Gorky ParkMerkel & Putin, nemici per finta

Perché Mosca e Berlino non romperanno

BERLINO – Nel bel mezzo della crisi internazionale scatenata dall’annessione della Crimea da parte della Russia, il numero uno della Siemens Jo Kaeser è andato a Mosca e si è incontrato con il presidente russo Vladimir Putin e il capo di Gazprom Alexei Miller. Una visita programmata da tempo, ma che in questo momento appare ricca di significato. Perché Kaeser non è andato al Cremlino per litigare, ma a fare affari. La Siemens, che dal tempo degli zar ha forti rapporti economici con la Russia, vuole continuare sulla stessa linea. E anche meglio. Quasi contemporaneamente da Berlino si è fatto sentire l’ex cancelliere Helmut Schmidt, 95 anni, socialdemocratico e predecessore dell’artefice della riunificazione tedesca Helmut Kohl. Dopo aver dichiarato che la strategia di Putin è per certi versi comprensibile, Schmidt ha affermato che le sanzioni light adottate da Washington e Bruxelles contro la Russia sono «scemenze», e la linea moderata di Angela Merkel merita un applauso.

I due episodi mostrano la faccia della medaglia tedesca che in fondo va al di là della propaganda, della gazzarra dei media e della politica degli slogan tra Washington e Bruxelles. La Realpolitik germanica, sia del Kanzleramt che dei colossi dell’industria, è stata sì leggermente scossa dagli eventi in Ucraina e in Crimea, ma i piedi tedeschi sono ancora ben piantati in Russia e la situazione non cambierà, proprio perché lo scenaro peggiore paventato – l’effetto domino che dal Mar Nero risale verso il Donbass, con i tank russi che entrano a Kiev – appartiene più alla categoria della fantapolitica che al ventaglio di opzioni reali considerate dal Cremlino. E questo nonostante il vento da Guerra fredda alimentato ad hoc su ogni lato, soprattutto da parte del nuovo governo di Kiev che ha tutto l’interesse a mantenere alta la tensione per riempire in fretta le casse senza dover scendere a troppi compromessi. Ma questa è un’altra storia.

Che Germania e Russia abbiano un rapporto strategico particolare non è certo una novità e anche gli sviluppi della crisi ucraina hanno mostrato come Berlino sia molto attenta prima di compiere passi che non solo sarebbero nocivi per Mosca, ma anche per se stessa. La mediazione diplomatica è stata assunta in coppia dal ministro degli Esteri Frank Walter Steinmeier, socialdemocratico ed ex capo del Kanzleramt ai tempi del cancelliere Gerhard Schroeder, e da Angela Merkel, cristianodemocratica uscita dalla centrifuga della Ddr e cresciuta alla scuola di Kohl: la politica tedesca di oggi non vuole certo gettare al vento quanto è stato costruito negli ultimi cinque lustri proprio da Kohl e Schroeder da una parte e Mikhail Gorbaciov, Boris Eltsin e ovviamente Vladimir Putin dall’altra. Non solo: accanto all’avvicinamento geostrategico dei due nemici della Guerra fredda, i rapporti economici e industriali sono il vero indicatore di un legame che l’azzardo del Cremlino in Crimea sta facendo un po’ soffrire, senza però far saltare.

La visita di Kaesar a Putin è stata simbolica per tutte quelle aziende di ogni ordine e grandezza che con capitale tedesco operano oggi in Russia: oltre seimila. Il gigante della tecnologia aprì la sua prima sede a San Pietroburgo nel 1853, ma tra Siemens e gli ultimi arrivati è sempre il business a dettare le regole. Non quindi la politica, anche se Kaeser, dopo l’incontro al Cremlino, ha precisato che la priorità delle scelte è proprio di quest’ultima e non dell’industria. Parole di rito, utili per mascherare il ruolo preponderante che l’economia tedesca ha nei giochi politici sulla scacchiera euroasiatica.

grandi nomi della Germania sono presenti in Russia in grande stile: oltre Siemens ci sono naturalmente i grandi marchi di ogni settore, conosciuti o meno, da Volkswagen a Metro, da Bayer a Basf, da Deutsche Bank ad Allianz e via dicendo. A fare la vera politica estera tedesca sono i colossi della tecnologia e dell’energia, i binari sui quali corre il traffico economico bilaterale: da un lato la Russia ha bisogno del know how tedesco, dall’altro la Germania ha sete di gas. Si tratta in fondo di una dipendenza simmetrica sulla quale si è strutturato uno scambio economico che non ha pari in Europa. L’esempio principe è la realizzazione del gasdotto Nordstream che collega la Russia alla Germania passando sotto il Mar Baltico in cooperazione tra Gazprom e le tedesche Eon e Wintershall (insieme agli olandesi di Gasunie e ai francesi di Gaz de Suez).

Berlino manda a Mosca macchinari e impiantistica (22,9% sul totale nel 2012), automobile e componenti (22,1%), chimica (14,4%) e elettronica (7,5%) e dopo la Cina, la Russia è il secondo mercato mondiale per i tedeschi. La Russia esporta in larga parte gas e petrolio, ma anche prodotti metallurgici e petrolchimici. Dopo gli anni del boom, quando dopo il decennio eltsiniano la Russia si è ripresa dal default segnando tra il 2000 e il 2008 il record negli scambi bilaterali, la crisi nel 2009 ha frenato brevemente il rapporto che è ripreso stabilizzandosi nel 2013 su un volume di 76,5 miliardi di euro, in leggera flessione.

L’emergenza in Crimea ha sollevato invero qualche preoccupazione anche nell’industria tedesca, dato che nessuno a Berlino ha la palla di cristallo per prevedere come evolverà la crisi tra Mosca e Kiev, ma la linea del dialogo sostenuta dal governo è quella che è meglio si addice alle prospettive future. Ci sono stati alcuni atti simbolici, come il congelamento di alcune forniture militari (Rheinmetall) per un centinaio di milioni di euro, ma altri, come la vendita della Dea (società appartenente al gigante dell’energia Rwe) al fondo di investimenti russo LetterOne guidato dall’oligarca russo Mikhail Friedman per oltre cinque miliardi di dollari, sono la prova che in realtà la strada delle sanzioni dure e delle rappresaglie a vicenda sarà l’ultima ad essere imboccata. Non perché lo dice la timoniera Angela Merkel, ma perché lo suggeriscono Jo Kaesar e gli altri capitani dell’industria tedesca.

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