Frank Ahearn, l’uomo che fa scomparire la gente

Per chi deve nascondersi

Come prima cosa, nella sua risposta, Frank Ahearn, si scusa per il ritardo. Non è un caso (e nemmeno solo una forma di educazione): nei periodi in cui lavora per qualcuno la sua preoccupazione primaria è di non avere comunicazioni con il mondo e di non essere rintracciabile. Tra le cose da evitare, come ovvio, c’è anche la mail. Tutta questa riservatezza si spiega con facilità se si considera che la sua attività consiste nel far sparire le persone. Niente di cruento, per carità. Quello che fa è facilitare la scomparsa di chi vuole sfuggire a realtà difficili (stalker, abusi in famiglia, conoscenze pericolose) e cambiare vita, oppure prendersi periodi di pace e di lontananza dal mondo. Lo fa abbastanza bene, a quanto pare, e ne ha anche scritto un libro.

La sua singolare expertise deriva dalla professione precedente, che era, guarda un po’ scovare le persone. Tra i successi dell’epoca si annovera il ritrovamento di Monica Lewinsky, commissionato da alcuni giornali, appena prima che scoppiasse lo scandalo. Per lui, però, è solo un episodio tra i tanti, e non una cosa di cui ama parlare. Farle sparire è tutta un’altra cosa, difficile allo stesso modo È una questione affascinante: si potrebbe pensare che oggi, tra smartphone e internet, si crede che chiunque sia rintracciabile. E ci si sbaglierebbe, assicura Ahearn. Di grosso.

Frank Ahearn

Ma partiamo da qui: le persone possono davvero scomparire? Le tecnologie moderne non sono diventate un impiccio?
Rispondo subito di sì alla prima domanda: certo che si può sparire. E le tecnologie non sono solo un impiccio, sono anche una risorsa. Da un lato, è vero, hanno reso le cose più difficili. C’è sempre un’impronta digitale che ognuno di noi lascia dietro di sé. Dall’altro lato, però possono essere anche utilizzate a proprio favore. In sostanza il gioco sta tutto nel riuscire a staccarsi dalla scia di impronte, o meglio ancora, riuscire a controllarle a proprio piacimento. Se non è chiaro, faccio un esempio.

Lo faccia.

Lo prendo dal libro. “Immagina di chiedere alla ragazza del bullo di ballare con te. In quel momento lui ha deciso che sei morto: i prossimi giorni li passerà a darti la caccia. Poniamo anche che, il giorno dopo, mentre stai consegnando la pizza (il tuo lavoro è quello), scopri che la casa in cui devi andare è proprio quella del bullo di cui sopra.



Bene. Che succede?
Continua così: “La situazione è brutta: se suoni il campanello, il risultato sarà che il bullo ti picchierà. Se non consegni la pizza, sarai licenziato. La cosa migliore sarebbe chiedere a qualcun altro di consegnare quella pizza, tenendosi la mancia. In questo modo sono tutti contenti: il bullo riceve la pizza, il negozio prende i soldi, il ragazzo si tiene la mancia e tu mantieni i denti intatti”. Cosa voglio dire?



Cosa?
Che “suonare il campanello creerebbe una connessione tra te e il bullo. Ecco: fuor di metafora, il campanello rappresenta tutto ciò che è digitale. E il momento in cui lo premi è quello in cui costruisci una pista. A questo punto, il modo più sicuro per sparire e non essere scoperti è di esistere attraverso una entità virtuale, che non ha collegamenti con nulla di fisico. Ad esempio, quando una persona usa un telefono prepagato, non rivela necessariamente la sua identità. Però, quando una persona lo compra, la sua identificazione è molto più semplice. A meno che qualcun altro entri nel negozio e lo compri al suo posto…”



Bene. Può riassumere questa sua digressione?
Certo: la conclusione è che la tecnologia, in realtà può essere molto utile quando qualcuno vuole scomparire. Si può vivere a Roma, avere un conto a Milano, un numero di telefono che sembra che sia a Venezia, gestire un sito a Napoli, usare la carta di credito a Torino. Si può fare anche meglio, e non vivere a Roma ma in un bell’appartamento sulla spiaggia ad Ajaccio, e far sembrare di essere a Roma con un uso attento dei social media. Comunicare con telefoni pay as you go e fare acquisti con tessere prepagate. La tecnologia è anche pericolosa, in realtà: è ovunque attorno a noi, siamo monitorati 24 ore al giorno. Tuttavia insegno ai miei clienti i modi per evitare queste tecnologie e utilizzare servizi di agenzie che lavorano al tuo posto.

Immagino che per fare il suo lavoro serva una conoscenza approfondita di informatica. O no?

No, basta essere portati per l’inganno, in tutte le sue forme. Prima ero uno skip tracer (trovavo persone). Ho imparato a cercare e individuare la gente e, cosa più importante di tutte, conosco tutti gli errori che fanno le persone quando vogliono nascondersi.

