Ordiniamo sempre più cibo da casa

Ordiniamo sempre più cibo da casa

JustEat alla City di Londra, GrubHub a Wall Street. I colossi della consegna a domicilio prendono quota anche in borsa. Hanno intercettato la domanda di pasti per asporto da mezzo mondo, cavalcando l’onda dei servizi offerti tramite mobile device, in un mercato internazionale in continua espansione, per trovare approdo nel mercato azionario. Ma nell’universo del food delivery c’è molto di più. Attorno ai pianeti più grandi gravitano molti satelliti, e le abitudini alimentari che cambiano. Persino nella tradizionalista Italia.

La prima a scendere in campo, nel 2001, è stata proprio JustEat, che dalla Danimarca è riuscita a espandersi in 13 Paesi e tre continenti, dilagando a suon di acquisizioni in Brasile, India, Canada ed Europa. Attualmente sono 41mila i ristoranti affiliati, per un giro di 40 milioni di ordini tra sito web e App nel solo 2013. E un fatturato in crescita del 57 per cento l’anno scorso. Si tratta di un aggregatore di locali che fanno consegne in modo autonomo. «È una grande piazza virtuale, un market place business to consumer che collega le piccole imprese di ristorazione ai consumatori finali, chiedendo all’azienda una commissione del 12 per cento su ogni transazione», spiega Benvolio Panzarella, direttore generale di Just Eat Italia. Al suo ingresso nel London Stock exchange, il 3 aprile scorso, JustEat è entrata con una valutazione di quasi 1,8 miliardi di euro. All’apertura ha registrato un rialzo del 10 per cento, per chiudere con un più 8,9 per cento e la vendita di 138 milioni di azioni.

Ventiquattro ore dopo è stato GrubHub a debuttare sul New York Stock Exchange. “Born in the U.S.A”, l’altro gigante dell’home delivery ha registrato un +33,77 per cento e si è collocato a 26 dollari per azione e una valutazione della società a 2 miliardi di dollari. Fondato nel 2004 a Chicago, conta ora una gamma di oltre 28mila menu in 600 città degli Stati Uniti e a Londra. Il lancio della prima app a supporto dell’attività, nel 2009, ha aumentato il fatturato del 2 per cento nel primo anno, per poi registrare un aumento del 10 per cento e del 20 per cento negli anni successivi. E nel 2013 gli ordini da mobile device sono passati al 43 per cento sul totale.

Il mercato internazionale del take away food è stimato, come ha riportato un articolo del Sole 24 Ore, in 93 miliardi di dollari e nei prossimi tre anni dovrebbe crescere di 11 miliardi. 

Che sia per risparmiare tempo, per la praticità offerta dalla tecnologia o per la diffusione di nuove tendenze alimentari, anche in Italia il business delle consegne a domicilio è in grande espansione. In una realtà del settore ristorazione che, secondo le indagini del Fipe, ha perso 9mila imprese anche nel 2013, curiosamente sono le attività take away a soffrire meno rispetto alle attività tradizionali, con un saldo negativo tra aperture e chiusure rispettivamente di 500 unità per l’asporto e di 3mila per chi offre servizio al tavolo.

Saranno forse le consegne a domicilio a salvare le imprese tradizionali in tempo di crisi? Presto per dirlo, ma il food delivery è decisamente una realtà in crescita.

