Cent’anni di solitudine

Cent’anni di solitudine

Gabriel García Márquez è morto. Il romanziere colombiano era malato da tempo e solo lunedì scorso era stato dimesso l’ultima volta dall’ospedale per un attacco di bronchite. Si è spento nella sua casa di Città del Messico. Negli anni Sessanta aveva acceso una miccia nel panorama letterario latinoamericano, è stato il maestro del realismo magico. Il grande Gabo, il premio Nobel che non sapeva l’ortografia, che faceva scubadiving con Fidél Castro, ed era intimo amico di Shakira. Che si era innamorato di sua moglie quando lei aveva tredici anni e poi ci era rimasto assieme tutta la vita. Era sopravvissuto a un cancro e non scriveva più.

Nato ad Aracataca il 6 marzo 1927, aveva passato l’infanzia nella casa dei nonni materni in quella piccola località nel nord della Colombia che sarebbe poi diventata la Macondo dei suoi romanzi. Un po’ per compromesso un po’ per mancanza di bussola, era approdato alla facoltà di Legge dell’Università di Bogotá, che aveva presto lasciato per dedicarsi completamente alla scrittura, sulla spinta di una citazione di Bernard Shaw: «Fin da piccolo dovetti interrompere la mia educazione per andare a scuola». A quell’epoca passava le giornate fra la libreria Mondo e i bordelli più malfamati della sua città con il leggendario gruppo di Barraquilla, una specie di circolo letterario di giovani scrittori scapestrati. Tutto ciò che andrebbe detto su quegli anni di gioventù può essere magistralmente riassunto così:

«Accendevo una sigaretta con il mozzicone dell’altra, aspiravo il fumo con l’ansia di vita con cui gli asmatici bevono l’aria, e i tre pacchetti che consumavo in un giorno mi si notavano nelle unghie e in una tosse da cagnaccio che turbò la mia gioventù. Insomma, ero timido e triste, da buon caraibico, e così geloso della mia intimità che a qualsiasi domanda in merito rispondevo con una battuta retorica. Credevo che la mia mala sorte fosse congenita e senza rimedio, soprattutto con le donne e il denaro, ma non me ne importava, perché pensavo di non aver bisogno della buona sorte per scrivere bene. Non mi interessavano la gloria, né i soldi, ne la vecchiaia in quanto ero sicuro che sarei morto per strada molto prima».

Aveva poi passato anni barcamenandosi precariamente fra il giornalismo e la letteratura, fino a quando, nel 1965, guidando, era stato sorpreso da un tuono. Aveva fatto inversione a U ed era scomparso nel suo studio. Diciotto mesi, 3.240 pacchetti di sigarette e 10.000 dollari di debiti dopo, era nato il libro capostipite di un genere letterario. Cent’anni di solitudine. Una metafora della storia e dell’anima dell’America Latina attraverso la vita di una famiglia colombiana. L’opera fu pubblicata inizialmente nel 1967, e venne in seguito definita come «il libro più importante in lingua castigliana dopo El Quijote». Tradotto in 37 lingue, vendette più di trenta milioni di copie.

 
Quando Anthony Quinn gli aveva domandato i diritti cinematografici per Cent’anni di solitudine, García Márquez gli aveva risposto chiedendogli 200.000 dollari: «Cento per il mio giornale, cento per  la guerriglia». Quinn gli aveva risposto: «Te ne do cento per il tuo giornale». Non se ne era più fatto niente. A Cent’anni di solitudine erano seguiti molti romanzi e racconti, fra i più celebri: L’autunno del patriarca (1975) che narra la storia di un ipotetico dittatore caraibico; Cronaca di una morte annunciata (1981); L’amore ai tempi del colera (1985), ispirato alla storia del travagliato e tragicomico amore dei suoi genitori, e Il più recente Memorie delle mie puttane tristi (2004), resoconto platonico della storia d’amore fra un novantenne e una prostituta adolescente.

