Le micro-riforme che migliorano la vita degli italiani

Le micro-riforme che migliorano la vita degli italiani

Se chiedessimo a un economista una ricetta in pillole per far ripartire l’Italia, molto probabilmente conterrebbe riforme del mercato del lavoro, della giustizia, del funzionamento della macchina legislativa e del perimetro della cosa pubblica, oltre che una riforma del nostro sistema di istruzione. Temi complessi, su cui anche persone informate e esperte hanno spesso idee discordi. Ecco perché portare avanti queste riforme – che oltretutto toccano gli interessi di tanti – non è impresa facile. Il governo Renzi dice “cambia verso” e non si può che sperare nel suo successo.

Esistono anche tante micro–riforme da portare avanti a livello locale – appunto micro – che migliorerebbero, e di tanto, la vita dei cittadini. Riforme che non costano tanto dal punto di vista finanziario e su cui non c’è da discutere sul merito o sui dettagli: tutti – o quasi – sarebbero d’accordo.

Ecco un esempio molto concreto e personale. Vivo a Roma e stamani ho portato mia figlia – di circa un anno – per un vaccino al centro vaccini della Asl Roma E. Avevo prenotato, e mi sono presentato puntuale alle 7:30 per sentirmi dire che il vaccino non era “momentaneamente” disponibile. Quando ho chiesto la ragione per cui non ero stato avvisato, in modo da evitare oltre alla levataccia una riorganizzazione della mia giornata tra baby–sitter, asili e impegni di lavoro mi è stato incredibilmente risposto che la procedura interna prevede di registrare l’appuntamento, il recapito dell’interessato, ma non la ragione per cui l’appuntamento è fissato. Quindi, questa la giustificazione, l’ufficio non poteva sapere per quale vaccino mi sarei presentato. Procedura surreale, vero? Non a detta della dottoressa responsabile, che dopo una alzata di spalle mi ha fatto capire che non erano certo questi i problemi che la preoccupavano. Di scuse neanche a parlarne.

Questo è un esempio lampante di procedure e management inadeguati. Chi gestisce un centro vaccini in questa maniera – ma esempi simili in contesti diversi affollano sicuramente la memoria di tanti italiani – dovrebbe essere semplicemente sostituito. D’altronde, se l’ambulatorio fosse stato privato i cittadini avrebbero semplicemente smesso di servirsene determinandone la chiusura, a meno di un cambio di registro. Cosa pensereste mai se vi recaste da un dentista per una otturazione, per sentirvi dire che l’occorrente non è “momentaneamente” disponibile?

D’altronde, la qualità dei servizi pubblici tipicamente offerti da una città (sanità, sicurezza, trasporti, pulizia delle strade, etc.) non è di interesse dei soli cittadini: è anche una delle variabili guida degli investimenti esteri e del flusso di immigrazione a alto capitale umano di cui tanto il nostro paese ha bisogno.  E, da questo punto di vista, Roma ha tanto da imparare: dalle mille macchine che ostruiscono impunite gli attraversamenti pedonali, alla spazzatura non raccolta, al trasporto pubblico al collasso, ai quartieri del centro ostaggio della movida notturna violenta. Davvero non si può fare nulla per risolvere questi problemi? O, piuttosto, chi dovrebbe risolverli non ha forse le competenze per risolverli? Suggerire al sindaco Marino di partire dall’istituzione di un efficiente servizio open data di raccolta di lamentele da parte dei cittadini, sul modello del 311 di New York, dal momento che il servizio al momento disponibile sul sito web del Comune di Roma sembra appartenere all’era pre–digitale.

Ecco perché la proposta di riforma della pubblica amministrazione del ministro Madia – che sembra prevedere prepensionamenti per ringiovanire il corpo dipendenti – convince. Perché questa riforma non ha l’obiettivo di trovare posti di lavoro a chi ora è disoccupato, ma quello di migliorare la qualità dei servizi erogati dalla macchina amministrativa attraverso un innalzamento medio della qualità delle risorse umane. Così non dovremo più leggere di esempi estremi come quelli dell’azienda dei rifiuti di Napoli, dove su 2.381 dipendenti gli under 30 sono solo 3, l’età media 58 anni e 117 dei 300 addetti alle pulizia sono “inabili totali o parziali”, come racconta Marco Demarco sul Corriere del Mezzogiorno.