Quel capolavoro di C’era una volta in America

30 anni fa

Un giorno sbagliato

Il 17 febbraio del 1984, per la storia del cinema, fu contemporaneamente un gran giorno e un giorno sbagliato: un gran giorno perché ci fu la prima proiezione al pubblico, dopo più di 10 anni di lavorazione, di C’era una volta in America, di Sergio Leone, uno dei più grandi film di sempre; un giorno sbagliato perché, nelle due sale americane in cui fu organizzata la prima – a Boston e a New York – ne fu proiettata una versione non approvata dal regista, quasi dimezzata e, soprattutto, sconvolta nell’intreccio, appiattito su una linea narrativa cronologica e lineare che, se sapete di cosa stiamo parlando, è come far giocare il Barça a lanci lunghi e pedalare. Un filmicidio, insomma.

Si dice che l’attore americano Treat Williams, che nel film interpreta il sindacalista Jimmy Conway, quando seppe della decisione dei distributori americani di rimontare il film in versione lineare, si lasciò andare a un commento irriportabile, il cui sunto, un po’ ripulito potrebbe essere un «nessuno ci capirà nulla». E infatti Williams non si sbagliava, visto che negli Stati uniti il film non solo fu un insuccesso al botteghino e non venne capito dal pubblico, ma non venne considerato neppure per gli Oscar. E tra le due cose, quella che spezzò il cuore a Sergio Leone non fu di certo la seconda.

C’era una volta in America, in ogni caso, è l’ultimo film realizzato da Sergio Leone. Realizzato, non l’ultimo pensato, visto che quando l’infarto lo uccise, il 30 aprile 1989, già da un po’ stava pensando a un altro film intitolato Leningrado, ma resta comunque l’ultimo, per la storia. Era quello che gli chiudeva il punto della trilogia del tempo, quello a cui aveva lavorato per più di dieci anni e in cui aveva messo tutto se stesso: il film della sua vita, insomma.

Dopo tre lustri di peripezie, una decina d’anni per ottenere i diritti, centinaia di attori passati al setaccio per trovare i volti di Noodles, Max, Deborah e tutti gli altri, migliaia di comparse da organizzare su set sparsi in giro per il mondo, un lavoro sulla sceneggiatura che richiese 10 mani per la finalizzazione, un anno e mezzo di riprese e 10 ore di montato finale, immaginatevi come ci si sente a scoprire che i produttori del film hanno intenzione di fare a pezzi la vostra creatura – una irragionevolmente bella creatura – perché «è troppo lunga» e perché gli americani non la capirebbero. Quel giorno fu il peggiore della vita del regista romano, tanto che qualcuno di prese la briga di ipotizzare che fu proprio lo stress di quei giorni ad avergli azzoppato il cuore e averlo avviato alla morte.

Un gran capolavoro

Torniamo al film, ché è la cosa più importante, anche perché stiamo parlando di uno dei più grandi capolavori della storia del cinema, un film talmente potente, pieno e totale, da uscire imbizzarrito dal recinto delle semplici opere cinematografiche per andare a scorrazzare tra i capolavori dell’Arte di tutti i tempi, al fianco di robette come la Ricerca del tempo perduto, Guernica o la Pietà di Michelangelo, tanto per dirne qualcuna.

Per quanto molti si sforzino di definirlo un film di gangster derivato dalle esperienze western di Leone e pucciato di noir, C’era una volta in America, come tutte le opere d’arte più riuscite, come tutti i capolavori, sfugge alle categorizzazioni.C’era una volta in America infatti è un film totale, nel senso più puro della parola: perché dentro c’è tutto. 

C’è il tempo, la memoria, la nostalgia e l’oblio. C’è l’amicizia, l’amore, l’ambizione, l’egosimo, il tradimento e la delusione. E poi c’è un uomo, David Aaronson, interpretato da Robert De Niro, che è il personaggio che tutti quelli che si inventano storie vorrebbero aver creato, un personaggio che quel genio di Leone, insieme ai suoi collaboratori (alla sceneggiatura lavorarono in tanti), è riuscito a strappare da un libro mediocre – l’autobiografia di un criminale ebreo dell’inizio secolo – e trasformarlo in Noodles.

Noodles è l’eroe, non ci sono dubbi. Ma è un eroe pazzescamente umano, fragile come tutti gli altri, cattivo come lo sono, in fondo, tutti gli uomini. Sa essere grandioso e titanico come tutti gli eroi, come quando, da ragazzino, sconta senza dire una parola 12 anni di riformatorio per aver vendicato l’uccisione del suo amico Dominique. Ma sa anche essere laido e violento come i peggiori, e lo dimostra nella scena della limousine, quando violenta Deborah, l’unica persona che abbia mai amato in tutta la sua vita. È una scena terrificante e lunghissima, che provoca nello spettatatore una delle più cocenti sensazioni di odio e delusione nella storia del cinema. Ma è proprio per questo che Noodles è perfetto: perchè è irriducibile a un’etichetta, è un uomo, a tutto tondo, con tutte le sue contraddizioni, anche le più feroci.