Dopo tre anni consecutivi di candidature senza successo, nel 1982 García Márquez era stato insignito del premio Nobel per «i suoi libri e racconti, in cui l’elemento fantastico e l’elemento reale si combinano in un magistralmente costruito mondo di immaginazione, riflettendo la vita e gli scontri di un continente». Enrique Santos Calderón, il direttore di El Tiempo, principale quotidiano colombiano, aveva laconicamente commentato: «In un Paese andato in merda, Gabo è il simbolo dell’orgoglio nazionale». Mentre García Márquez concludeva il suo discorso di accettazione augurandosi che «le stirpi condannate a cent’anni di solitudine [avessero] infine e per sempre una seconda opportunità sulla terra», Fidél Castro inviava a Stoccolma 1.500 casse di rum cubano. Poco dopo, regalava allo scrittore anche una lussuosissima villa nell’elegante quartiere di Siboney, all’Havana.

L’altra famosissima amicizia di Gabo, era quella con la sua celeberrima compatriota Shakira. Lui l’aveva intervistata per scrivere un articolo meraviglioso che cominciava con la storia di una ragazzina colombiana che si era suicidata mangiando pastiglie di cianuro a causa della proibizione da parte dei genitori di andare al concerto della cantante a Barraquilla.  Quella che doveva essere un’intervista di appena un’ora alla fine era durata cinque. Nel documentario autobiografico di lei Live & Off the Record lui appariva nel backstage di un suo concerto a Città del Messico. Lei poi commentava: «Gabo è una di quelle persone che non moriranno mai, e sicuramente non nel mio cuore».

Il genere letterario di cui García Márquez era stato il creatore, era una combinazione incredibile fra il bagaglio culturale di un avidissimo lettore e le esperienze, i ricordi, e  i racconti di una vita passata in un continente che può essere definito come un romanzo in carne viva, un luogo in  cui «il miracolo sconfina con la  realtà e i viaggi stravaganti della sua fantasia, delle storie del folklore popolare e dei fatti reali; le allusioni letterarie, tangibili, e a volte, importunamente grafiche, costituiscono descrizioni che sfiorano la rigorosità del reportage», come recitava il comunicato stampa che comunicava il conferimento del suo premio Nobel.

Una delle esperienze più determinanti per la sua formazione stilistica era stata la lettura de La Metamorfosi di Franz Kafka. Un amico glielo aveva prestato durante il suo primo anno alla facoltà di Legge per aiutarlo a prendere sonno, ma «quella volta accadde tutto il contrario: mai più dormii con la tranquillità di prima». Quel racconto gli aveva, infatti, fatto realizzare un elemento decisivo per la sua vita di scrittore: «Capii che non era necessario dimostrare i fatti: bastava che l’autore l’avesse scritto perché fosse vero, senza ulteriori prove che non fossero il potere del suo talento e l’autorità della sua voce». Si rinchiuse in camera per tre giorni, saltando le lezioni ed evitando ogni contatto umano «per timore che si spezzasse l’incantesimo. Scrisse un racconto dal titolo La terza rassegnazione, che lasciò sulla porta della redazione del quotidiano El Espectador come un anonimo pacco bomba (suonando il campanello e scappando). Due settimane dopo vide il suo racconto sulla prima pagina del giornale. Dovette farsene regalare una copia da un passante perché non aveva neanche i soldi per comprarlo.

L’altra fondamentale influenza letteraria di García Márquez, o come lui stesso lo definì «uno dei miei demoni tutelari» fu William Faulkner, tanto che, nel 1961, in difficoltà economiche e con il suo primogenito in fasce, intraprese un viaggio in autobus con sua moglie attraverso il Sud degli Stati Uniti, per visitare quei luoghi di cui aveva letto e che lo avevano ispirato.

García Márquez e Vargas Llosa si erano conosciuti a Caracas nel 1967, quando quest’ultimo era stato insignito del premio Rómulo Gallegos, il più prestigioso riconoscimento letterario in America Latina. Era nata un’intensa amicizia. Il 14 febbraio del 1976, però, a una proiezione cinematografica, García Márquez era andato incontro all’amico a braccia aperte per salutarlo. L’altro, senza dire una parola, gli aveva rifilato un brutale pugno nell’occhio. I motivi di questo meraviglioso dramma sudamericano sono ancora sconosciuti, e mai più i due tornarono a parlarsi. Era uno dei tanti episodi di una vita che essa stessa rassomigliava a un romanzo, o forse, come lui stesso scrisse: «La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda, e come la si ricorda, per raccontarla».