Il Ritorno al futuro di Antonello Venditti

Il Ritorno al futuro di Antonello Venditti

Un paio di sere fa sono entrata al Teatro degli Arcimboldi di Milano per assistere, rigorosamente da sola, a un concerto di Antonello Venditti. Non ero mai stata a un suo live prima, complici i prezzi sempre sproporzionati rispetto al valore di uno spettacolo che generalmente relega la prima produzione del cantautore romano a una posizione di secondo piano dando invece spazio soprattutto alle canzoni decisamente meno rilevanti degli ultimi album.

Ma questa volta era diverso. Il tour che Venditti sta portando nei teatri italiani dall’inizio dell’anno si chiama Ritorno al futuro citazione cinematografica presa in prestito per racchiudere in sé e segnalare al pubblico l’idea di una scaletta atipica, straordinaria e sognata per anni da tutti i cultori del Venditti dei tempi d’oro: una ventina di canzoni tutte tratte dai dischi degli anni Settanta e Ottanta.

So che la voce di Venditti è ancora pressoché intoccata dagli anni che passano e quindi mi procuro un biglietto per la costosissima seconda data milanese e affronto il concerto in solitaria soprattutto per la mancanza di voglia di coinvolgere in questa avventura dai toni retromaniaci persone solo parzialmente incuriosite.

Mi siedo a una decina di file dal palco e vicino a me ci sono due donne, una signora ingioiellatissima e molto elegante, chiaramente appartenente all’alta borghesia milanese e sua figlia, lì al suo fianco, appena più che ventenne che già percorre, in termini estetici, la strada intrapresa dalla madre. Per il resto il pubblico è perlopiù composto da coppie sulla cinquantina o sulla quarantina, tutti visi e look davvero eterogenei, mi guardo intorno e a parte la figlia della signora al mio fianco, sono evidentemente la più giovane della platea. In molti si scattano fotografie con il flash, tradiscono in più momenti la poca dimestichezza con l’ambiente teatrale e lasciano viaggiare nell’aria, più volte, la parola selfie.

La signora accanto vede che scrivo cose su un foglio e mi chiede cosa sto facendo, mi stupisco un po’ del suo interessamento e le spiego che sono lì perché vorrei scrivere un pezzo, se sarà possibile, sul concerto che stiamo per vedere ma che, soprattutto, Venditti mi ha inconsapevolmente accompagnata fin dalla nascita e ha contribuito a farmi innamorare dei cantautori italiani, aggiungo che mi chiamo Giulia come una sua canzone contenuta nel disco Sotto il segno dei pesci, brano che folgorò mia madre facendole capire che Futura — la canzone di Dalla — non era il nome per me.

La signora sorride e con enfasi mi presenta Giulia, sua figlia lì di fianco, dicendomi che il nome della sua bambina ha le stesse origini. Sorridiamo e per un attimo ci sentiamo tutte e tre avvolte da questa bolla di empatia pop italiana, sentimentalismo puro e semplice, bello. Scrivo un sms a mia madre dicendole che il posto accanto al mio è rimasto profeticamente vuoto.

Provando ormai grande confidenza, poco prima che si spengano le luci, la signora guarda il mio biglietto, capisce che si tratta di un accredito, empatizza e mi spiega che anche lei e la figlia non hanno pagato i loro posti in poltronissima, mi racconta che quei biglietti erano in realtà di una sua collega che doveva essere lì con la sua migliore amica, moglie di un importante politico italiano dell’estrema sinistra parlamentare la quale però, all’ultimo, aveva declinato.

Luci spente.

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Antonello Venditti è più basso di quanto pensassi, è magro, con pochissimi capelli sulla parte centrale del capo e, come tutti sapete, una lunga e folta chioma dietro, sempre della stessa lunghezza da anni, mantenuta identica a sé stessa come una forma di attaccamento capellone alla vita.