Il tempo, la memoria, Proust

Come ricordavo all’inizio, C’era una volta in America è il terzo film girato da Sergio Leone per la sua Trilogia del Tempo, dopo C’era una volta il West e Giù la testa, e qui ad essere al centro della scena, ancor più che nei primi due, è la memoria. A questo proposito ci sono due cose interessanti da raccontare: la prima è una citazione, la seconda una bellissima scena.

Quando Noodles torna a New York, 35 anni dopo essere scappato, la prima persona che incontra è Fat Moe, l’unico amico che gli resta in città. Tra i primi dialoghi che si scambiano i due ce n’è uno che è diventato mitico. «Che hai fatto in tutti questi anni Noodles?», gli chiede Fat Moe. E Noodles risponde: «Sono andato a letto presto». Settantanni prima circa, nel 1913, uno scrittore francese aveva scelto praticamente le stesse parole per cominciare il suo capolavoro: «Longtemps je me suis couché de bonne heure»: è la Ricerca del tempo perduto. Lo scrittore è Marcel Proust.

Ritorniamo al bar di Moe, a una scena magistrale in cui Leone fa esattamente la stessa cosa che faceva Proust settant’anni prima. Intorno a Noodles e Moe, sulle pareti del bar, il tempo dimostra tutta la sua potenza: il locale è cambiato molto, le fotografie in bianco e nero trasudano nostalgia, il pendolo ha ricominciato solo ora a battere i tempo (la chiave per la carica ce l’aveva Noodles, non è un caso) e nel bagno c’è ancora lo stesso buco da cui Noodles spiava Deborah, «come uno scarafaggio», un buco attraverso il quale, qualche istante dopo, Noodles si ritrova a guardare dopo quasi 50 anni, scatenando così lo stesso effeto che la madeleine fa a Proust.

La scena merita, perchè è un capolavoro di regia: quando Noodles guarda attraverso la fessura, una luce gli illumina gli occhi, qualcosa comincia a succedere dall’altra parte del muro, oltre il piccolo foro, o meglio, dall’altra parte del tempo, perché il meccanismo associativo della memoria comincia a funzionare, si innesca. Dopo qualche istante il piano, che mostrava il viso di Robert De Niro di profilo, con la macchina piazzata sul fianco, si sposta, lo inquadra da davanti, con la macchina da presa dall’altra parte del muro. 

Ribadendo un gesto tipico di Sergio Leone – quello che Tarantino chiama il «piano Leone» – l’inquadratura si focalizza sugli occhi di Noodles, sul suo sguardo. Lo sguardo di Robert De Niro, segnato dall’effetto della memoria, si rivolge al di là della fessura ed è assorbito da un ricordo che, nell’inquadratura seguente, appare. A sottilineare il salto temporale, il tema musicale, che ha accompagnato la scena fino alla contemplazione da parte Noodles del proprio passato, si evolve a partire dalla sua ultima nota e diventa il Tema di Deborah, che intanto, sensuale e perfetta, danza dall’altra parte del muro, dall’altra parte della memoria. Per un istante, come nella Recherche, il presente e il passato convivono.

Un film totale

E ci sarebbero almeno altre centinaia di cose da dire su questo film, sul serio, c’è materiale per farci non dei libri, ma tutta una letteratura. È un film narrativamente tanto denso e fitto di rimandi, di allusioni, di citazioni, di dettagli evocativi e simbolici, di problemi irrisolti e di interpretazioni aperte da togliere letteralmente il fiato. A partire da quei 24 infiniti squilli del telefono nelle prime scene, fino a quell’ultimo enigmatico e liberatorio sorriso di Noodles, nella fumeria d’oppio cinese, a scansare un dolore e seminare un’inquietudine che forse è soltanto nella sua testa.

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Scene grandiose come quella della cena al ristorante dai tavoli apparecchiati solo per due, in cui Noodles porta Deborah prima della scena in limousine ricordata sopra, a quelle dei tanti dialoghi tra Noodles e l’amico Max, tra sogni e follia, perfetti fino all’ultimo, definitivo, discorso nella villa. Scene divertenti come la parentesi della polizza assicurativa «a o’ caz» raccontata da un capetto mafioso di origine siciliana, o quella della festa di bentornato organizzata per Noodles da Max e dagli altri, compreso un bel passaggio in carro funebre, per non parlare di quella, geniale, dello scambio dei bambini all’ospedale, degna di Amici miei. O ancora, scene di toccante tenerezza, come quella, lunghissima, di Patsy e della Charlotte russa, di tragedia, come la morte di Dominique tra le braccia di Noodles, o di assoluta nostalgia, come la scena della stazione e di Yesterday, in cui Noodles sente tutto il peso del passaggio del tempo.

Insomma, sono talmente tante le cose messe in gioco in questo film che danno la vertigine. E tentare di racchiuderle in un discorso per sua natura incompleto e parziale come questo è un gesto che appartiene alla stessa famiglia della porcata organizzata da quei pazzi di produttori americani quando decisero di tagliare e rimontare il film. Non c’è niente da fare, la cosa migliore è rivederlo. E se, come me, lo sapete a memoria, iniziate da queste 5 scene, sono alcune di quelle tagliate anche nella versione italiana, ne vale la pena. 

Le scene tagliate

Al cimitero

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Dopo il tuffo con la macchina

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Prima della cena con Deborah

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Deborah a teatro

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