Gioele Dix, la Bibbia sporca di sugo

Ritratto

Se penso a Gioele Dix me lo immagino su un palco. Perché sul palco ci sta bene, perché ha il fisico per tenerlo, lo sguardo penetrante e la voce che arriva fino all’ultima fila. Non per niente la sua carriera è legata a doppio filo al teatro, più che alla televisione – alla quale comunque deve moltissimo.

Poi, appena dietro la maschera, ma nemmeno troppo nascosto dall’uomo di spettacolo, c’è uno scrittore e un osservatore fine, coltissimo e spirituale. L’occasione per telefonargli, qualche giorno fa, me l’ha data l’uscita di un suo romanzo, il secondo. Si chiama Quando tutto questo sarà finito (Mondadori, 2014) e tratta un argomento serissimo, con una lingua pulita, chiara e leggera. Nel libro ci sono le leggi razziali che colpiscono una famiglia e c’è Milano. Anzi c’è forse soprattutto Milano. «C’è quello che mi ha raccontato mio padre – mi dice – e ho cercato di trasmetterlo con la voce di un ragazzo, di un diciassettenne. Non è stato facile. Avrei voluto parlare di più con mio nonno di quegli anni, perché di fatto è lui il protagonista di questa storia. Mio nonno avrebbe forse potuto darmi il punto di vista di un adulto, di chi ha dovuto prendere delle decisioni, alle volte anche dolorose, nei confronti di quanto stava succedendo. Le leggi razziali sono state un affronto doppio per gli italiani. E ci tengo a sottolineare quanto in questo libro si parli di una famiglia italiana più ancora di una famiglia ebrea – perché gli italiani, gli ebrei quasi non sanno cosa siano. C’è tutta la leggerezza della “brava gente” e anche una buona dose di ingenuità nel pensare che, in fondo, le leggi c’erano ma non sarebbero state applicate. Poi però sono arrivati i tedeschi e hanno chiesto le liste in comune. Non furono pochi quelli che si stupirono nello scoprire che le liste esistevano veramente».

È strano cominciare il profilo di un attore partendo da un suo libro, ma è utile principalmente per dare un’idea della profondità che Dix è capace di trasmettere. Io Gioele non lo conoscevo quasi per niente come scrittore, ma lo amavo come interprete e a un certo punto ho cominciato a considerarlo un grande ebreo, profondo conoscitore della bibbia e onesto critico. «La Bibbia deve essere sporca di sugo, è una cosa da leggere in cucina. È un testo di consultazione, fuori dalla sacralità. Dopo il mio spettacolo La Bibbia ha (quasi) sempre ragione – l’unico a tema apertamente religioso, replicato fino al 2007 e che ha poi ha dato alle pubblicazioni un libro omonimo – mi ha contattato Bertone, che allora non era ancora Segretario di Stato Vaticano ma era cardinale di Genova, e mi ha chiesto di andare in cattedrale a parlare del profeta Giona. Dopo di lui mi hanno scritto in tanti, facendomi i complimenti, chiedendomi di andare a parlare. Io mi sono sentito lusingato, insomma». Il fatto che un attore parli dei testi sacri, che li porti con sé sul palco e li commenti non mi stupisce. Gli ebrei lo sanno, la Bibbia è fatta per essere commentata, per essere esplorata e se necessario criticata. Non c’è un’interpretazione diretta che tenga perché il percorso degli uomini è costruito sull’interpretazione personale dei Testi. Il Talmud stesso è un’interpretazione, una discussione, uno spettacolo.

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«Io sono credente, è una cosa che non ho mai messo in dubbio, anche se il mio livello di osservanza non è altissimo. Nell’ebraismo vige l’autogestione riguardo il rispetto dei precetti, non esistendo una gerarchia ecclesiastica, e dipende molto dalle abitudini familiari». Quando Dix parla di Dio lo fa come se stesse commentando i fatti del giorno, come se stesse raccontando anedotti riguardo un amico. «Ho un buon rapporto con Dio e quando ne parlo lo faccio sempre in maniera ironica ma mai irriverente. Questo mi ha permesso poi di avere un buon rapporto con il pubblico cattolico che si sente coinvolto e apprezza il rispetto con il quale tratto certi temi. Una delle cose che ho scoperto parlando con i cattolici è che la Bibbia non la conoscono quasi per niente, ma nemmeno il vangelo, perché è sempre considerato un testo per addetti ai lavori. Invece è qualcosa che secondo me tutti dovrebbero padroneggiare, è materia di tutti i giorni».

