La Brianza d’Arabia brilla di Swarovski

Viaggio al termine della crisi

«La sarà minga bela, l’è vistosa, è come vedere una donna tüta pitürada. Il giorno dopo, quando ha lavato via tutto non c’è più niente». Enrico Galimberti, «70 anni e 10 mesi», fa il tappezziere a Cabiate, in Brianza, da quando aveva «10 anni e 10 mesi». Sulle pareti della bottega ha attaccato: un disegno del monte Cervino, un ritratto di Garibaldi, l’attestato di campione del torneo di scopa cabiatese e una foto del coro in cui canta.

La stoffa che gli hanno portato «dalla ditta» per imbottire le 10 sedie di un tavolo di 4 metri e 60 è un arabescato color perla. Ciascuna sedia ha decorazioni in foglia d’oro lungo uno schienale che si alza sinuoso. «Gli arabi non hanno il gusto come noi, dice, l’è cume il mangià. Ma noi ci adattiamo, dobbiamo vendere».
E il tavolo, Signor Galimberti, è anche quello tutto d’oro? «Eh, cavoli!»

Sotto la stoffa arabescata destinata «all’Arabia», c’è un manto di pelle di coniglio. Grigio e morbidissimo. «Va su questa poltrona», indica. Mostra una fascia sottile di legno chiusa a cerchio. Vi monta un pezzo di acciaio, facendoci capire come sarà una volta terminata. «Sembra una roba strana, ma montata è comodissima. È design, questo». Il coniglio è destinato all’Italia, la foglia d’oro e l’arabescato volano «in Arabia».

Il Signor Galimberti ha conosciuto il passaggio dalle imbottiture in linaccio, a quelle in lana, e poi in lattice. E negli ultimi anni ha imparato anche ad adeguarsi ai gusti di arabi, russi e africani, oggi i principali acquirenti dei mobili prodotti in Brianza, dopo che la vecchia Europa ha smesso di comprare.

La settimana prima del Salone del mobile la sua bottega «era piena di cose astruse». C’erano anche due antoni con dentro 10 brillanti, racconta. Intende swarovski? «No, brillanti. Gli swarovski, alla Rho Armando, li adoperano per colazione. Adesso si sono messi a fare boiserie con i brillanti nelle pareti. Giuro che non le ho mai viste prima. L’è roba che va in Russia». A 70 anni e 10 mesi il Signor Galimberti è ancora in bottega a dare una mano al figlio. Che non c’è.

Su 7300 abitanti, a Cabiate 650 sono partite Iva. «Record europeo», dice orgogliosa Raffaella Agostoni al Centro di promozione della Brianza. L’aria in Paese è attraversata da ondate di vernice fresca scappate dai capannoni. Le vetrine degli espositori di mobili si rincorrono a ogni incrocio. «La volontà aiuta gli uomini a fare meglio», si legge sul muro scrostato di una vecchia cascina. «È una frase del Duce», dice l’Agostoni.

La solida Brianza evolve insieme agli eventi. Ma la crisi, l’export verso “nuovi mondi” e nuovi gusti non intaccano cose che gli abitanti si portano scolpite dentro. Il capannone, l’etica del lavorare duro, il cognome. La giornata scandita da orari precisi. La bottega del Signor Galimberti si affaccia sullo stesso piazzale dove a 10 anni e 10 mesi giocava a calcio con gli amici. «Ero in V elementare e pesavo 27 chili. Una sera passa uno e mi dice: vieni con me. Mi porta in bottega. Si lavorava dalle 7.30 alle 12, dalle 13.30 alle 16.30 e dalle 17:00 alle 20.00. Quella sera attacco alle 17 e finisco alle 20. A fine turno mi dicono: “Sei garzone, spazza per terra”. Sono tornato a casa alle 20:30 e mio papà mi dà uno scappellotto sulla testa. “Dove sei stato?” “A lavorare papà”. “Ah, bravo, mi dice, allora vai anche domani”».

Nella zona industriale, la Porada, alle 12:00 e un minuto è tutta una fila di auto che tornano verso il paese. Se offri una caramella alle 11:30, a Cabiate rispondono che non possono, «spezzo l’appetito, tra mezz’ora si mangia». «Alle 12:00 l’artigiano ha le gambe sotto la tavola», spiega Roberto Galimberti della Galimberti & Co, una cinquantina d’anni, di fronte a un pacchetto di Tic Tac.

