Pizza ConnectionGiornata delle vittime di mafia a Latina, ecco perché

Basso Lazio tra camorra e ‘ndrangheta

– «Michele tu vuoi bene a mio padre?»

 – «Certo!»

 – «Allora devi volere bene anche a me, lascia stare il mercato di Fondi perché è una cosa che me la vedo io». Michele è l’allora boss latitante dei Casalesi Michele Zagaria, il suo interlocutore è Nicola Schiavone, figlio del più noto “Sandokan”, cioè Francesco Schiavone. Fondi è un comune della provincia di Latina, città dove quest’anno l’associazione Libera ha scelto di celebrare la diciannovesima edizione della “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie”

A riportare il dialogo è il collaboratore di giustizia Francesco Cantone, durante un interrogatorio davanti ai pm il 16 novembre 2010. «In pratica», aggiunge Cantone, «era successo che Michele Zagaria aveva delle amicizie all’interno del mercato di Fondi, non so se tra i commercianti o gli autotrasportatori, e, attraverso costoro, voleva gestire il mercato. Nicola Schiavone se ne accorse e disse a Michele Zagaria di non intromettersi».

Cantone è in grado di rivelare questi dettagli dopo un periodo di detenzione comune con un altro collaboratore di giustizia, Antonio Aquilone, affiliato tra le fila di Michele Zagaria. Quell’interrogatorio finirà insieme a una vasta attività d’indagine coordinata dal procuratore antimafia di Napoli Federico Cafiero de Raho, con i pm Cesare Sirignano, Francesco Curcio e Ivana Fulco e che arriverà ad accertare (nel 2012 ci sono state 30 condanne e 13 assoluzioni nel processo scaturito dall’indagine) la collaborazione tra il clan dei casalesi, attivi nel basso Lazio, e Cosa Nostra, che tramite una impresa di autotrasporti, la “Paganese trasporti”, era arrivata a gestire gran parte del traffico dei prodotti verso il mercato ortofrutticolo di Fondi, Latina, escludendo di fatto i padroncini che non versavano alla Paganese una provvigione.

Una mossa che non solo aveva escluso dal mercato altri autotrasportatori, ma anche altre cosche operanti nel settore: tra i vettori campani esclusi dalla Paganese si trovavano per esempio anche quelli contigui al clan Mallardo di Giugliano in Campania, oltre ad altri vettori calabresi e siciliani. Rotte, quelle degli autrotrasporti verso il Mercarto Ortofrutticolo di Fondi, che rappresentano anche uno dei più importanti crocevia commerciali per il Nord Italia, usate dai clan anche per il traffico di armi e droga. Le indagini appurarono infatti l’esistenza di un arsenale, costituito da mitra AK 47 Kalashnikov, mitragliatori pesanti Breda, lanciarazzi e migliaia di munizioni, sequestrate già nel luglio del 2006. Un acquisto, riportavano gli inquirenti, commissionato dallo stesso Costantino Pagano per conto del gruppo “Del Vecchio” degli Schiavone. Stando alle indagini, le armi erano state importate dalla Bosnia grazie alla complicità di militari che vi prestavano servizio nel corso delle missioni di pace effettuate dopo il conflitto nell’ex Yugoslavia, utilizzando per il trasporto i loro mezzi di servizio.

Protagonisti di quella vicenda erano appunto appartenenti a diverse organizzazioni di tipo mafioso operanti in Campania e Sicilia, e tra gli arrestati spiccarono Gaetano Riina, fratello del boss Salvatore, e Nicola Schiavone, figlio di Sandokan.

E questa è storia recente che, mormora qualcuno della zona «è pronta a ripetersi». Al Mof di Fondi prima del clan dei Casalesi hanno messo dentro più di un piede gli uomini e le aziende della ‘ndrangheta, grazie a un «consenso informato» di parte della politica della città. Era il 2009 quando un’inchiesta durata due anni non solo entra tra le corsie dell’ortomercato, ma anche in consiglio comunale.

L’inchiesta della Direzione investigativa antimafia di Roma e dei carabinieri di Latina registra le infiltrazioni della ‘ndrangheta nella gestione del mercato ortofrutticolo di Fondi ed episodi di collusione con alcuni funzionari del Comune. In manette, insieme a due affiliati alla cosca Tripodo, Carmelo e Venanzio, finirono l’ex assessore ai Lavori pubblici del comune di Fondi Riccardo Izzi (Pdl), Franco e Pasquale Peppe, definiti “teste di legno” dei Tripodo, Aldo Trani, Giuseppe Bracciale, Alessio Ferri, Antonio Schiappa, Igor Catalano, Vincenzo Biancò e Antonio D’Errigo. Ai domiciliari finì anche il comandante della polizia municipale Dario Leoni, il suo vice Pietro Munno, il dirigente del settore bilancio e finanze del comune Tommasina Biondino e quello dei Lavori pubblici Gianfranco Mariorenzi, nonché l’immobiliarista Massimo Di Fazio.

Seguì un sequestro di circa dieci milioni di euro tra società, terreni e beni immobili con la contestazione dei reati di associazione per delinquere di stampo mafioso, associazione per delinquere, corruzione, falso e abuso d’ufficio. A Fondi sarebbero finiti, in seguito alla guerra tra cosche di Reggio Calabria, i proventi dell’attività di spaccio e di usura realizzati dal clan Tripodo. Il denaro sarebbe stato reinvestito in società che operavano nei settori del mercato ortofrutticolo, delle pulizie, delle onoranze funebri e dei traslochi. Con la compiacenza di funzionari comunali, dei vigili urbani e dello stesso Izzi, le società riconducibili ai Tripodo avrebbero ottenuto importanti commesse dietro il versamento di tangenti. 