E perché ha cambiato lavoro?
Per necessità. Le leggi sulla privacy sono cambiate e hanno reso molto più difficile, per persone come me, estrarre informazioni. Era arrivato il momento di cambiare. Nel2001, in una libreria, ho visto un uomo che acquistava libri particolari: su come vivere in segretezza, sul banking offshore, su come si vive in Costa Rica, sulla privacy e aveva pagato tutto con la carta di credito. Errore gravissimo: è come un enorme freccia puntata su di te.

E allora?
Dopo l’ho ritrovato nel bar vicino che leggeva i suoi libri. Ho iniziato la conversazione dicendogli che il mio lavoro era quello di rintracciare le persone. Se fossi stato incaricato di trovare lui, gli dissi, ci avrei messo un minuto, proprio a causa del suo acquisto. Ci siamo scambiati i contatti e una settimana dopo mi chiamò per chiedermi se potevo aiutarlo a sparire: aveva spifferato informazioni riservate di una grande azienda ed era preoccupato per le conseguenze delle sue azioni. Per me, quel giorno, era appena cominciato un nuovo lavoro.

Oltre che fare le stesse cose di prima, ma al contrario, che cosa cambia? Prima il compito finiva quando riusciva a individuare la persona che cercava. Adesso, invece, quando può dire, con una certa sicurezza, di avere finito il tuo lavoro?
Si va per gradi. Dopo che il mio cliente viene fatto sparire, passo con lui alcuni giorni nella sua nuova città. Devo insegnargli come sopravvivere, cosa può e deve fare, e cosa invece non deve permettersi in nessun modo. Gli insegno anche il modo più sicuro per lasciare la città nel caso in cui il suo “predatore” si debba manifestare. Dopodiché ci scambiamo alcune email, e quando è in grado di andare avanti in modo autosufficiente considero la mia missione compiuta.

Che tipo di persone si rivolgono a lei?
Possono essere vittime di stalker o di coniugi violenti, uomini di affari rimasti impelagati con i tipi sbagliati di clienti e preoccupati per la loro vita. Ultimamente, però, i miei clienti sono individui molto ricchi, spaventati dalla diffusione di informazioni in rete sulla loro condizione. Potrebbero attirare malintenzionati e mettere in pericolo la famiglia. Una volta non avrebbero avuto nessun problema a rendere pubblica la notizia dell’acquisto di una nuova casa da 30 milioni di euro. Adesso invece sanno che la cosa potrebbe attirare malintenzionati e mettere a repentaglio la loro famiglia.

Sono tanti?
Sì, ma non tutti possono permetterselo. Il problema reale di chi vuole scomparire sono i soldi con cui mantenersi. Non puoi essere Antonio, conducente di autobus di Torino, sparire, e diventare Antonio, conducente di autobus di Bari. Saresti scoperto dalla tua patente. È importante allora assicurarsi una fonte di mantenimento sicura.

Come fa a capire se chi chiede aiuto non è un criminale?
Ho libertà di scegliere. Se c’è qualcosa che non mi convince, rifiuto l’incarico. In ogni caso, i criminali, quelli veri, hanno sempre un piano preciso. Le persone che aiuto io sono, di solito, disperati perseguitati in difficoltà. Si riconoscono.

Quali sono invece le persone con cui è più difficile lavorare?
Quelle con i figli. Devo essere sicuro che siano davvero i loro figli, e che abbiano la piena potestà su di loro. Una volta mi scrisse una donna italiana, che mi chiedeva di aiutarla per impedire ai tribunali di allontanarla dai suoi figli, che venivano affidati al padre. Non posso accettare incarichi di questo genere: sarebbe rapimento.

Ci mancherebbe. Ma quante garanzie ci sono, per chi chiede aiuto, di non essere scoperti?
Nessuna, ovvio. Sparire è un’arte, non una scienza. Viviamo in una società in cui, anche se sei dall’altra parte del mondo, puoi incontrare un tuo amico, e lui potrebbe twittare dicendo di averti visto. Una volta è successo a un mio cliente di venire scovato, ma non per colpa mia: era stato lui a non aver seguito le mie regole. Era un appassionato di calcio, giocava nella squadra della sua città e allora, dopo un po’, decise di entrare nella squadra della sua nuova città in cui si nascondeva. Non sapeva che la sua nuova squadra aveva una pagina facebook, uno dei suoi compagni postò una fotografia con nome e immagine. Poco dopo, mentre stava giocando, ecco che arriva, ai bordi del campo, il suo “predatore”.

E com’è finita?
È scappato di corsa dal campo di calcio, è saltato in macchina ed è corso a casa. Lì aveva tutte le cose pronte per mettere in atto il piano di riserva e scomparire ancora. Non ha mai più giocato a calcio.

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