Erdogan, il consenso guadagnato facendo la vittima

Elezioni amministrative in Turchia

I risultati aggiornati sul sito Hurriyet

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«Il partito che conquista Istanbul, conquista la Turchia», recita un vecchio adagio turco. Ma non è solo il numero di elettori della megalopoli sul Bosforo (quasi un quinto di tutto l’elettorato turco), anche la realtà storica sembra dare ragione a questo adagio visto il folgorante percorso politico dello stesso premier Erdoğan che fu sindaco d’Istanbul prima che il suo partito, l’Akp, accedesse al rango di partito di governo della Repubblica Turca. A due giorni da uno scrutinio che vedrà il futuro della Turchia ridisegnarsi, le elezioni municipali di Domenica 30 Marzo si spogliano di una valenza propriamente locale per trasformarsi in una specie di “primo turno” per le presidenziali che si terrano ad Agosto ed una prova generale di quello che sarà il trend in vista delle prossime elezioni politiche, previste nel 2015. Nel mezzo, un premier isolato da scandali a ripetizione, derive liberticide e guerre fratricide, assediato da tutti i lati e per questo motivo più galvanizzato, combattivo e pericoloso che mai.

Oltre 52 milioni di elettori al voto, mobilitazione altissima

Cinquantadue milioni e mezzo di elettori si recheranno alle urne in 81 province e 919 circoscrizioni del Paese. Erdoğan ha chiamato a raccolta i suoi per una vera e propria “guerra d’indipendenza”. Con gli scandali a ripetizione, la censura dei social (prima Twitter, ieri YouTube), la morte del giovane Berkin Elvan che ha provocato una mobilitazione degna dei tempi di Gezi Parki e gli anatemi del Primo Ministro contro i traditori gülentisti e coloro che complottano dal 17 Dicembre scorso per far cadere il governo, gli analisti sono d’accordo sul fatto che ci sarà una mobilitazione fuori dal comune. Del resto con il voto obbligatorio, il tasso d’astensionismo in Turchia è già storicamente molto basso. Nelle elezioni legislative del 2011 il tasso di partecipazione fu dell’87% e in quello delle municipali del 2009 dell’85%. Gli elettori depositeranno nell’urna due schede: una per il sindaco, l’altra per il consiglio municipale. In questo modo agli elettori si darà la possibilità di votare per una persona (il sindaco) e per un partito (consiglio municipale). Ecco perché questo voto dirà molto sullo stato attuale dei partiti politici in Turchia. Nelle municipalità metropolitane con più di 750mila abitanti si voterà anche per eleggere altre cariche.

Lessico del capo: serrare i ranghi

Gli scandali del 17 Dicembre non sembrano aver influenzato troppo l’elettorato. Diversi specialisti in Turchia lo sottolineano. Erdoğan riesce ancora a motivare i suoi grazie alla forza del suo lessico. Nelle ultime settimane ha moltiplicato i meeting elettorali e il suo discorso s’è fatto più duro, articolato, pungente. Si gioca su un lessico più bellico e meno moderato: «complotto contro il governo», «difesa della sicurezza nazionale», «traditori», «nemici», «talpe», «spie»Più il premier è attaccato più si difende con veemenza e alza il livello dello scontro provocando contemporaneamente un plebiscito interno, perché se il capo è attaccato, i suoi sono chiamati a raccolta per difenderlo. In tal modo crea coesione interna, secondo la logica del capo, del branco. E poi c’è un altro aspetto, fondamentale, che gioca a favore del premier. La classe media resta fondamentalmente legata a una certa stabilità economica, quella portata dall’Akp in quest’ultimo decennio, ed è dunque disposta anche a chiudere un occhio sugli scandali.

Sondaggi quasi unanimi: Erdoğan è in calo ma è ancora favorito

Nonostante le difficoltà e gli scandali Erdoğan non è per nulla sconfitto, anzi. Uno dei più prestigiosi istituti di sondaggi turco, l’Istituto Konda, in un sondaggio pubblicato ieri, dà l’Akp in testa con il 46% dei consensi mentre il Chp (il Partito Repubblicano del Popolo, principale partito di opposizione) si attesterebbe secondo l’Istituto sul 27%. Uno score al di sopra del 45% rappresenterebbe una netta vittoria per Erdoğan, mentre sotto la soglia del 40% potrebbe essere considerata una sconfitta. Bisogna ricordare che alle municipali del 2009 l’Akp aveva totalizzato il 39% dei voti ma alle legislative del 2011 aveva raggiunto uno score del 49,5%, un vero plebiscito. Secondo un altro rapporto pubblicato dal Bipartisan Policy Center, e ripreso dal quotidiano Zaman, queste elezioni amministrative potrebbero segnare l’inizio della fine di Erdoğan dato che il suo tasso di popolarità è crollato in maniera verticale dal 60% al 39% dopo le ultime rivelazioni riguardo gli scandali legati alla “Tangentopoli turca”. Secondo Adil Gür, direttore dell’istituto di sondaggi A&G, un elemento chiave sarà il fattore economico in quanto anche se al popolo turco piace assistere da lontano alle lotte politiche nel Paese, in fondo le teme perché ciò può rivelarsi deleterio anche per il proprio portafogli. Secondo Gür il consenso dell’Akp s’attesta nelle intenzioni di voto sul 46% mentre il Chp sul 26% ed il Mhp (Partito d’Azione Nazionalista) sul 14%.