I Rayban degli anni ’70 ci sono e il panama appoggiato sul lato sinistro del pianoforte a coda pure. Solo in quel momento realizzo la forza mediatica di questi due oggetti, accessori da scena che hanno attraversato piccoli club, piazze, palasport, teatri, feste romaniste al Circo Massimo e chissà quanti altri luoghi ancora.

Ad aprire le danze è Sora rosa, un pezzo pubblicato nel 1972 in Theorius campus, l’album scritto a quattro mani con Francesco De Gregori, ma in realtà composto alcuni anni prima, un brano caratterizzato da un testo sorprendente, in termini di maturità, per quel giovane Venditti che ora, sessantenne, lo esegue solo voce e piano in modo del tutto aderente alla versione originale.

Capiamo subito che sarà un grande concerto perché questo Ritorno al futuro sembra, almeno musicalmente, non aver modificato il passato: saranno mantenuti gli arrangiamenti originali e gran parte del live sarà per voce e piano.

Quello che però non sappiamo è che questo non sarà un concerto soltanto ma, a tutti gli effetti una lezione di storia, il racconto lunghissimo, per nulla sintetico, completamente libero e politicamente poco corretto di un uomo che ha attraversato i decenni rendendo protagonisti delle proprie canzoni eventi storici più o meno intimi.

Il viaggio inizia con un Antonello Venditti adolescente, obeso, costretto da una madre professoressa («una professoressa madre») a studiare ossessivamente il latino e il pianoforte, a trascorrere la propria giovinezza tra messe con la nonna, troppi gelati con panna, arrosti e scuola. Un quindicenne, Venditti, che una domenica si sveglia malato e, costretto a seguire la messa in tv, decide invece di chiudersi in camera a chiave, sedersi al piano e iniziare a raccontare accuratamente la propria vicenda famigliare, il proprio disagio e l’incontro precoce con uno psichiatra. Nasce così Mio padre ha un buco in gola.

In questo modo nello spettacolo iniziano ad alternarsi i racconti e le canzoni, accuratamente disposti come accadeva nei recital degli anni ‘60: ogni brano è introdotto dal racconto che lo ha animato e che gli ha dato vita. Risulta inatteso e a tratti davvero sorprendente come il lungo racconto storico di Venditti sia dettagliato, preciso e appassionante, una sola vicenda, la storia di una vita, descritta in modo mai frammentario unendo la grande storia di un’Italia perduta, alla più piccola storia della cultura della nostra canzone d’autore e, naturalmente, del modo in cui Venditti l’ha intercettata contribuendo in modo corposo alla sua fioritura.

Si narra di una fuga da casa per vivere con i compagni di classe in una forma embrionale di comune dalle parti di piazza San Pantaleo, della diffusione del rock americano per le strade di Trastevere fino alla nascita del Folkstudio di via Garibaldi con i suoi due uomini-simbolo: Bradley e Cesaroni.

Repentinamente Venditti inizia a raccontarci delle occupazioni, di Valle Giulia, di polizia, di compagni non poi così compagni, della figura autentica, umana ed esemplare di un padre prima anarchico e poi vice Prefetto proprio negli anni della Contestazione: «quando la polizia ci ha preso a Valle Giulia ero al commissariato e arriva mio padre a prendermi perché era vice Prefetto e poteva farlo, mi dà un ceffone davanti a tutti e mi dice di muovermi, che si va a casa: mi ha fatto fare una figura di merda ma dopo un po’ di anni ho capito cosa intendeva quando mi diceva “Antonè attento, non è tutto rosso quel che luccica”… aveva ragione».

Il tutto supportato dalle esecuzioni piano e voce delle sue canzoni che seguono di pari passo il racconto e si mostrano dense di un’emotività storica che sembra raggiungere la vetta con quella Compagno di scuola in grado di offrireal cantautore l’occasione per parlare di censura, cause perse in tribunale per un «Ammazzate Gesù Cri’ quanto sei fico» – per via di quell’aggettivo ancora assente dai dizionari – e per quella compagna del primo banco che «la dava tutti tranne che a te»che all’epoca non convinse molto la RAI.