JustEat rimane il numero uno sul mercato nostrano, con una presenza in 140 città, oltre 70mila like su facebook e i menu di 1300 ristoranti. Arrivata nel Bel Paese attraverso l’acquisizione della romana Clickeat.it, nel maggio 2011, lo slogan “don’t cook, just eat” ha colpito anche la penisola, con un aumento del 300 per cento negli ordini soltanto nel 2013. «Offriamo un servizio di marketing, conoscenza del mercato e accesso alle tecnologie al mondo della ristorazione senza modificare i costi per i clienti», racconta Panzarella. «Mai avrei pensato di arrivare dalla California in Italia per portare il cinese ai napoletani», eppure le abitudini italiane stanno cambiando, conferma il country manager. Secondo i dati dell’azienda, in tutta Italia l’etnico è cresciuto del 22 per cento nell’ultimo anno, con picchi del 52 per cento a Bologna, seguita da Roma (+35%), Torino (+ 19%), Padova (+18%). Il primato di città dal palato più internazionalizzato va a Milano. «È per ora l’unica in Italia in cui la percentuale degli ordini della pizza (47,84%) è inferiore rispetto a quella delle cucine “alternative”». Sono sushi, cinese e americano a guidare i consumi del capoluogo lombardo, mentre nel resto della penisola, pizza esclusa, è la cucina cinese a guidare la classifica con oltre il 30 per cento di ordini, seguita dal sushi (25%) e americano (19%).

Principale competitor italiano nel mercato dell’online delivery è Cliccaemangia.it, che a Milano opera dal 2009 e aggrega oggi 500 ristoranti in nove città italiane, con una media tra i 12 e i 15mila clienti al mese e 45mila utenti registrati, soprattutto studenti universitari e lavoratori under 35. In questo caso al ristoratore è richiesta una percentuale del 9 per cento, mentre i clienti ordinano soprattutto online. Ancora non hanno un app a disposizione, ma per un Paese che usa l’online per solo il 2-3 per cento degli ordini, affidandosi ancora all’uso del telefono, il ritardo non sembra preoccupare. «Il concetto di “food delivery” è abbastanza nuovo in Italia, – racconta Garo Drameryan, studente del Politecnico di origine turca che ha fondato il business cinque anni fa -. Inizialmente si poteva ordinare online solamente la pizza. Adesso l’utente può scegliere tra decine di cucine diverse e questo è uno dei motivi della nostra crescita. Gli italiani rispetto al passato sono più consapevoli delle possibilità e delle alternative “culinarie”, e gli ordini dal sito web e da mobile sono in continuo aumento. Un trend indicativo del cambiamento di mentalità è quello relativo ai pagamenti online, che sono passati dallo zero al 20 per cento negli ultimi 2 anni. Adesso un ordine su cinque viene pagato direttamente online».

Drameryan stima il mercato del food delivery in Italia in 400 milioni di euro l’anno, che arrivano a 500 milioni considerando l’invio a domicilio di prodotti dal consumo non immediato. Nonostante un ventaglio d’offerta sempre più esteso la pizza rimane ancora il leader incontrastato. «Al secondo posto, in forte crescita, sushi e cucina cinese, mentre tra le novità dell’ultimo periodo c’è la cucina americana: hamburger, bakery e dolci come pan cakes, muffin, cookies stanno avendo grande successo».

«Molti esercenti hanno provato per la prima volta a effettuare il servizio di consegna e stanno ancora cercando di scoprire questo mondo. Alcuni lo fanno con mezzi e staff propri, altri invece si appoggiano a servizi esterni come BacchetteForchette, BuonAppetitoMilano e MyFood, che consegnano per conto di oltre 150 ristoranti a Milano».

Non solo servizi di ordering, ma anche spazio alla logistica dunque. Veterana del settore, Daria Gentiloni Silverj con Myfood.it, opera nel capoluogo lombardo da ormai 12 anni. «Abbiamo 40 ristoranti nella nostra rete, 6mila registrazioni nel nuovo portale e un bacino d’utenza di oltre 20mila persone». Mentre sono le aziende a trascinare gli ordini per i lunch aziendali, gli ordini privati volano a cena e spaziano dalla cottura a vapore all’etnico, passando per le cucine regionali al biologico fino alla grande moda dell’american food. «C’è un’attenzione sempre maggiore per questo tipo di servizi e l’offerta si sta diversificando molto. Tanti ristoranti vogliono entrare sul mercato in autonomia, ma poi realizzano che anche il delivery ha dei costi. E nel panorama non mancano realtà davvero singolari, come Diet to go, che propone la consegna di cibi dietetici in sacchetto termico».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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