Viva la FifaQuando nello sport è questione di testa

Intervista al mental coach Roberto Re

Atlanta, 20 luglio 1996. Finale olimpica di pistola ad aria compressa da 10 metri. In Italia è quasi sera mentre in Georgia due atleti si stanno giocando l’oro. In testa c’è Yifu Wang. Cinese, è il grande favorito avendo già vinto il titolo quattro anni prima a Barcellona. Dietro di lui, al secondo posto, Roberto Di Donna. Nessun italiano si è mai messo al collo l’oro in questa specialità. All’ultimo tiro, il veronese ha fatto 10,4. Non male, ma per l’oro non basta. Per Wang è lo scenario perfetto per bissare il titolo. Deve solo stendere il braccio verso l’obiettivo e sparare: il largo vantaggio di 3 punti e 8 decimi sull’italiano gli permette una certa tranquillità. Mentre il cinese prende posizione, l’allenatore si avvicina a Di Donna: «Sei secondo». Wang tende il braccio. Spara. 6,5. Un tiro bruttissimo: è come si fosse sparato sui piedi. Wang capisce cos’è appena successo e si accascia a terra, stremato dal caldo e dalla tensione. Di Donna è il primo oro italiano nella pistola ai Giochi, per 1 decimo.

«L’attimo vincente è l’ultimo colpo. Fatichi a tenere ferma la pistola, perché il cuore  spesso supera i centosessanta battiti. Ho vinto l’oro perché il cinese Wang era convinto di averlo in tasca e non è riuscito a scindere fra l’aspettativa della vittoria e il gesto tecnico. È crollato», spiegherà anni dopo Di Donna, raccontando di quell’afoso pomeriggio olimpico. I tennisti lo chiamano “braccino”, i giocatori di biliardo “momentaccio”: è quell’attimo che nello sport rischia di farti sbagliare tutto. «Come nella vita, nello sport – che non a caso della vita è una grande metafora – conta soprattutto il significato dato alle cose: questo aiuta a incanalare la concentrazione», spiega a Linkiesta Roberto Re, uno dei più famosi mental coach d’Italia, autore del bestseller Leader di te stesso.  

Energia e concentrazione. A volte basta un attimo per incanalarle nella maniera giusta, all’interno di un’intera partita giocata così così. Il 15 marzo 2011, l’Inter è a Monaco di Baviera a giocarsi la qualificazione agli ottavi di Champions League contro il Bayern. All’andata, proprio per un attimo incanalato male, i nerazzurri hanno perso 0-1 su un errore del portiere all’ultimo minuto. Al ritorno, per passare bisogna vincere. L’Inter è campione in carica: l’anno prima ha battuto proprio in finale i tedeschi, che si stanno vendicando. La partita è tiratissima. A due minuti dalla fine, il punteggio è di 2-2: se finisce così, passa il Bayern. A 180 secondi dal fischio dell’arbitro, il nerazzurro Samuel Eto’o si butta su un pallone “morto” (cioè ormai non più giocabile) e anziché tirare in porta la passa al compagno Goran Pandev. Fino a quel momento, il macedone non ha giocato bene. Quello di Eto’o sembra quindi una scelta sbagliata. Dopo qualche secondo, i due stanno festeggiando il gol che porta l’Inter ai quarti di finale, grazie a un tiro stupendo dello stesso Pandev.

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Di Donna e Pandev (o meglio: l’Inter) hanno qualcos’altro in comune. «Un grande evento sportivo, chiaramente, può finire in due modi: bene o male. Se finisce bene, l’atleta può reagire diversamente. Da una parte può dare alla propria carriera una sterzata positiva ed ottenere altri grandi risultati. Dall’altra, può invece ottenere l’effetto contrario e sedersi, con la conseguenza che gli è più difficile concentrarsi», racconta Roberto Re. E si guarda cosa è successo ai due atleti (e ai rispettivi compagni, nel caso di Pandev), si capisce quale dei due effetti hanno ottenuto. Ad Atlanta, dopo l’oro, Di Donna si giocò un’altra finale, quella nella pistola libera, dove si mise al collo il bronzo: «Una delusione perché ero in testa a tre tiri dalla fine. Ebbi un calo di concentrazione. Nessuno se lo può permettere. Avrei potuto fare la doppietta. È rimasto il rammarico, ma bisogna fare andare bene anche una medaglia di bronzo». Arrivata ai quarti di finale, l’Inter incontro un’altra tedesca, lo Schalke 04, tecnicamente inferiore al Bayern Monaco. All’andata, a Milano, finì 2-5 per lo Schalke, che poi andò in semifinale

se un grande evento finisce male per un atleta? Re risponde che «Anche qui, ci sono due modi di reagire: mettere in dubbio il proprio valore e il proprio lavoro o prendere atto della sconfitta, analizzarla e interpretarla come una sfida verso se stessi, come uno stimolo a migliorare credendo nelle proprie possibilità. Dal primo atteggiamento è chiaro che l’atleta in questione non si riprenderà mai e probabilmente il suo rendimento nelle gare successive tenderà a peggiorare». A volte è questione di attimi che riscattano un’intera carriera. A Arjen Robben è bastato concentrarsi su un pallone, un ultimo maledetto pallone poco prima che la finale di Champions League 2013 tra Bayern Monaco e Borussia Dortmund finisse ai supplementari. Un pallone trasformato in gol. Bayern campione d’Europa e Robben che finalmente si scrolla di dosso l’etichetta di eterno secondo, dopo tre finali perse (due di Champions e una al Mondiale 2010) e tanti errori sotto porta in due di esse.

Altre volte, si tende a peggiorare e si rischia di essere “finiti” già a 24 anni. Re rivela che «Un anno fa, avrei voluto lavorare con Pato: un talento pazzesco, ma nella sua carriera qualcosa non sta girando a livello di testa. La sua mancanza di sicurezza è evidente e a quel livello non è un caso. E mi sarebbe piaciuto anche collaborare con Kakà, che a Madrid qualche problema lo ha avuto, ma ora al Milan si sta riprendendo. Non è un caso che proprio al Milan, il nuovo allenatore Clarence Seedorf abbia richiamato nel proprio staff Bruno De Michelis, che si occupa della parte psicologica. L’obiettivo del mental coaching è quello di aiutare a rimanere in linea e centrati, usando un gergo tecnico, utilizzando in maniera produttiva i risultati».

Per ottenere ciò, bisogna considerare una vittoria non  solo come conferma delle proprie possibilità, ma anche come un momento di assunzione di responsabilità. Il vero campione è quello che vince nel tempo: «Con questo tipo di impostazione mentale l’atleta sarà infatti portato a fare di più». Non è un caso che Jessica Rossi, dopo l’oro ai Giochi di Londra 2012 abbia continuato a vincere, compreso il titolo iridato ai Mondiali nel settembre 2013: «Jessica usa la vittoria come spinta propulsiva, è umile, e ha accettato di essere un esempio per i giovani e per tutti gli sportivi. Confermarsi è infatti più complicato di vincere, sia da un punto di vista tecnico che mentale ed emozionale», spiega Re.

La testa conta, ma non è tutto. «L’atleta ideale con il quale lavorare è quello che ha un grande potenziale ma non riesce ad esprimerlo. Leggevo tempo fa un’intervista di Rafa Nadal, nella quale diceva che sì, la testa è importante, ma bisogna saper fare il dritto e il rovescio. E se sei un brocco…».