Centri per l’impiego, con pochi soldi non funzionano

Più fiducia nelle reti informali

Si ripete da più parti e da molto tempo: i centri per l’impiego italiani non funzionano e, anzi, spesso sono solo uno spreco di denaro. Ma cosa accade negli altri Paesi d’Europa? E come funzionano le politiche attive per il lavoro nel resto del Continente? Lo studio di Isfol, “Lo stato dei servizi pubblici per l’impiego in Europa: tendenze, conferme, sorprese”, risponde a queste domande. E, a sorpresa, viene fuori che l’Italia dedica ai centri per l’impiego solo una piccolissima percentuale del prodotto interno lordo, lo 0,03%, contro una media Ue dello 0,25 per cento. Un investimento di circa 500 milioni, quello italiano, pari a quasi la metà di quanto spende la Spagna e molto distante dagli 8,8 miliardi della Germania e dai 5 miliardi della Francia. Non solo: se tra il 2008 e il 2011, davanti alla crescita della disoccupazione i principali Paesi dell’area euro hanno reagito alla crisi finanziando ulteriormente i servizi pubblici per l’impiego, l’Italia al contrario negli ultimi anni ha investito quasi 200 milioni in meno.  

È anche vero che, nella maggior parte dei Paesi, tra il 2008 e il 2011, si è assistito alla progressiva diminuzione delle risorse messe a disposizione dai servizi per l’impiego per ogni singolo disoccupato. Solo in Austria, Belgio, Germania, Svezia e Danimarca, al contrario è aumentato l’investimento medio. La Germania, in particolare, spende 1.273 euro a disoccupato in più dall’inizio della crisi. Aumento al quale si è anche associata la crescita del numero di operatori dei centri. Non a caso, la platea dei disoccupati tedeschi è diminuita di oltre 634mila unità. In Danimarca, invece, i servizi per l’impiego durante la crisi sono stati municipalizzati e, nonostante la spesa alta, i disoccupati sono cresciuti. Cosa che è accaduta anche in Italia: davanti a una spesa per le politiche del lavoro sempre minore, la disoccupazione è cresciuta dal 5,4% del 2006 al 12,9 del gennaio 2014. 

Il risultato è che nel nostro Paese solo il 33,7% dei disoccupati contatta un centro per l’impiego, mentre il 19,6% si rivolge a un’agenzia per il lavoro privata. L’80%, comunque, mostra una maggiore fiducia nella capacità di intermediazione delle reti “informali” e oltre il 66% preferisce inviare direttamente un curriculum alle imprese anziché presentarsi allo sportello dei centri per l’impiego. In altri Paesi, invece, i servizi pubblici per l’impiego rappresentano un vero e proprio punto di riferimento nella ricerca di un lavoro. In Germania, Austria e Svezia, ad esempio, oltre sette disoccupati su dieci ne contattano uno. 

Sarà forse perché in Italia i centri per l’impiego non sono in grado di trovare un lavoro a chi si presenta agli sportelli? Nel 2011 la media Ue a 15 delle persone collocate dai centri pubblici per l’impiego raggiunge il 9,4%, con punte del 10,5% per la Germania e 13,2% per la Svezia. Il confronto con il dato italiano è impietoso e conferma la debolezza dei nostri centri per l’impiego: solo il 3,1% del totale dei dipendenti occupati nell’anno ha ottenuto il lavoro tramite uno dei vecchi uffici di collocamento, valore che rimane comunque cinque volte più elevato di quello delle agenzie per il lavoro privateNello stesso anno, la quota di persone collocate dalle Agenzie per l’impiego in Europa è pari all’1,8% di tutti gli occupati dipendenti che hanno trovato lavoro in quell’anno. I dati per singoli Paesi variano da un minimo di 0,3% della Grecia al massimo del 2,9% per l’Olanda. L’Italia si attesta sullo 0,6 per cento. 

A fronte di questi dati, scrivono da Isfol, «viene sfatata inoltre anche l’idea che i Cpi costino troppo allo Stato». In Italia la spesa media per il collocamento di una persona è pari a 8.673 euro, a differenza dei 51.100 euro dell’Olanda, i 44.202 euro della Danimarca, i 21.593 euro della Francia e i 15.833 euro della Germania. Spesa bassa, risultati bassi, si potrebbe dire. Aspettando il Jobs Act, che prevede anche la nascita di una Agenzia nazionale per l’impiego, «si comprende che quindi l’Italia ha bisogno che il sistema sia potenziato aumentando il numero degli operatori, adeguando qualità e quantità dei servizi offerti». 

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