Le sfide della scuolaRibelle e disattento, l’“enfant terrible” a scuola

La teoria di Bernard Aucouturier

Si muove tutto il tempo, batte mani e piedi, non sta seduto. Si alza senza chiedere permesso, rovescia penne, l’astuccio, commenta ad alta voce. Vuole tutta l’attenzione per sé. Terrore di insegnanti, babysitter e genitori, ecco a voi l’«enfante terrible», o bambino «fuori norma», come traduce in un incontro-lezione all’Università Bicocca Bernard Aucouturier, insegnante di educazione fisica prima e poi pedagogo, autore del volume L’enfant terrible et l’école (Libér).

«Non sa lavorare da solo, non rispetta le regole della classe», dicono di lui insegnanti sempre più esasperati. «Vuole sempre vincere e, se sgridato, diventa violento», raccontano genitori che non sanno più a che santo votarsi.

Resistenti a ogni sforzo fatto per coinvolgerli nelle attività della classe e incuriosirli, ci sono soprattutto enfant terrible dietro ai dati diffusi dal ministero dell’Istruzione: tra gli anni scolastici 2010/11 e 2011/2012 le certificazioni di Disturbi specifici di apprendimento sono cresciute del 37 per cento.

Come se le tante «novità» introdotte nella scuola italiana non avessero arginato il problema: il maestro unico, le lavagne multimediali, il computer su ogni banco, il potenziamento delle lingue straniere, l’insegnamento di dialetti e tradizioni locali, la preminenza del voto in condotta, l’enfatizzazione della disciplina, il numero chiuso sulle presenze di alunni stranieri. È questa la strada da seguire per formare gli adulti di domani, si chiede Aucouturier? No, non è questa.

Perché, che appartenga alla categoria del «perturbatore», (commenti, chiacchiere continue, infrazione delle regole), o dell«agitato» (cade dalla sedia, si alza, si rimette a sedere. È impulsivo, dimentica a casa le cose e non finisce mai un lavoro che sia uno) o dell«oppositivo» (che rifiuta di lavorare, sfida e provoca linsegnante, minaccia, insulta, è spesso volgare e ha crisi anche violente), dietro ogni enfant terrible c’è un bambino che soffre. E non può essere una lavagna multimediale a salvarlo.

C’è in lui un corpo in perenne stato di angoscia e tensione. Ha dentro di sé – spiega il pedagogo di Tours – un aggressore non identificato che gli impedisce di provare piacere, che limita i suoi sogni, desideri, fantasmi interiori. È spesso un bambino che crede di non avere una storia sua, che vive invaso da cattivi oggetti perché non riesce a trattenere con sé quelli buoni. Un disagio che si manifesta anche in un corpo incapace di tenere l’equilibrio, che assume posizioni improbabili per svolgere il più elementare dei compiti.

«Hanno una fragilità di fondo questi ragazzi», spiega Aucouturier. «Difficoltà affettive» che nascono da una carenza di interazioni precoci alla nascita, dall’ever vissuto i primi fondamentali mesi di vita in ambienti assenti, brutali, intrusivi, stressati. Una serie di cause plurifattoriali, la ricerca delle quali è già un primo modo per aiutarli. «Interessarsi all’enfante terrible è già un primo modo per attenuare la sua sofferenza».

«Quando il neonato ha fame e sete, caldo o freddo, attende di essere curato. Ma se in questo essere «curato» si sente minacciato da manipolazioni brusche, rapide, intrusive, e se questi contatti violenti sono ripetuti, il suo corpo entra in uno stato di tensione, vissuta come una continua aggressione interna. Si manifesta da principio con pianto, gesti eccessivi, insonnie, riflusso alimentare. Ma il rischio è che entri in uno stato di angoscia permanente che si riproporrà di fronte a tutti i futuri pericoli, a tutte le future speranze e possibili gioie».

Come restituire a questi bambini «il desiderio di ingrandire»?

«Prima di pensare a una risposta, la scuola deve apprendere che l’attività scolastica resta il miglior mezzo di relazioni interpersonali tra bambino e adulto-educatore». Spesso, dice il pedagogo di Tours, «quello con l’insegnante è il solo rapporto di fiducia che molti bambini riescono a costruire con gli adulti». Ma, continua Aucouturier, quel che serve – ai terribili come ai «normali» – è un «maestro-pedagogo capace di creare un quadro rassicurante, di stabilire e mantenere una relazione calorosa di accoglienza, ascolto, sensibilità emozionale con il bambino, nel rispetto della sua storia e delle sue difficoltà. È meraviglioso quando un bambino dice: “La mia maestra mi ha detto, la mia maestra ha ragione…”. Il maestro diventa il riferimento stabile per bambini instabili».

Cosa contraddistingue il maestro pedagogo? «È un professionista della cultura, che possiede una autorità interiore fondata sulla capacità di padroneggiare la propria impulsività motoria, linguistica ed emotiva. E che riesce a mantenere una relazione empatica con ogni bambino del gruppo, anche quelli «fuori norma», restando imparziale.

Un insegnante che sa aiutare i «terribili» a tirare fuori l’aggressore nascosto, a sciogliere la tensione che morde da dentro e soffoca le sensazioni piacevoli. Lo fa attraverso il racconto di una storia che libera l’immaginario dei ragazzi, può ridere con i bambini mentre con loro guarda un film, fa disegnare, colorare e aiuta a dare forma ai fantasmi interiori, al vissuto dei bimbi. Perché è da loro che si parte, da quel che già sanno, da quel che vivono al di là della scuola.

«Come la storia di quella maestra del Sud America – racconta Aucouturier – che aveva scoperto un’organizzazione perfetta tra i suoi alunni per commettere furti sulla spiaggia. Senza giudicarli, si è fatta raccontare come andavano le cose, li ha aiutati a verbalizzare il ruolo di ciascuno, la cronolgia esatta delle azioni, le emozioni provate, i risultati, le conseguenze per gli uni e per gli altri. E li ha aiutati ad allargare il loro centro di interesse, portandoli verso una riflessione sulla povertà e sulla dura realtà delle loro famiglie. Fino a far disegnare a quegli stessi bambini manifesti contro la povertà attaccati sui muri della città».

E i programmi, in tutto questo, che fine fanno?

Già, i programmi. «Il pensiero di un bambino non si forma a colpi di verità assoluta, ma stimolando la curiosità permanente sulle cose della vita. L’insegnante deve insegnare a ricercare, restituendo ai piccoli allievi la parola».

Perché, chiude Aucouturier, il maestro-pedagogo guarda al bambino per ciò che è: amore, gioia, frustrazione, desideri impossibili, paura. E gli permettere di diventare adulto, un essere umano pieno di vita ed entusiasmo, ma anche di contraddizioni, come tutti gli esseri umani».

«Io non so come evolverai», dice il maestro pedagogo di Aucouturier, «ma conosco le condizioni pedagogiche più favorevoli al tuo sviluppo».

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