In tribunale l’inchiesta dell’antimafia regge e nel dicembre 2011 la sentenza porta a centodieci anni complessivi di condanna. Sei anni ridotti in appello a cinque anni e otto mesi per l’ex assessore comunale, che riscontrano uno dei grandi nodi della storia di Fondi e della provincia di Latina degli ultimi anni: la richiesta di scioglimento del Comune da parte di Bruno Frattasi mai andata in porto e che si è trascinata polemiche tanto lunghe, che ancora oggi occupano le cronache.

Con due relazioni il prefetto Frattasi fece richiesta all’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni di valutare lo scioglimento del Comune di Fondi. Il governo prese tempo e lo scioglimento non avvenne: il sindaco Luigi Parisella si dimette e impedisce così l’arrivo dei commissari in Comune. Con annessa possibilità poi sfruttata di ricandidatura da parte dei componenti della giunta. A opporsi strenuamente all’invio dei commissari e al conseguente possibile scioglimento del Comune (feudo del centrodestra in provincia di Latina), fu il senatore Claudio Fazzone, ex poliziotto, oggi tra i commissari della Commissione parlamentare antimafia.

Nel 2009, a pochi giorni dagli arresti, Frattasi viene promosso ad altro incarico dal governo Berlusconi, e due anni dopo sarà nominato capo di gabinetto dall’allora ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri.

L’intera area del basso Lazio è interessata al fenomeno mafioso, così come ormai le indagini di questi ultimi anni hanno mostrato come anche la capitale non sia del tutto immune. Anzi. Gli interessi dei clan sono sempre più forti, variegati e sempre più legati a doppio filo con la politica e i funzionari pubblici.

Restando nella zona del basso Lazio, a dare lavoro agli investigatori non è solo la criminalità organizzata italiana, ma di recente anche le mafie straniere si sono mostrate attive in queste zone. Sotto osservazione ci sono in particolare vere e proprie basi per lo smistamento derivante dal più ampio traffico di essere umani. Un occhio è puntato da parte degli investigatori soprattutto sugli afgani e pachistani, che negli ultimi dieci anni hanno mostrato grande abilità sul territorio nell’organizzare soprattutto phone center e punti di money transfer come snodo per le attività riguardante il il traffico di essere umani con destinazione centro e nord Europa.

Anche la Direzione nazionale antimafia ha riservato parte della relazione proprio alla provincia di Latina e basso Lazio: «La provincia di Latina ha da sempre subito le infiltrazioni dei gruppi criminali organizzati, soprattutto di matrice campana, invogliati – per la vicinanza geografica e per la minore pressione investigativa rispetto ai territori di origine – a estendere la loro operatività nel basso Lazio, come accertato da vari procedimenti penali. Recenti attività giudiziarie hanno documentato l’interesse dei sodalizi camorristici a investire in quel territorio, caratterizzato da importanti attività commerciali (tra tutte quelle relative agli stabilimenti balneari, alle attività ricettive del litorale, ed al turismo). I reiterati interventi nei confronti dei prestanome del clan Mallardo che hanno condotto al sequestro di un patrimonio imponente soprattutto in campo immobiliare, hanno in gran parte interessato la provincia di Latina».

Non manca la citazione delle inchieste che hanno coinvolto il comune di Fondi e il Mof della stessa città. «Tra le attività delittuose», prosegue la relazione della Direzione nazionale antimafia, «più diffuse sul territorio della provincia di Latina vi è sicuramente il traffico di stupefacenti». Poi gli sbocchi verso il Nord Italia: «La zona di Aprilia è stata poi interessata dalle indagini della Dda di Brescia relativa a un’organizzazione che riforniva di stupefacenti le piazze di Brescia e Bergamo e che era in stretto contatto con un sodalizio stanziato nel Lazio, capeggiato da un cittadino albanese, che riforniva il nord-Italia di grosse partite di marijuana importate dall’Albania».

«Il capitolo sulla criminalità nella zona di Latina», proseguono i magistrati della Dna, «non può chiudersi senza citare le famiglie rom Ciarelli e Di Silvio, da molti anni egemoni sul territorio, tra loro confederate e impegnate in varie attività criminali: la prima soprattutto nell’usura e nelle estorsioni, la seconda maggiormente nelle rapine e nel traffico degli stupefacenti».

«Nell’ultimo periodo», chiudono i magistrati, «nella provincia di Latina sono stati compiuti gravi omicidi. Oltre a quello di Gaetano Marino, boss degli scissionisti assassinato il 23 agosto del 2012 a Terracina, deve essere ricordato il duplice omicidio di Alessandro Radicioli e Tiziano Marchionne, due pregiudicati assassinati il 1 novembre 2012 a Sezze. Le indagini hanno portato all’arresto di 4 persone mentre le motivazioni del gesto criminale sono da ricondurre a vicende attinenti il commercio di stupefacenti».

Frequenti negli ultimi due anni sono gli atti intimidatori. «Risultano infatti numerosi attentati», scrive la Dna, «incendi dolosi ed intimidazioni nelle città di Fondi, Terracina, S. Felice Circeo, Sabaudia, Cisterna, Aprilia, Priverno e Latina. Tale fenomeno è talmente diffuso da aver assunto caratteristiche “endemiche”. Le attività investigative in corso dovranno chiarire se si è in presenza di episodi di microcriminalità o se si tratti di manifestazioni intimidatorie finalizzate ad imporre gruppi criminali nella gestione delle attività economiche e commerciali».

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