Giappone: ritorno al nucleare

Giappone: ritorno al nucleare

Il governo giapponese, guidato dal conservatore Shinzo Abe, ha da poco approvato un nuovo piano nazionale per l’energia. A poco più di tre anni dall’incidente alla centrale nucleare numero uno di Fukushima — gravemente danneggiata da un terremoto di magnitudo 9.0 e da uno tsunami — Tokyo riafferma l’importanza del nucleare per soddisfare il fabbisogno energetico nazionale e prepara la riattivazione dei reattori oggi spenti per controlli di sicurezza. Come si legge nel testo approvato l’11 aprile scorso e consultabile sul sito del Ministero dell’economia, del commercio e dell’industria (METI), l’energia nucleare è una fonte “importante” per il fabbisogno energetico minimo del Giappone che contribuisce a garantire la sicurezza energetica del paese-arcipelago. Una prima versione del testo era stata stilata durante un incontro interministeriale a dicembre 2013.

Oltre alla sicurezza energetica per il paese, il documento del governo Abe mette in risalto concetti chiave quali la sicurezza degli impianti, l’efficienza economica delle fonti e l’attenzione all’ambiente. «La riattivazione dei reattori nucleari procederà solo nel caso in cui la Nuclear Regulation Authority (NRA) [l’autorità di controllo degli standard di sicurezza degli impianti giapponesi, ndr] riconoscerà che questi sono in regola con i più severi standard in ambito internazionale», si legge nel documento ufficiale.

Per il governo giapponese il nucleare rientra a pieno nei parametri di riferimento della strategia energetica nazionale: poche emissioni, poche oscillazioni nel prezzo. Rimane la questione della messa in sicurezza degli impianti, su cui comunque il documento rassicura: «è una priorità assoluta».

Altro capitolo delicato è quello delle scorie nucleari: cosa farne? Sono 17mila le tonnellate di combustibile nucleare esaurito in Giappone. La maggior parte è stata stoccata in cave scavate nel terreno a profondità di circa 300 metri, ma sarebbero allo studio procedure incentrate sul recupero e il riciclo del combustibile che permetteranno alle generazioni future di «scegliere l’opzione migliore». A questo proposito, sembra bloccato il progetto di Monju, nel sudovest dell’isola principale dell’arcipelago giapponese, un prototipo di centrale “autofertilizzante” – che a pieno regime dovrebbe produrre più combustibile di quanto ne consumi in modo da autoalimentarsi – dopo anni di polemiche sulla sua costruzione e dopo la recente opposizione della NRA al suo riavvio a causa di mancati controlli di sicurezza, mentre dovrebbe procedere indisturbato il progetto che riguarda l’impianto di riprocessamento di Rokkasho, nella provincia settentrionale di Aomori.

Per legge il governo di Tokyo deve ricontrollare almeno ogni tre anni il documento che detta le linee-guida della politica energetica e se necessario rivederlo. Il primo risale a oltre dieci anni fa, quando sotto la guida del conservatore Jun’ichiro Koizumi, il governo giapponese optò per una spinta al nucleare per tagliare le emissioni di gas serra e rientrare nei parametri fissati dal protocollo di Kyoto. Prima dell’incidente di Fukushima, con 54 reattori attivi in tutto il paese, l’energia nucleare costituiva quasi il 30 per cento dell’approvvigionamento energetico totale del paese del Sol Levante. Oggi però la situazione appare radicalmente diversa.

Da settembre 2013 il Giappone è un paese a nucleare zero. Con lo spegnimento dell’ultimo reattore attivo, il numero quattro della centrale di Oi, nella provincia sudoccidentale di Fukui, la produzione di energia atomica è tornata ai livelli di maggio 2012, quando da Tokyo era partito l’ordine di portare offline tutti i cinquanta reattori ad uso commerciale del paese-arcipelago per avviare controlli di sicurezza. Una scelta inevitabile ma che ha avuto ripercussioni dirette sulla bilancia commerciale giapponese: il Giappone dipende oggi per l’84 per cento da energia d’importazione. Di conseguenza, dovendo aumentare l’acquisto di carbone, petrolio e gas naturale da impiegare nelle centrali termoelettriche, molte aziende elettriche giapponesi dall’estate 2012 a oggi hanno rincarato le bollette da un minimo del 3 fino al 9 per cento.

Oi è stata però un’eccezione. A luglio dello stesso anno, cedendo alle pressioni riguardo l’approvvigionamento energetico per l’estate dell’azienda elettrica che gestisce l’impianto, il governo di Yoshihiko Noda aveva concesso una riattivazione temporanea scatenando una violenta reazione del movimento anti-nuclearista che ha organizzato sit-in di fronte ai cancelli della centrale.

Le proteste di Oi non sono state un caso isolato. Dall’estate 2012 per oltre un anno e con cadenza settimanale si sono tenute proteste contro l’energia nucleare sotto la residenza-ufficio del primo ministro a Nagata-cho, nel centro di Tokyo. Fino al 9 marzo scorso, quando, appena due giorni prima del terzo anniversario dal triplo disastro del 2011, migliaia di cittadini hanno manifestato nel parco di Hibiya, nel centro della capitale giapponese, contro il nucleare. Un recente sondaggio della Nhk, la tv pubblica, indica che gran parte della popolazione giapponese è contraria alla massiccia presenza di centrali nucleari su tutto il territorio nazionale: circa l’80 per cento degli intervistati si è detto favorevole a una riduzione della dipendenza del Giappone dal nucleare. Il 95 per cento di loro, inoltre, si è detto preoccupato dalla situazione a Fukushima, dove i lavori di bonifica procedono a rilento tra continue perdite di acqua radioattiva nell’ambiente. Anche se dal primo aprile è stato sospeso l’ordine di evacuazione per un piccolo comune nel raggio di trenta chilometri dalla centrale numero uno di Fukushima, circa 140mila persone rimangono ancora sfollate a causa del rischio di esposizione alle radiazioni.

L’opposizione popolare al nucleare in Giappone rimane forte. Anche per questo, Toshimitsu Motegi, a capo del METI, ha sottolineato davanti alla stampa che il piano energetico nazionale appena approvato punta a «ridurre la dipendenza dal nucleare» e a trovare nei prossimi tre anni il giusto mix di fonti energetiche. E qui potrebbero giocare un ruolo fondamentale le rinnovabili che entro il 2030 dovranno coprire il 20 per cento del fabbisogno energetico nazionale.

Dati alla mano — rivela Reuters — il ritorno al nucleare costa molto alle stesse utility dell’energia: l’equivalente di 16 miliardi di dollari è stato speso per l’adeguamento degli impianti ai nuovi standard di sicurezza. A Satsumasendai, 100mila anime nella provincia meridionale di Kagoshima, intanto la popolazione attende con impazienza. I lavori alla centrale di Sendai sono finiti, manca poco alla riattivazione. Tra poco ritorneranno anche migliaia di lavoratori che negli anni scorsi hanno contribuito a far muovere l’economia cittadina. «Il fatto che siamo tra i primi nella lista dei restart – ha spiegato il sindaco di Satsumasendai Hideo Iwakiri — dimostra una sola cosa: che qui abbiamo l’impianto più sicuro di tutti».

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