Il Signor Roberto ha preso in mano l’azienda del padre a 17 anni e ha iniziato a esportare. Prima l’Olanda e la Francia. Ora Algeria, Russia, Giappone. «Mio papà faceva l’intagliatore ed era sempre a buleta. A me invece piace guadagnare e mi son messo a fare mobili».

Il Signor Roberto continua a mangiare alle 12.00 in punto, come agli inizi, ma nel cortile del suo stabilimento i tronchi in attesa di lavorazione sono solo una decina. «Prima era pieno di assi fino a laggiù», indica. Ora arrivano giusto quelli che servono per la produzione a breve. Costa troppo tenerli, soprattutto ora che la produzione è più una navigazione a vista, e non una solida traversata in acque tranquille. «Negli anni d’oro Cabiate era disseminata di tronchi. Ce n’erano a decine attorno a ogni stabilimento», racconta la signora Agostoni, che da giovane faceva l’interprete per le aziende del posto. 

I modelli a catalogo sono diventati, da poche unità, una trentina «per attirare l’attenzione, fare scena». Sui tavolini la foglia d’oro impazza e spuntano cornici di piccoli swarovski, maniglie di fiori argentati. Nel catalogo della Galimberti & Co c’è un modello chiamato «Algeri», un tavolino dal piano in marmo rosato. «All’Africa piace il marmo», spiega, «in Algeria mandiamo 6 container di tavolini ogni anno». L’altro ieri è partito un camion diretto a Valencia pieno di pezzi in foglia d’ora. «Vanno in una villa di una signora del Camerun, moglie di un ministro africano».

«Quando vuoi un letto che brilla me lo dici», saluta.

Insieme ai mobili della Brianza, l’Africa ha iniziato ad assorbire anche le maestranze. Giovanni Pozzi, 30 anni, doratore, mestiere ereditato dallo zio, tre anni fa ha trascorso due mesi in Nigeria, a Lagos, per dorare con la foglia d’oro le pareti di una villa in costruzione. Ogni anno sono almeno un paio le offerte di lavoro simile che gli arrivano da aziende brianzole che curano l’arredamento di ville africane, russe, medio orientali. «Anziché mandare i loro doratori interni, spesso cinquantenni, cercano noi giovani a partita Iva, più agili».

Ma l’export brianzolo non è solo foglia d’oro. C’è in Medio Oriente, Russia, Cina, una nuova clientela, ricca, che sta cambiando gusto, perché abituata a viaggiare per l’Europa.

Alla Porada, azienda di 50 dipendenti, l’85% dei 14 milioni di fatturato viene dall’export. Negli anni della crisi questa azienda nata nel dopoguerra ha addirittura visto aumentare le vendite. Di foglia d’oro qui non c’è traccia e il filo conduttore dei pezzi d’arredo sono legno, linee morbide e uno stile ereditato dagli anni Sessanta e Settanta, quello che era contemporaneo al nonno di Alessandro Allevi, export manager dell’azienda.

Inghilterra, Russia, Giappone, Middle East (lo dicono in inglese, qui). Questi i principali clienti. E poi l’Africa, mercato in cui la Porada ha appena iniziato a penetrare, perché nei nuovi mercati entra prima l’arredo classico, «e solo dopo arriviamo noi con linee più contemporanee».
«Già a fine 2009-2010 mandavamo fornitura al nord Africa. poi le primavere arabe hanno bloccato tutto. Nigeria, Angola, Ghana, Kenya, questi i Paesi che si stanno muovendo. Magari si appoggiano a designer inglesi che vengono poi da noi». Nel capannone, uno scatolone diretto in Inghilterra è rivestito di assi di legno. «Questo ha le assi, ce lo ha chiesto uno studio inglese ma la destinazione finale è extra-Europa. Va a New York, o in Africa», racconta Allevi. 

Alle 12.00 nel reparto produzione della Porada suona la campanella. Falegnami, carteggiatrici, doratori e anche i “signori padroni” staccano. Arriva la crisi, si cambia mercato, si adegua lo stile. Ma la Brianza dei Canzi, dei Galimberti e Pozzi lavora duro, gioca a carte, e va a pranzo sempre alla stessa ora.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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