coutry – tra gli altri, sono stati in cartellone lo stesso Votolato e anche Tomas Gabel/Laura Grace degli Against Me! – che in quattro edizioni (2008, 2009, 2012 e 2013) ha girato non solo gli Stati Uniti ma è arrivato anche in Europa e in Australia. L’idea è semplice: buttarsi sul palco, più o meno a caso, da soli, in due, tre, o anche tutti insieme e suonare le canzoni di tutti, per divertirsi e far divertire chi ha pagato il biglietto. Il risultato alla fine è la prova che l’attitudine punk della condivisione e del cazzeggio e quella più tradizionale e casalinga del folk poggiano i piedi su un terreno comune fatto di pochi e sani principi: suonare insieme, senza primedonne, per divertirsi, come sotto il porticato di casa e con un paio di birre sempre a portata di mano.

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City and Colour

Quando ti capita un nome come Dallas Green, possono succedere due cose: o conduci una vita tutto sommato ordinaria, circondata da amici che ogni tanto ti ricordano che con quel nome avresti potuto finire su qualche palco; oppure su un palco ci finisci sul serio, e a quel punto un nome del genere può tornarti utile. Il Dallas Green di cui parliamo noi ha seguito la seconda strada. Ha cominciato nel 2001, imbracciando la chitarra in una band post-hardcore/screamo che in Canada è nota quanto lo sciroppo d’acero: gli Alexisonfire. Dopo aver passato quattro anni a scartavetrarsi le corde vocali sui palchi di tutto il mondo, Green decide che quelle canzoni acustiche che tiene nel cassetto da quando aveva sedici anni forse meritano di essere incise su disco. C’è però un problema, a Green non piace mettersi in primo piano, e l’idea di mandare nei negozi un disco folk sotto il moniker Dallas Green proprio non gli va. Così, visto che il suo nome di battesimo è composto da una città e da un colore, decide di chiamare il progetto City and Colour. Da allora sono passati otto anni, gli Alexisonfire si sono sciolti e Dallas Green ha raggiunto una maturità cantautorale degna dei colossi del genere. Il suo ultimo disco, The Hurry and the Harm, uscito lo scorso giugno, è schizzato al primo posto della classifica canadese nel giro di poche settimane.

Frank Turner

Le basi per odiare Frank Turner ci sono tutte. Ha avuto la pessima idea di stampare magliette con il suo nome piazzato sul simbolo dei Black Flag, si atteggia a cantautore consumato snocciolando canzoni di un’orecchiabilità imbarazzante, e poi, dai, ha una faccia da schiaffi rara. Inglese, classe 1981, dopo essersi fatto le ossa nella band post-hardcore Million Dead, nel 2005 Turner decide di salire sul catartico carrozzone del revival folk. Oggi è una presenza fissa in qualsiasi tipo di festival, quelli pop, quelli folk e quelli punk. E mentre noi, a bordo palco, ci grattiamo la testa cercando di capire se il ragazzo sia un impostore o abbia davvero talento, lui ha firmato per la Interscope e le sue canzoni smielate si sono infilate nella testa di migliaia di adepti del punk-hardcore con le braccia imbrattate e il cuore tenero. Il suo quinto disco, Tape Deck Heart è uscito il 22 aprile 2013.

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