Sbagliato non ascoltare i sindacati, ma devono cambiare

In vista del Jobs Act

«Ascoltiamo Confindustria e Cgil, Cisl e Uil ma decidiamo noi. Avremo i sindacati contro? Ce ne faremo una ragione». Le parole del presidente del consiglio Matteo Renzi nel corso della trasmissione Che tempo che fa del 9 marzo hanno fatto sobbalzare tanti dalla sedia. Nell’Italia di vent’anni di concertazione con le parti sociali (siglata con l’accordo del luglio 1993), i sindacati sono già sul piede di guerra in vista della riforma del mercato del lavoro annunciata da Renzi. «Cosa avete fatto negli ultimi vent’anni», ha detto il premier rivolgendosi a sindacati e industriali. Abbiamo chiesto un parere a due giuslavoristi, Pietro Ichino e Michele Tiraboschi. Ecco cosa hanno risposto. 

Nell’intervista a Che tempo che fa del 9 marzo, il presidente del consiglio Matteo Renzi mette in dubbio la bontà della concertazione tra istituzioni e parti sociali (Cgil, Cisl, Uil e Confindustria nello specifico), chiedendo loro: “Cosa avete fatto negli ultimi vent’anni?”. Lei è d’accordo?

Ichino: Bisogna fare una distinzione tra le confederazioni sindacali maggiori. In materia di relazioni industriali, dagli anni ‘50 in poi, la Cisl ha compiuto scelte che poi si sono rivelate giuste: dall’opzione a favore della contrattazione aziendale negli anni ‘50, all’accordo di San Valentino del 1984 sulla scala mobile; dall’opzione per uno spostamento verso i luoghi di lavoro del baricentro della contrattazione collettiva nei due decenni successivi, alla vicenda Fiat del 2010. La Cgil, invece, nelle stesse occasioni è stata meno lungimirante. E, a quattro anni di distanza, non ha ancora fatto la necessaria autocritica per quel “no” al nuovo piano industriale di Marchionne, che se avesse prevalso avrebbe significato la perdita di molte migliaia di posti di lavoro di prima qualità. Ma in alcuni casi, come nella svolta dell’EUR del 1977 e negli accordi tripartiti del 1992 e del 1993 con i Governi Amato e Ciampi, anche la Cgil ha saputo fare per intero la sua parte. Quanto alla Confindustria, anch’essa deve far dimenticare un grave ritardo nel cogliere i segni dei tempi: senza lo strappo di Marchionne proprio da Confindustria, probabilmente oggi non avremmo gli accordi interconfederali del 2011 e del 2013 sulla contrattazione collettiva; e sugli abusi diffusi della Cassa integrazione la confederazione oggi guidata da Squinzi ha responsabilità gravi e non ha ancora corretto compiutamente gli errori di un passato anche recente.

Tiraboschi: Se per concertazione si intende unanimità e diritto di veto ha perfettamente ragione Renzi. Il processo di modernizzazione e le riforme di cui ha bisogno il Paese non possono essere fermati da chi pretende solo di conservare lo status quo. Se invece la rottamazione della concertazione significa il superamento del confronto con le parti sociali e i corpi intermedi allora è un grave errore perché il mondo del lavoro non si governa in modo dirigistico e il consenso di chi dovrà applicare le riforme è fondamentale. Ciò detto è chiaro che il sindacato italiano paga oggi alcuni gravi errori del passato tanto è vero che la sua popolarità è ai minimi storici. Lo sa Grillo e lo sa anche Renzi. E non a torto: come già aveva capito Walter Tobagi (“Che cosa contano i sindacati”, 1980 ndr) «di tutti gli errori del sindacato, il ritardo nel capire le trasformazioni sociali è quello che merita maggiore riflessione. È il segno, in fondo, che il sindacato è riuscito a esercitare un potere di veto nelle grandi imprese e nei rapporti politici, ma non ce l’ha fatta a orientare il modello dell’economia italiana. E le forze spontanee del mercato hanno raggiunto un nuovo punto di equilibrio che tiene, sì, conto delle rigidità sindacali, ma ne tiene conto per aggirarle». Il problema è proprio questo. Il confronto tra Stato e corpi intermedi dovrebbe servire come freno alla disgregazione e a garantire il pluralismo del mondo del lavoro e la centralità della persona. Se vuole rilanciare la concertazione il sindacato del no deve saper cambiare e rinnovarsi aiutando a gestire le trasformazioni in atto che, piaccia o non piaccia, sono oramai irreversibili.

