Perché la causa dei licenziamenti non è la crisi

Perché la causa dei licenziamenti non è la crisi

Licenziamenti e fuga delle aziende sono il nostro pane quotidiano da anni, e le ragioni che stanno dietro questa situazione sembrano, in prima lettura, ovvie: colpa della crisi. Ma se è vero che la crisi ha alimentato a molti di questi processi, è bene non saltare a conclusioni affrettate. Dietro a molti di questi licenziamenti, purtroppo c’è un sistema di legislazione del lavoro antiquato e burocratico che aggrava la situazione già difficile.

Vero, quando un’azienda non è più in grado di stare sul mercato, c’è poco da fare, il licenziamento è inevitabile. In altri casi, invece, i licenziamenti non sono la conseguenza di una situazione economica compromessa, ma il frutto di una decisione di politica industriale delle aziende che decidono di ristrutturare l’organizzazione del lavoro per le finalità più varie: abbassare il costo del lavoro, ringiovanire la forza lavoro; investire in altri paesi dove il carico burocratico e normativo è meno pesante.

Questi processi di riorganizzazione passano attraverso i licenziamenti non solo perché le aziende sono ciniche, ma anche perché il diritto del lavoro italiano non conosce strumenti adeguati per rimodellare l’organizzazione del lavoro.

In Italia se un lavoratore, durante la propria vita lavorativa, inizia lentamente a perdere la propria capacità di apprendimento e aggiornamento, rischia di finire rapidamente schiacciato dentro un sistema di regole che esige una crescita costante delle retribuzioni e non tiene conto che, nella realtà, una carriera lavorativa con maggiore probabilità ha un andamento simile alla curva di Gauss: cresce fino ad una certa età, e decresce lentamente da quel momento in poi.

A fronte di questa realtà indiscutibile, le dinamiche retributive sono solo in crescita, gli investimenti nella formazione continua inesistenti, l’orario di lavoro è rigido: le mansioni non si possono cambiare senza passare per mille pastoie normative e burocratiche ed è addirittura impossibile modificarle in peggio, anche quando il lavoratore, per i motivi più disparati, non è più adatto a svolgere certi compiti. Per questo, in molti casi, si ricorre alla scorciatoia di licenziare un po’ di lavoratori anziani per poi riassumerne, qualche settimana dopo, altri più giovani e meno costosi.

Ma anche queste assunzioni non si rivelano una passeggiata, a causa di una normativa inutilmente burocratica, difficile da applicare e soggetta a tante diverse interpretazioni. Questa normativa, paradossalmente, è stata resa ancora più complicata dalla legge Biagi e dalle successive  norme che sono intervenute a regolare il lavoro flessibile (il Protocollo Welfare del 2007, la legge Fornero del 2012, il decreto Giovannini del 2013). Fra l’altro questo labirinto – in maniera drammaticamente paradossale – non deve  invece essere affrontato da chi sceglie di utilizzare lavoro irregolare oppure totalmente sommerso.

Si tratta, all’evidenza, di un messaggio devastante, che invita alla fuga verso ordinamenti meno complicati, ingiusti e cervellotici del nostro. Serve un piano straordinario per la semplificazione, finalizzato a cancellare tutte le procedure e le regole inutili e inefficienti.

Un capitolo importante di questo piano di semplificazione dovrebbe interessare il lavoro flessibile. Non serve una pletora sterminata di contratti tutti a rischio di contenzioso; basterebbero poche tipologie di lavoro (un contratto unico per i lavori saltuari, anziché 6-7 forme, l’apprendistato ancora più semplificato, la somministrazione liberata da lacci e lacciuoli inutilmente punitivi, il lavoro a termine libero da formalismi assurdi); questi contratti dovrebbero essere ripensati sulla base di regole capaci di consentire un loro utilizzo semplice ed immediato.

Tali misure potrebbero far scomparire immediatamente il contenzioso (oggi imponente) sul lavoro flessibile, e ridurre gli ingenti costi transattivi e indiretti (consulenze, procedure interne, rallentamenti operativi, rischi di causa) che oggi ogni azienda deve sostenere per poterlo utilizzare.

L’obiezione legittima è che questo tipo di proposte rischiano di agevolare il ricorso indiscriminato al lavoro flessibile, eppure basterebbe applicare un tetto massimo di durata e di quantità al numero complessivo di rapporti flessibili che si possono stipulare con lo stesso lavoratore e nella stessa azienda (come si è iniziato a fare con il lavoro a termine). 

La semplificazione non dovrebbe interessare le forme precarizzanti che oggi proliferano senza controllo; il lavoro a progetto non dovrebbe essere semplificato ma sarebbe da cancellare senza incertezze, trattandosi di un mostro giuridico unico in Europa.

Ha bisogno di riforme anche il processo del lavoro. Per semplificare e ridare ossigeno alle cause di lavoro, basterebbe un tratto di penna: la cancellazione del rito Fornero. Questo intervento aiuterebbe  a superare tutte quelle dispute nate solo per applicare il nuovo rito – (esistono filoni diversi per capire quando si applica, per quali cause, ecc.)  e riporterebbe il processo del lavoro a un numero di fasi (tre, invece delle quattro attuali) compatibile con il bisogno di celerità che accompagna le liti di lavoro.

Ovviamente, la cancellazione del rito sommario non risolverebbe l’altro grande problema della giustizia del lavoro, cioè l’eccessiva incertezza delle interpretazioni giurisprudenziali. Per ottenere dei miglioramenti da quel punto di vista, non bisogna scomodare i giudici del lavoro, che vedono arrivare sul proprio tavolo norme che già in partenza producono conflitti e incertezze: bisogna, invece, rivolgere ancora una volta lo sguardo verso il legislatore, chiedendo di cambiare metodo e contenuti della normativa lavoristica, che dovrebbe avere meno regole, meno fonti, e soprattutto scegliere di valorizzare la flessibilità “buona” (quella che garantisce retribuzione tutele previdenziali diritti sindacali) e combattere quella cattiva e precarizzante (lavoro a progetto, false partite iva, appalti illeciti, e così via).

Questi interventi, uniti ad una soluzione definitiva sul costo del lavoro che esce dalla logica dei decreti annuali e a un rilancio dei centri per l’impiego che mette al centro del sistema il “servizio”, consentirebbero di sostituire il cartello “divieto di assumere”, che oggi campeggia sulla nostra economia, con il messaggio “investite in Italia”.  Un percorso del genere richiede un grande investimento progettuale, e non si può completare in un periodo breve; ma più tardi si inizia, e più difficile sarà il tentativo di recuperare il terreno che ogni giorno stiamo perdente

*E’ autore di “Divieto di Assumere”; il libro è stato presentato alla Camera dei Deputati il 17 aprile