Istanbul e Ankara, città chiave

Dal 1994 al 1998 la megalopoli sul Bosforo è stata diretta dal premier Erdoğan poi diventato premier per oltre un decennio. Kadir Topbaş, anche lui proveniente dalla stessa famiglia politica, gestisce la città dal 2004 e dovrà vedersela con Mustafa Sarıgül, candidato del Chp, molto popolare, che fu in passato membro del DSP. Conquistare Istanbul potrebbe essere (per peso e numero di elettori) un vantaggio psicologico importante in vista delle prossime scadenze elettorali. Melih Gökçek, sindaco di Ankara, è un veterano dell’Akp dato che dirige la città dal lontano 1994, prima cioè che il partito di Erdoğan venisse fondato (all’epoca si chiamava Refah Partisi). Si candida per la quinta volta ed ora dovrà vedersela soprattutto con Mansur Yavaş, anche lui candidato del Chp. La conquista di queste due metropoli potrebbe indicare il trend anche per le future elezioni legislative.

Continua la guerra ai social: dopo Twitter, chiude YouTube

Questa volta è stata una conversazione tra il ministro degli Esteri Davutoglu, il capo dei servizi segreti Hakan Fidan ed il numero due dello Stato Maggiore delle Forze Armate Yasar Gürel, a dare fuoco alle polveri e a provocare la chiusura del popolare sito di condivisione video. Nella conversazione, caricata su YouTube, si parla della messa in scena di un finto bombardamento alla tomba del sultano Solimán Shah, nonno del fondatore dell’Impero Ottomano, in una zona considerata ancora oggi da Ankara come territorio turco. L’escamotage doveva servire per giustificare un’escalation militare della Turchia contro Assad. Dopo Twitter, il cui blocco è stato abbandantemente aggirato dagli internauti, dunque chiude anche YouTube. Il governo turco aveva giustificato il blocco del popolare sito di microblogging motivandolo con una forma di misura preventiva, in quanto le intercettazioni erano state acquisite illegalmente e minacciavano la sicurezza dello stato. Intanto però un tribunale di Ankara ha invalidato il blocco di twitter da parte dell’Autorità per le Telecomunicazioni (TIB) ed ha dato ragione all’esposto del Consiglio Nazionale degli Avvocati e alla Società dei Giornalisti. Il Tribunale ha stimato che la misura presa dal TIB è un attentato alla libertà d’espressione e di comunicazione, protetta dalla Costituzione turca e dalla Convenzione Europea dei diritti umani. Intanto una sessantina di scrittori turchi e di fama internazionale hanno firmato una lettera, su iniziativa dell’associazione internazionale PEN, diretta al governo turco in cui si esortano le autorità a rispettare la libertà di espressione come un diritto umano inalienabile ed universale. Tra le firme il nobel turco Orhan Pamuk, Günter Grass, Elif Shafak, Salman Rushdie. Preoccupati anche l’ONG Human Rights Watch e l’Osce che per bocca della sua portavoce Dunja Mijatovic, ha chiesto la fine della censura dei social network in Turchia.

Sullo sfondo continua la guerra Akp- Gülen

Intanto continua la guerra fratricida Akp-Gülen, guerra che si protrae ininterrottamente sin dallo scoppio della Tangentopoli turca il 17 Dicembre scorso. Questa volta la polizia ha fatto irruzione nella sede della Kaynak Holding, un gruppo industriale vicino alla Cemaat (la confraternita dell’influente predicatore Fethullah Gülen), una holding che possiede decine di aziende in campo logsitico, informatico e dell’editoria, migliaia di dipendenti e un fatturato di circa 5 miliardi di euro l’anno. La polizia ha sequestrato computer e documenti. Giorni fa l’Autorità per le comunicazione radio-televisive (Rtuk) aveva ritirato la licenza all’emittente televisiva Kanalturk, anch’essa vicina alla confraternita.

Brutta avventura invece per il giornalista Aytaç, giudicato anch’egli vicino alla Cemaat. Secondo l’agenzia stampa turca Anadolu, la polizia ha fatto irruzione nell’abitazione del giornalista senza trovarlo.  Aytaç si è poi presentato spontaneamente ad una stazione di polizia dove è stato tenuto in stato di fermo ed interrogato in quanto considerato persona informata sui dettagli riguardanti la famosa intercettazione del meeting ad alti livelli sulla Siria, poi finita su YouTube. L’editorialista è stato poi rilasciato.

Sono gli ultimi epiloghi di una guerra senza esclusione di colpi tra il partito di Erdoğan e la potente confraternita, una specie di Opus Dei turca che possiede un impero mediatico globale e può contare su milioni di seguaci in tutto il mondo, scuole in 140 Paesi, una banca, ospedali, una compagnia d’assicurazione e l’Università Fatih d’İstanbul oltre a Zaman, il più diffuso quotidiano di Turchia (con una tiratura media giornaliera di quasi 1 milione di copie). In fondo è stato anche grazie alla potenza di fuoco di questa comunità, divenuta nel corso degli anni una sorta di “setta transnazionale”, che Erdoğan è riuscito a costruire le basi del suo successo politico e a rimanere in sella questi anni sfuggendo a diversi tentativi di rovesciamenti manu militari. Ora però i nodi vengono al pettine e se Erdoğan riuscirà a raggiungere almeno un 40% di consensi senza il supporto della Cemaat, potrà mettere finalmente le mani sul suo impero in Turchia ed assicurarsi un controllo pressoché totale sulla vita politica del Paese.

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