Telecom Italia, nuovo premier vecchia grana

Renzi alle prese con l’ex monopolista

Nuovo presidente del Consiglio, stessa grana: Telecom Italia. A margine del rapporto dell’Organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete della compagnia telefonica, l’ex responsabile per l’Agenda digitale Francesco Caio ha annunciato: «Matteo Renzi ha chiesto un briefing dettagliato su rete e agenda digitale da organizzare entro fine mese». Briefing che non potrà non tenere conto del delicato passaggio di metà aprile, quando l’assemblea dei soci dell’ex monopolista sarà chiamata a rinnovare una governance faticosamente sulla via del modello public company. Nella tornata di fine dicembre i voti di Telco, la holding a trazione iberica che riunisce i soci forti di Telecom, non è riuscita a raggiungere il quorum per nominare Stefania Bariatti e Angelo Tantazzi al posto dell’uscente Franco Bernabè ed Elio Catania.

Marco Fossati, primo azionista privato con la sua Findim, è riuscito ad ottenere pochi giorni fa dal consiglio d’amministrazione un’integrazione dell’ordine del giorno che prevede la nomina del presidente da parte dei soci di minoranza. Starebbe inoltre lavorando con Vito Gamberale, numero uno del fondo infrastrutturale F2i – che detiene la maggioranza della società della rete fissa meneghina Metroweb – per presentare un piano industriale assieme alle liste in vista dell’assemblea. Secondo le indiscrezioni di Repubblica, l’idea sarebbe fondere Metroweb in Telecom e Tim Brasil con Gvt. Se la lista riuscisse a ottenere consensi, Gamberale – manager pubblico che scade a primavera e tra i fondatori di Tim – potrebbe tornare ai piani alti di Telecom.

Renzi, maestro della comunicazione su Twitter e critico in più di un’occasione sulla scarsa connettività broadband dell’Italia, dovrà capirne subito pesi e contrappesi, per spingere sul supporto industriale necessario a rendere operativa l’Agenda digitale, per ora soltanto uno slogan. Un tema tema, va ricordato, sul quale Renzi ha mantenuto la delega in seno a Palazzo Chigi, come Letta. Formalmente, invece, la delega alle Comunicazioni ad Antonello Giacomelli non è ancora stata affidata, e il passaggio di consegne con il predecessore Antonio Catricalà non è avvenuto ad eccezione di un incontro nei giorni scorsi con Antonio Amendola, consulente dell’ex presidente Antitrust. Dal canto suo, sullo scorporo della rete Catricalà è passato dal dire «impensabile non farlo», a «non si può imporre», mentre su Tim Brasil ha auspicato «Spero che non la vendano».

Sul blitz di Telefonica, che a fine settembre 2013 ha rilevato il 70% di Telco da Generali, Intesa e Mediobanca per poco più di 300 milioni – e che, secondo quanto riferito ieri dal direttore finanziario del Leone Alberto Minali, non eserciterà l’opzione di acquisto per salire al 100% del capitale perché troppo costosa al prezzo di 1,1 euro per azione – Enrico Letta si è trovato impreparato. Rispondendo da un lato inserendo le telecomunicazioni nel novero degli asset strategici protetti dalla golden share, dall’altro con la riforma dell’Opa presentata – ma bocciata dall’Aula – dal senatore Pd Massimo Mucchetti, che introduceva il concetto di “controllo di fatto”, rendendo obbligatorio lanciare un’offerta pubblica abbassando l’asticella dal 30 al 15% del capitale. Infine, minacciando lo scorporo coatto come «extrema ratio se non vengono raggiunti gli obiettivi di sviluppo della banda larga fissati dalla Ue per il 2020». Ovvero una velocità di connessione pari a 30 mega al secondo e la copertura del 50% della popolazione a 100 mega.

Nonostante l’amministratore delegato di Telecom, Marco Patuano, abbia ribadito oggi a margine della presentazione del rapporto dell’Organo di vigilanza che «la rete non è oggetto di scorporo», la posizione di Matteo Renzi è chiara. Intervistato dal Fatto Quotidiano, il segretario Pd ha sostenuto che nella vicenda Telecom l’esecutivo dovrebbe usare la moral suasion «per chiarire che lo scorporo della rete è una priorità, o che comunque bisogna avere l’assoluta garanzia di investimenti sull’infrastruttura, attraverso i meccanismi più vari. Su questo settore abbiamo perso troppo tempo», aggiungendo «Il governo su Telecom può giocare un ruolo molto più deciso, nel rispetto delle regole, del mercato, degli azionisti. Presenti e futuri».

Sullo scorporo l’atteggiamento del rottamatore Marco Fossati, inizialmente favorevole all’operazione, è cambiato nel tempo: «Il piano studiato con Bernabé aveva due obbiettivi, uno finanziario e uno regolatorio. Con l’emissione del convertendo e la vendita dell’Argentina il movente finanziario è venuto meno. Rimane invece aperto il tema regolatorio, se la separazione servisse ad avere meno vincoli da parte dell’authority» ha detto in occasione del cda di metà gennaio scorso. Eppure, se Vito Gamberale ritornasse alla vecchia casaccca il discorso scorporo con la Cdp probabilmente si riaprirebbe.

Attualmente il modello di Telecom per non discriminare l’accesso alla rete è l’equivalence of output, cioè la fornitura di prodotti all’ingrosso a condizioni, prezzi e prestazioni equivalenti alle divisioni retail di Telecom ed agli Olo (other licensed operators, ovvero Wind, H3G e Vodafone, ndr) attraverso un controllo ex post. «Telecom Italia ha volontariamente dato la disponibilità a migrare verso l’equivalence of input (equivalenza totale per tutti di prodotti, prezzi e processi di acquisto e manutenzione, ndr)», ha detto oggi Patuano.

In cambio Telecom chiede all’Agcom, il regolatore delle Comunicazioni, di rivedere l’abbassamento da 9,28 a 6,28 euro al mese dell’ultimo miglio della rete – che non ha trovato d’accordo né l’eurocommissario per l’Agenda digitale Neelie Kroes né il commissario alla Concorrenza Joaquin Almunia visto che il tetto massimo fissato dalla Ue è 10 euro – ed eliminare l’orientamento al costo per calcolare la remunerazione degli investimenti, cioè un metodo che ripaga soltanto il capitale senza consentire all’azienda di fare margini. Non avendo ottenuto tali garanzie, nei mesi scorsi la compagnia ha congelato il processo di separazione funzionale della rete in rame.

Renzi a fine 2013 ha riconosciuto che «Nell’ultimo periodo la lunga gara al ribasso delle tariffe che c’è stata da parte degli operatori, ha portato, dal mio punto di vista non istituzionale, ad un indebolimento dell’investimento infrastrutturale». Istat ha calcolato che «il 94,8% delle imprese è connesso a Internet in banda larga fissa o mobile (93,6% nel 2012)», ma «circa il 29% di quelle connesse a Internet dichiara di disporre di velocità nominali pari o superiori a 10 Mbit/s». Uno dei livelli più bassi in Europa. «Non vi sono piani operativi di dettaglio per superare il 50% della copertura delle linee con servizi a banda larga e ultra larga, anche se alcuni gestori hanno piani preliminari per raggiungere il 70% al 2020», recita il rapporto Caio sulla banda larga, aggiungendo: «È ragionevole ipotizzare che nelle aree a più alta densità la banda disponibile possa raggiungere i 60-70 Mbps circa». Conclusione: «I piani degli operatori attualmente non prendono servizi a 100Mbps». I  negoziati con Telecom, leggi Telefonica, devono ripartire da qui.

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