Aumentano le rapine, e anche i traumi per i lavoratori

Aumentano le rapine, e anche i traumi per i lavoratori

I dati Istat raccontano che in Italia, dopo anni di relativa calma, le rapine stanno tornando di moda. In banca, ma soprattutto in luoghi meno protetti, come farmacie, tabaccherie, negozi, abitazioni e uffici postali. Francesco, un farmacista brianzolo rapinato lo scorso febbraio, racconta che la sua prima esperienza è stata sei anni fa, e che il momento peggiore è stata quando «i rapinatori ci hanno portato nel retro della farmacia con un revolver puntato sulla schiena, hanno staccato i fili del telefono e portato via non solo i soldi della cassa ma anche quelli nella cassaforte. Nei mesi a seguire ho dovuto prendere un tranquillante per riuscire a dormire». L’aggressione a scopo di rapina nei luoghi di lavoro è un’esperienza potenzialmente traumatica per chi la subisce, e comporta un rischio per la salute psichica, oltre che per l’integrità fisica, come spiegano gli autori di Disturbo Post-traumatico da Stress conseguente a rapina sul lavoro condotto dalla Clinica del lavoro Luigi Devoto, dell’Università degli studi di Milano.

L’Italia ha il triste primato di avere il più alto tasso di rapine agli sportelli bancari rispetto a qualunque altro Paese europeo. Secondo i dati Istat, le rapine in banca hanno registrato una fase di crescita quasi senza interruzione tra il 1985 e il 1998, passando da 1,5 a 5,7 rapine per 100mila abitanti, cui è seguita una diminuzione costante, fino all’ultimo valore registrato, pari a 2,1 rapine per 100mila abitanti nel 2012. Nel 2013 però, secondo i dati elaborati da Ossif, il centro di ricerca dell’Associazione bancaria italiana in materia di sicurezza, tra gennaio e maggio le rapine in banca sono aumentate del 12,3 per cento. Fenomeno, quello delle banche, che riflette l’andamento generale delle rapine denunciate dalle Forze di polizia all’Autorità giudiziaria in Italia, che sono cresciute dal 1985 al 1991 (passando da 42,2 a 69,1 per 100 mila abitanti), per poi attraversare periodi altalenanti e scendere di oltre un terzo nel triennio 2008-2010. Il 2011 poi, ha segnato una ripresa delle rapine, tanto da registrare un aumento del 5,1% solo nel 2012 e del 26,3% nell’ultimo biennio.

Non sono esenti le farmacie, dove anzi secondo i dati Ossif, il numero di rapine è stabile e in aumento dal 2010. La Lombardia e Milano in particolare sono state le zone più colpite negli ultimi anni, con un indice di rischio, secondo i dati forniti da Federfarma, di 31,3 contro una media nazionale di 6,4 (inferiore solo alla Grande distribuzione organizzata, 13,6, ma superiore a banche e uffici postali, 3,8, e tabaccai, 0,8) . Secondo i dati della Questura di Milano, nel 2012 ci sono state 422 rapine di cui 156 a farmacie. Nel 2013 le rapine totali sono state 448 e 243 sono state effettuate in farmacia, più della metà, con un aumento del 36 per cento. In particolare, tra settembre e ottobre dello scorso anno, il fenomeno si è aggravato, con rapine quasi quotidiane nella rete delle farmacie (422 farmacie in città, 468 nella provincia di Milano).

Per valutare gli effetti che un episodio come l’aggressione a scopo di rapina può avere sulla qualità della vita delle persone coinvolte, Giuseppe Paolo Fichera, psicologo e ricercatore presso la Clinica del lavoro dell’Università di Milano, e i suoi colleghi sono partiti proprio dalla piccola realtà della farmacia. Lo hanno fatto attraverso questionari autosomministrati a farmacisti coinvolti in rapine e non. Quello che è emerso è che chi aveva un disturbo cronico, perché coinvolto in un’aggressione su lavoro, aveva punteggi significativamente più bassi in tutti i questionari, con conseguenze sulla qualità della vita e lavorativa. Nella maggior parte dei casi gli effetti negativi sulla salute psichica, in termini di sintomi di stress e depressione, sono transitori e si risolvono nel giro di qualche mese. In alcuni, però, i sintomi diventano cronici, andando a soddisfare i criteri per la diagnosi di Disturbo post-traumatico da stress (Dpts) pieno o parziale. «Si tratta comunque di un’eventualità non frequente», spiega Fichera, «nel senso che la frequenza del disturbo è significativamente inferiore rispetto a quella riscontrata in campioni di superstiti di guerre, grandi incidenti, distastri aerei, attacchi terroristici, deportazione, stupri ecc. Inoltre l’indagine è stata fatta con questionari che i partecipanti hanno compilato da soli, senza l’ausilio del colloquio clinico che avrebbe garantito una maggiore accuratezza diagnostica, e sono riferite a episodi passati. Ci vuole cautela, quindi, nel definire la patologia».

La gravità oggettiva dell’evento (per esempio se la rapina viene fatta a mano armata, se si protrae nel tempo, se ci sono ostaggi e così via) non ci dà necessariamente la misura del rischio di sviluppare una patologia cronica, anzi «i fattori oggettivi della gravità dell’evento hanno un peso relativo rispetto alla soggettiva percezione di ciascun individuo del livello di minaccia. Una persona può subire un evento traumatico che magari sulla carta è anche di entità lieve, ma sviluppare comunque una sintomatologia grave. Perché tutta una serie di motivi che non si possono controllare ne prevedere (fragilità personali, difficoltà esistenziali), è più sensibile in quel momento della sua vita. Nessuno è esente dal rischio e ci sono tanti motivi per cui un’aggressione può essere la goccia che fa traboccare il vaso nella vita di quella persona».

Reazioni di ansia, umore depresso, paura e gli altri sintomi conseguenti a un evento simile, sono assolutamente normali nella fase acuta subito dopo la rapina. Non si tratta di qualcosa di patologico. Diverso però è quando questi scompensi invece di risolversi in poco tempo evolvono verso una cronicizzazione. «Prima si interviene più si riduce il rischio che la sintomatologia iniziale diventi cronica», continua Fichera, «e in questo senso si inserisce l’importanza dell’intervento di sostegno precoce. Ora stiamo testando sui dipendenti delle banche un intervento di sostegno psicologico precoce, che attuiamo subito dopo la rapina, e di cui valutiamo l’efficacia nel tempo».

Nonostante sia stata dimostrata l’utilità dei programmi di supporto per le vittime di traumi, per adesso questo tipo di attività si esegue solo in alcune realtà. Come le banche appunto, che hanno richiesto l’intervento di supporto della Clinica del lavoro. «Manca ancora la cultura per questo genere di supporto», conclude Fichera, «e le farmacie, per esempio, sono enti troppo piccoli, che dovrebbero prendere l’iniziativa da sole, oppure attraverso le associazioni. Nel caso della banche invece è diverso: hanno un servizio di prevenzione e protezione che se ne occupa e che infatti ha richiesto il nostro aiuto. Vista la frequenza con cui questi episodi si manifestano, è necessario sviluppare e sperimentare programmi di prevenzione e supporto ai lavoratori esposti, che possano ridurre il rischio d’insorgenza di sindromi croniche e favorire un più rapido processo di recupero della salute e della capacità lavorativa».  

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