Ora, per chi si occupa di intrattenimento è facile tracciare una linea diretta tra l’ebraismo e la comicità – sia benedetta la tradizione americana – e Dix incarna una buona dose di ironia facilmente assimilabile alle sue origini. Ma andando più a fondo nella questione, è proprio lui a mettere i giusti paletti. «In Italia c’è prima di tutto un limite numerico: siamo in quattro gatti per cui non è possibile imporre un’abitudine consolidata e riconoscibile quanto quella statunitense. Pure l’antisemitismo, che è una malattia bruttissima, non è così presente, ad esempio. E il lobbismo da industria dell’intrattenimento qui non attacca. È vero che l’ironia è da sempre una cura, una medicina per la tragedia. I comici cercano l’inciampo, vanno a caccia delle storture della vita e ne traggono linfa vitale per le proprie osservazioni. Appena prima della tragedia nera – sulla quale non si scherza – l’ironia è un sollievo, un farmaco. Però ci sono due cose importanti da dire: non occorre essere ebrei per essere comici e non è che tutti gli ebrei siano così simpatici. Io ne conosco molti che non fanno ridere, e non dico per dire, così come conosco una marea di cristiani divertentissimi. Personalmente ho sempre cercato di affermarmi con un’impronta mia, non per niente ho fatto poche cose identitarie in senso apertamente religioso. C’è La Bibbia e poi quest’ultimo libro che parla della mia famiglia».

Nella parte di Compare Menato in Ruzante, 1978 (gioeledix.it)

Gioele Dix è un attore straordinario e figlio di un’epoca straordinaria, in grado di lasciare il segno su una comicità nascente, quella della prima televisione generalista, quando l’influenza d’oltreoceano preludeva — ancora in maniera vaga e svagata — all’epoca d’oro della stand up comedy e al grande intrattenimento. Ma prima di tutto, c’è il teatro. «Il primo periodo è stato meraviglioso, dal ’77 al ’83. Avevo vent’anni e non sapevo bene cosa stavo andando a fare, ma era un’epoca di sperimentazione alla quale mi sembrava logico provare a dare un seguito. Sentivo questo desiderio e volevo seguirlo, anche se non avevo idea di dove stessi andando. Mi ero iscritto a psicologia e qualche volta lungo la strada, nei momenti difficili, ho rimpianto il fatto di non aver finito l’università perché forse mi avrebbe dato una base più stabile sulla quale costruirmi una vita — e perché amavo l’idea di fare lo psicanalista, di recente ho accettato una piccola parte in un film proprio perché avrei dovuto interpretare uno psicanalista. Facevamo un sacco di cose con pochi soldi, anzi non guadagnavamo quasi niente. Facevamo il teatro di piazza, lavoravamo con i bambini, nelle fabbriche, nelle scuole. Era stimolante, avevamo davanti un futuro in cui sembrava possibile qualsiasi cosa». È bello immaginare Dix da giovane, che ancora non ha quella enorme presenza scenica che lo caratterizza, la versatilità istrionica mascherata da un sorriso tagliente. È bello immaginarlo che porta in scena García Lorca «fuori Modena, in un campo sportivo che aveva in mezzo una pedanetta che usavamo come palco. E mentre eravamo nel clou dello spettacolo, mentre Don Perlimplín sta morendo e Belisa dà la battuta disperata, dal campo da tennis accanto rispondono “30-40”, “parità”. Ecco, quest’immagine è l’emblema di quegli anni». Dopo è venuto Franco Parenti, Il malato immaginario di Molière, «che l’anno prossimo riporterò proprio al Parenti per la regia di Andrée Ruth Shammah, questa volta da protagonista. Chiudo un cerchio, diciamo».