Farebbe un bilancio della concertazione negli ultimi vent’anni? Cosa ha prodotto e a quali conseguenze ha portato (in termini di potere d’acquisto dei lavoratori e produttività delle imprese)?

Ichino: È difficile fare un bilancio preciso della concertazione. Nel 1992 e 1993 questo metodo ha dato al Paese una marcia in più, per superare un passaggio molto difficile. Ma in molti altri casi essa ha attribuito un potere di veto a confederazioni imprenditoriali e sindacali che non rappresentavano l’interesse generale. La verità è che la concertazione può dare risultati eccellenti solo a condizione che tra governo e parti sociali ci sia una piena condivisione degli obiettivi da raggiungere e dei vincoli da rispettare: se questa condivisione non c’è, il metodo della concertazione finisce coll’attribuire un potere di veto alle organizzazioni sindacali o a quelle imprenditoriali, col risultato di diventare una palla al piede per il governo.

Tiraboschi: In questi anni la logica della concertazione è stata spesso utilizzata per rallentare la modernità e Renzi non è certo il primo a volerla superare. Già con pubblicazione del “Libro Bianco” di Marco Biagi nel 2001 – quando concertazione era per la Cgil opposizione di blocco verso l’intera riforma Biagi – la concertazione è stata superata dal meno rigido dialogo sociale che ha portato a una modernizzazione pur senza una voce importante come quella della Cgil. È però anche vero che la concertazione ha svolto in Italia un importante ruolo di supplenza alla crisi della politica garantendo coesione sociale e la tenuta verso pericolosi fenomeni di disaggregazione. Su tutti, gli accordi del 1992 e del 1993 sul superamento della scala mobile.

3. Matteo Renzi, sempre nell’intervista a Che Tempo che fa ha detto: “Ascoltiamo Confindustria e Cgil, Cisl e Uil, ma decidiamo noi. Avremo i sindacati contro? Ce ne faremo una ragione?”. Secondo lei è giusto che il governo ascolti tutti, salvo poi decidere anche prescindendo dalle posizioni in campo?

Ichino: Ascoltare tutti, soprattutto le associazioni maggiori, ma poi decidere autonomamente è il dovere di qualsiasi governo degno di questo nome. Sarebbe sbagliata qualsiasi sottovalutazione del ruolo delle grandi associazioni imprenditoriali e sindacali, ma non mi pare che questo sia il rischio che corre il governo Renzi. Se le cose andranno come spero, il governo Renzi potrà restituire al sistema delle relazioni industriali l’autonomia che esso ha perduto negli ultimi decenni. È in questa direzione che va il “Codice semplificato del lavoro”, che in molte materie allargherà gli spazi della contrattazione collettiva applicando il principio di sussidiarietà. Nella stessa direzione va anche la legge sulla rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro, che si limiterà a una funzione di regolazione della materia là dove gli accordi interconfederali non arrivano. 

Tiraboschi: A voler rottamare la concertazione Renzi sbaglia. Dal rifiuto della concertazione come diritto di veto al negare il ruolo dei corpi intermedi il passo è lungo e va nella direzione sbagliata. Vero però che per governare le forze spontanee del mercato serve un modello di rappresentanza sindacale alternativo a quello del secolo scorso. In questo senso avremmo bisogno di un sindacato e una Confindustria che sappiano non solo litigare e dire di no, ma che ritrovino il contatto con le persone e le rappresentino sedendosi ai vari tavoli di trattative. Un sindacato di larghe vedute e collaborativo. Coinvolgere le parti sindacali deve servire a trovare un punto ragionevole di mediazione tra le molteplici posizioni sul tavolo del confronto. Cambiare il sindacato è una cosa doverosa, eliminarlo è ben altra cosa. Del resto da solo il governo di Matteo Renzi non potrà andare molto lontano come dimostra il fatto, invero fortemente contraddittorio, che Renzi prima rottama il sindacato e poi, col contratto unico di lavoro subordinato a tempo indeterminato, rilancia il cavallo di battaglia del vecchio sindacalismo senza accorgersi che serve ora un nuovo patto sociale che superi il concetto di lavoro subordinato su cui si è retto il sistema di produzione fordista che ora non c’è più.

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