E poi soprattutto la musica, i primi successi, la separazione artistica da De Gregori, i giornalisti intransigenti nei confronti dei cantautori impegnati, i pennivendoli allineati alle chiusure culturali dell’Italia tinta di rosso solo in superficie.

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Il matrimonio, l’amore, un figlio, l’eroina di Lilly «la rieseguo in questo tour da allora, non l’ho mai più cantata dal vivo, diventò una hit ma per me era il dramma vero della mia giovinezza, non ho visto niente di peggio degli eroinomani in crisi d’astinenza, spesso miei amici, o amori come in questo caso… un dolore che sentivo di non poter neppure trasmettere al pubblico».

Se la maggior parte degli astanti appare stupita e coinvolta da questa lunga storia, c’è qualcuno che grida a Venditti di smetterla e di, testualmente, cantare di più e parlare di meno. Non stupisce poi molto questa reazione, l’incomprensione di un modo così atipico, fuori dal tempo e coraggioso di svelare il proprio passato artistico, rendendo la serata totalmente retromaniaca e non solo dal punto di vista musicale, lontana dai tempi incalzanti dello spettacolo pop contemporaneo e dalle previsioni dello spettatore medio che, per vedere realizzate le proprie attese, ha speso cifre per nulla irrisorie.

Nulla, però, ferma il nostro viaggio e Venditti continua a svelarci le storie dei suoi pezzi, ora eseguiti insieme a una band che lo raggiunge sul palco insieme a una ventina di donne del pubblico invitate a sedersi lì accanto al piano, sedute sotto abat jour su divani in pelle o a terra, sui tappeti, in una scenografia che ci ricorda «come si stava insieme negli anni Settanta».

Ci si commuove un po’ e si canta su Sara, hit transgenerazione che, ci racconta Venditti, è la versione positiva della storia di tante ragazze madri in realtà abbandonate dai fidanzati e dalle famiglie, e poi su Giulia, la trasposizione musicale delle crepe sentimentali del femminismo. Arriva Bomba o non bomba:«l’intellettuale di Firenze mi pare che oggi sia proprio Matteo Renzi, anche lui dice che non ha l’elmetto e che manca l’analisi… resto perplesso, come allora».

Intanto si approda agli anni Ottanta e dopo il bellissimo momento corale su Sotto il segno dei pesci arriva Modena a ricordarci di quando, finito il ‘77 e chiusa l’esperienza del Movimento Studentesco, arrivarono gli anni del riflusso e nelle feste dell’Unità cominciarono a campeggiare le pubblicità della Coca Cola accanto alle bandiere rosse, uno snodo cruciale in cui l’appartenenza a un periodo storico vissuto collettivamente si sfilacciava progressivamente oppure, semplicemente, si modificava allontanandosi e trasformandosi in ricordo, come si spiega bene in Notte prima degli esami.

Il tono cambia, la Storia si fa adulta e Ci vorrebbe un amico accompagna il dettagliato disegno degli anni del divorzio, quelli della vita in Brianza per un breve periodo e l’amicizia con Lucio Dalla che riporterà Venditti a Roma, consegnandolo nuovamente al pop e alla scena musicale anni ‘80, quella delle feste, dei cocktail, della Roma dispersiva del socialismo in fiore.

A concludere la festa è In questo mondo di ladri che ci appare più che mai ritratto eccellente di quella società che ha generato la nostra, di un tempo che ha seminato per noi, tratteggiando le ombre primigenie di una contemporaneità di sfasci esistenziali, sociali e politici.

Com’è giusto che sia non esiste bis per il Ritorno al futuro, il sipario cala quasi senza darci il tempo di realizzare che il lungo viaggio è finito, che fuori dal teatro si addensa il nostro tempo, su Milano e sull’Italia, e che non sarà certo un nuovo album di Antonello Venditti a raccontarci il futuro.