Perché è giusto dare uno stipendio alle casalinghe

San Lorenzo in Lucina

Oggi, 8 marzo, in un tripudio di mimose, sentiremo parlare tantissimo di donne. Come accade da qualche anno a questa parte, sentiremo parlare soprattutto di due questioni nodali per il mondo femminile: parità e violenza. Il punto è che a tutto questo parlare dovrebbero seguire soluzioni, possibilmente efficaci. Le stiamo ancora aspettando.

Risale allo scorso agosto l’ultimo provvedimento contro la violenza, voluto dal governo Letta. Un provvedimento – spiace dirlo – del tutto inutile.

La violenza si combatte innanzitutto con la prevenzione: è in quest’area che bisognerebbe intervenire in maniera mirata, concreta, incisiva, dal momento che molti femminicidi sono annunciati. Rappresentano infatti il tragico atto conclusivo di una serie di vessazioni e maltrattamenti, soprattutto all’interno delle pareti domestiche – paradossalmente, nel luogo in cui le donne dovrebbero essere più al sicuro. Moltissime sanno di essere in pericolo, eppure non scappano. “E se vado via di casa, come faccio a mantenermi?” è la loro risposta. La dipendenza economica si traduce insomma in un ergastolo. Nei casi più gravi, in una condanna a morte.

È importante sottolineare che la maggior parte di queste donne non sono prive di reddito perché stanno con le mani in mano: al contrario, sono decisive per la realizzazione dei progetti dei loro compagni, liberi di investire tutte le loro energie nel lavoro proprio perché qualcun altro si è assunto in toto la cura della casa e dei figli; a volte, anche dei genitori anziani.

Non sarebbe il caso di prevedere uno stipendio per chi dedica i suoi anni migliori al “progetto famiglia”? Michelle Hunziker e io riteniamo di sì, e in più siamo convinte che l’indipendenza salverebbe molte vite. 

È evidente, però, che l’indipendenza non può essere assicurata a queste donne solo in quanto vittime di violenza e solo dopo esserlo diventate. In gioco c’è un nuovo modello di donna, dotato di un preciso e innegabile valore sociale; si tratta cioè di ripensare il ruolo della casalinga tout court. Bisogna dare alle donne la possibilità di operare una scelta di vita consapevole e rispettabile, liberandole dall’odioso senso di inadeguatezza, quando non addirittura di colpa, derivante dall’infondata convinzione sociale che essere casalinga è uguale a essere nullafacente. L’unico modo per riuscirci è assicurare loro uno stipendio.

Secondo i dati Istat più recenti, in Italia ci sono circa cinque milioni di casalinghe. Cinque milioni di donne, ognuna delle quali – a ben vedere – svolge svariati mestieri contemporaneamente, ma che ufficialmente non ne svolge nessuno. E questo, nonostante da tempo la giurisprudenza abbia rilevato in modo inequivocabile l’importanza del lavoro domestico.

Già quasi quindici anni fa, la Corte Costituzionale ha affermato che: “…anche il lavoro effettuato all’interno della famiglia, per il suo valore sociale ed anche economico, può essere ricompreso, sia pure con le peculiari caratteristiche che lo contraddistinguono, nella tutela che l’art. 35 della Costituzione assicura al lavoro ‘in tutte le sue forme’”. 

Più di recente, la Corte di Cassazione ha riconosciuto che chi svolge attività domestica, benché non percepisca un reddito monetizzato, esegue tuttavia un’attività suscettibile di valutazione economica, cui si ricollega la possibilità di un risarcimento del danno patrimoniale per riduzione della capacità lavorativa. E ancora, nel 2008, il Consiglio di Stato ha ritenuto più che corretta l’equiparazione della casalinga alla lavoratrice, ammettendo il riposo giornaliero del padre anche nel caso in cui la madre sia casalinga, poiché – alla stregua di una lavoratrice non dipendente – potrebbe essere impegnata in attività che la distolgono dalla cura del neonato. 

Ciononostante, si continua a non affrontare seriamente la questione della retribuzione del lavoro casalingo, con l’assurda conseguenza (come ricordava nel 2009 il cardinale Ennio Antonelli) che lo stesso lavoro domestico concorre alla formazione del PIL se è svolto da una colf, ma non se è svolto da una donna che sia moglie/compagna/madre.

 

Non va dimenticato poi che, secondo i dati del Rapporto annuale 2012 dell’Istat, oltre un quinto degli anziani poveri è rappresentato da casalinghe; mentre, stando al Rapporto povertà 2012 della Caritas italiana, negli ultimi tre anni le richieste di aiuto ai centri Caritas da parte di casalinghe sono aumentate del 177,8 per cento.

La casalinga è un soggetto debole (anzi debolissimo), che più facilmente di altri finisce per essere vittima della violenza che si consuma proprio sul suo luogo di lavoro.

Bisogna assolutamente intervenire sul piano legislativo al fine di garantire alle casalinghe, come a qualsiasi altro lavoratore, dignità sociale, giuridica ed economica – anche alla luce del chiaro dettato costituzionale che tutela il cittadino nel suo diritto di lavorare e nella scelta del suo lavoro.

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