«A ventotto anni mi sentivo un fallito. A un certo punto il telefono per qualche ragione aveva smesso di suonare e non trovavo nessuno che mi offrisse niente. Mi sono abbattuto parecchio perché pensavo di avere in tasca qualcosa e invece all’improvviso non avevo più niente. Oltretutto in quel periodo è nata mia figlia per cui sentivo anche una responsabilità diversa, che non faceva che aggravare la mia depressione. Erano gli ultimi tempi del Derby, che di lì a poco sarebbe confluito nello Zelig e c’era già un gruppo di comici e attori che giravano intorno a questa realtà, nella quale io ero sempre un po’ defilato». È in questo periodo che Dix si rende conto di dover costruire qualcosa di individuale, di dover mettere a punto un personaggio, e – assieme al nome d’arte – nasce il prototipo dell’automobilista incazzato che anni dopo avrebbe riportato sul palco dello Zelig a beneficio di un pubblico ben più nutrito di quello che poteva avere di fronte nel 1987, in viale Monza. «Il successo è stato piuttosto improvviso, ma mi ha trovato pronto. Forse anche perché ormai non ci speravo quasi più». Era la fine degli anni ’80 e stava nascendo la nuova televisione, forse in pochi ci credevano veramente ma sarebbero stati gli anni dell’affermazione dei comici, ancora distanti dai tormentoni e legati a una tradizione più pura, di discendenza teatrale e legata al cabaret nella sua natura primordiale. Battuta, risata, battuta. Animali da monologo, ultimi discendenti di una dinastia costellata di Lenny Bruce e Bob Hope, David Letterman e Larry David. Dix si incastra alla perfezione tra i mostri sacri e col tempo si afferma. «Da Costanzo ho trovato un pubblico recettivo e i tempi televisivi richiedevano abilità che si adattavano al mio materiale. La gente ha cominciato a riconoscermi, ho cominciato a riempire i teatri. Se devo dirla tutta a fare la differenza è stata la determinazione, la tigna, come si dice a Roma. Sono riuscito a trovare una determinazione che nemmeno io pensavo di avere e a usarla per raggiungere un obiettivo».

Nel 1983, agli esordi del cabaret ( gioeledix.it )

Quello che manca è forse soltanto il cinema. Non è che manchi del tutto, sia chiaro, ma avrebbe potuto essere qualcosa di più presente, se non altro per affinità con il gruppo a cui Dix lega le proprie origini – quello del Derby e di Salvatores, per intenderci. «È un po’ un mio rimpianto, avrei voluto fare molto di più nel cinema e invece ho solo pochi film all’attivo. Forse è perché i registi hanno sempre avuto paura che fossi troppo riconoscibile nel mio personaggio, ma per quel poco che ho fatto penso di aver superato questo problema. La metamorfosi dell’attore è la parte del mio lavoro che preferisco. Mi piace trasformarmi, travestirmi, diventare altro da me. All’epoca di Mai dire Gol facevo un sacco di travestimenti ed era una cosa che adoravo, letteralmente. Non saprei, forse non sono abbastanza bravo per il cinema. Una cosa di cui sono certo è che non esistono i geni incompresi e che a conti fatti, dopo trent’anni di carriera in cui ho fatto tantissime cose bellissime sono esattamente dove dovrei essere. È difficile che con una predisposizione, con l’impegno e con gli anni di carriera si arrivi tanto lontano da quello che è il nostro destino». Sono d’accordo, il destino di David Ottolenghi era quello di diventare Gioele Dix, di rimanere legato al teatro in generale e a un teatro in particolare, di fare la televisione, di parlare occasionalmente della Bibbia e di completarsi da solo prima di trovare la strada delle collaborazioni.

L’ultima cosa che Gioele mi ha detto prima di salutarci è che la componente più importante del talento è data dalla capacità di gestione del talento stesso. Dix ha saputo applicare al suo lavoro una misura e un controllo magistrali, lasciando fluire la recitazione di pari passo con la crescita personale, dimostrando una capacità innata di auto-definizione e di circoscrizione che contrasta la naturale frenesia degli uomini di spettacolo. Oggi è completo, e ha ancora una vita di sperimentazione davanti.

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