La storia si ripeteL’Egitto torna ai tempi della repressione di Sadat

Martedì nuovo processo per 600 islamisti

Mao Zedong diceva «colpirne uno per educarne cento». Ma i generali egiziani, nuovi padroni del più importante Paese del mondo arabo, sanno essere ancora più duri. Lo prova la condanna a morte di oltre cinquecento membri dei Fratelli Musulmani, lunedì 24 aprile, da parte di un tribunale di Minya, 250 chilometri a sud del Cairo.

«È la sentenza emessa più velocemente nella storia della magistratura egiziana. – ha detto alla Reuters Nabil Abdel Salam, avvocato di vari Fratelli musulmani (ex presidente Morsi incluso). Secondo l’ong per i diritti umani Human Rights Watch (Hrw) si tratta della «più grande condanna collettiva alla pena capitale degli ultimi anni, a livello mondiale». Ancora più chiara Amy Austin Holmes, docente di sociologia dell’Università Americana del Cairo, che a Linkiesta la definisce «una totale caricatura di quella che dovrebbe essere la giustizia».

«Questa è una sentenza politicizzata. – dice, sempre a Linkiesta, il portavoce di Abdel Moneim Aboul Fotouh, segretario di Egitto Forte, partito di opposizione fondato nel 2012 – È una sentenza che non farà che alimentare la violenza in Egitto. E che non lascia ben sperare per la transizione democratica, né tantomeno per la possibilità di avere un sano sistema di opposizione politica».

L’opinione di Aboul Fotouh pesa come un macigno, considerando il suo passato politico. Fino al 2011, infatti, è stato uno dei principali leader della corrente riformista dei Fratelli Musulmani. Un islamista assai moderato, e rispettato. Ma come dice un proverbio arabo, la fiducia si guadagna a gocce e si perde a litri. Quando si è candidato alla presidenza del Paese è stato “scomunicato” dai Fratelli Musulmani, inizialmente contrari a partecipare alle elezioni presidenziali.

Alla fine, come è noto, i Fratelli Musulmani alle elezioni hanno partecipato. Eccome. Il loro candidato, Mohamed Morsi, le ha persino vinte, ottenendo un risultato eccezionale per un’organizzazione che agiva nella clandestinità fino a pochi mesi prima, e con alle spalle ottant’anni di opposizione o repressione. Ma si sa, la storia ha un curioso senso dell’umorismo. Nel luglio del 2013 un colpo di stato dei militari ha rovesciato il governo di Morsi, e dato il via a una sanguinosa repressione dei Fratelli Musulmani. Sfociata nel verdetto, durissimo, di lunedì.

Per l’ong Amnesty International le oltre cinquecento condanne alla pena capitale sono «un esempio grottesco dei difetti e della natura selettiva del sistema giudiziario egiziano». Simile anche il commento di Sarah Leah Whitson, direttrice della sezione Medio Oriente di HRW: «Persino considerando la profonda repressione politica condotta in Egitto, è sconvolgente che 529 persone siano state condannate a morte senza aver avuto una reale possibilità di difendersi. Questa sentenza dovrebbe essere immediatamente annullata».

E probabilmente lo sarà, secondo Amr Shalakany, docente di diritto presso l’Università Americana del Cairo. Che aggiunge: «Quando viene comminata la pena di morte la legge egiziana prevede che la sentenza sia poi riesaminata dalla Corte di cassazione, lo sanno tutti. Quindi la domanda vera è perché il giudice abbia preso una decisione così ridicola. A mio avviso le possibilità sono due: o ha ricevuto dal governo l’ordine di terrorizzare i Fratelli Musulmani e qualunque tipo di opposizione, o è semplicemente incompetente».

In effetti il processo di Minya si è svolto in condizioni alquanto anomale. Secondo Hrw oltre la metà degli imputati (291, per la precisione) era latitante, e perciò è stata giudicata in absentia; 185 erano stati rilasciati in attesa di ulteriori indagini; 11 erano in custodia cautelare e 58 in prigione. «Inoltre – continua Shalakany – la decisione è stata presa dopo appena due sessioni, durante le quali non è stata rispettata nessuna procedura. L’accusa non ha minimamente argomentato la sentenza e gli avvocati difensori non hanno potuto dire una parola. Ecco perché credo che questa sentenza sarà sicuramente annullata».

Insomma, questa giustizia tanto spietata quanto approssimativa sembrerebbe più che altro un messaggio autoritario dei militari a tutta l’opposizione egiziana. La tempistica suffraga questa ipotesi: il 30 marzo inizierà ufficialmente la campagna per le nuove elezioni presidenziali, che dovrebbero essere poi seguite da quelle parlamentari. Ma anche se le condanne a morte non dovessero diventare definitive, «sono comunque un brutto segnale, che conferma una forte riduzione delle libertà. – spiega a Linkiesta Massimo Campanini, professore di storia dei paesi islamici presso l’Università degli Studi di Trento – È una minaccia abbastanza esplicita a chiunque si permetta di dissentire dalle decisioni dei militari. Che hanno dimostrato ancora una volta di essere i padroni dello spazio politico, e di volerlo gestire a loro piacimento».

La strategia dei generali non è una novità nella storia egiziana. Già in passato Nasser e Sadat si diedero alla repressione della Fratellanza musulmana, facendo incarcerare (e in alcuni casi giustiziare) centinaia di suoi membri. Tra le vittime ci fu Sayyd Qutb, autore di “Pietre miliari”, da molti considerato il testo politico di riferimento per i rami più estremi dell’islamismo.

Peraltro proprio sotto Nasser si sviluppò maggiormente il terrorismo egiziano di matrice islamista; uno dei suoi maggiori ideologi fu un personaggio oggi abbastanza noto, anche se difficile da scovare: Ayman Al Zawahiri, numero due di Al Qaida. La storia potrebbe ripetersi. «Il rischio che una repressione così forte e indiscriminata porti alcuni estremisti a intraprendere la strada del terrorismo o della lotta armata è reale» nota Campanini.

Il docente però ci tiene a sottolineare una cosa: né la repressione, né questa sentenza, né la propaganda anti-Fratellanza sembrano aver dato il colpo di grazia all’organizzazione islamista. «Nei loro ottant’anni di esistenza i Fratelli hanno costantemente subito vari livelli di persecuzione, ma sono sempre riusciti a sopravvivere; è troppo presto per intonare il loro de profundis. Anche perché hanno mantenuto almeno una parte della loro base popolare, e da quella potrebbero ricominciare». Sempre che, conclude il docente, questa repressione non faccia rinascere in Egitto una vera e propria guerriglia di matrice islamista.

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