Polihub, dove le startup vogliono diventare grandi

Polihub, dove le startup vogliono diventare grandi

Giovanni Battista Pirelli, imprenditore illuminato agli albori del Regno d’Italia, frequentò il Politecnico di Milano quando ancora si chiamava Istituto Tecnico Superiore, e la startup era semplicemente l’avvio di una nuova azienda. Anche all’epoca era la Lombardia a formare i migliori ingegneri del Paese. Non c’era alcun acceleratore d’impresa, ma una borsa di studio permise a Pirelli di girare l’Europa, studiare la realtà industriale oltre i confini, per poi proporre il suo progetto industriale per la produzione del caucciù vulcanizzato ai finanziatori milanesi. L’epilogo lo conosciamo. E coincide con la storia dell’industria italiana.

Oggi probabilmente Pirelli bazzicherebbe per via Durando 39, al Campus Bovisa, dove ha sede il Polihub, incubatore del Politecnico gestito dall’omonima Fondazione, che ha aperto un nuovo spazio di condivisione dello spirito imprenditoriale, inaugurato la scorsa settimana. In 3mila metri quadrati si contaminano oggi 39 startup, che puntano soprattutto su un nuovo modo di fare impresa. L’attenzione dei nuovi Archimede è tutta rivolta all’alta tecnologia. Dalla Beast Technologies, che misurerà le performance sportive degli azzurri ai prossimi mondiali, agli ombrelli riciclabili al 100 per cento della Ginkgo, passando per i droni progettati dalla Irta. E poi tante App, per agevolare i processi d’acquisto c’è 9minutes, per organizzare eventi Fluxedo, per trovare lavoro attraverso geolocalizzazione Jobyourlife.

Il drone sviluppato dalla startup Irta

Dopo 14 anni di successi dell’Acceleratore d’Impresa del Politecnico, partito nel 2000, ora l’obiettivo è mettere a sistema l’incubatore e fare il salto verso un vero e proprio distretto tecnologico. Dalle buone idee – oltre 5mila quelle presentate dagli esordi dell’iniziativa -, sono state incubate 100 startup, che hanno generato più di 80 milioni di euro di fatturato durante l’incubazione e hanno superato i 200 milioni di fatturato cumulato da quelle già incubate, mostrando anche la capacità di creare valore aggiunto. Stefano Mainetti, consigliere delegato di Polihub, commenta i dati incoraggianti: l’83 per cento delle aziende create sono ancora attive e il Politecnico si piazza al nono posto tra i migliori incubatori europei. «È la generazione Erasmus, che nell’impresa pensa a sfide globali e al mercato internazionale».

Un piede a Milano e l’altro a San Francisco per Empatica, fondata tre anni fa dopo la vittoria allo Switch2Product (S2P), il concorso nato nel 2010 dall’incubatore Polihub per selezionare e sostenere le migliori startup italiane. «Nasciamo dalla fusione tra algoritmi e affective computing», spiega il co-founder Maurizio Garbarino. Tra le mani il braccialetto che misura le emozioni in tempo reale: «grazie a diversi sensori usiamo i segnali fisiologici per analizzare gli stati d’animo delle persone». Si tratta di un oggettino che ha tra i suoi acquirenti il Massachusetts Institute of Technology di Boston e la Fondazione Michael J. Fox per la ricerca sul morbo di Parkinson. «Le possibilità di utilizzo vanno dalla riabilitazione degli ictus alla gestione dell’epilessia, dalla cura della sindrome post-traumatica dei militari dopo le missioni al Parkinson, modificando le terapie in base agli status di stress dei pazienti». La parola d’ordine per l’incubatore del Politecnico è network. «Ho usufruito non solo di uno spazio fisico, ma anche della visibilità e della rete di saperi». Quanto ai finanziamenti per decollare, Garbarino invece si è mosso da solo: «Insieme ai miei soci abbiamo trovato degli investitori privati che hanno creduto nel nostro progetto ottenendo, per il primo anno, 270mila euro».

Il braccialetto che misura le emozioni di Empatica

Sul fronte finanziario, se ancora in Italia l’accesso al credito per le idee innovative è un lusso per pochi, c’è chi mostra lo spirito imprenditoriale necessario anche in questo campo. È il caso di FABtotum, la startup che ha vinto nel 2013 lo S2P grazie a un fabbricatore 3D rivoluzionario. Lavora i materiali anche in sottrattivo ed è dotato di uno scanner in grado di replicare gli oggetti da stampare, superando la concorrenza che permette di trasformare i file in prodotti, ma non viceversa. Le menti sono di Marco Rizzuto e Giovanni Grieco, questa volta due architetti, che proponendo un progetto dal design accattivante– è un po’ la Apple delle stampanti 3D -, hanno ottenuto il record europeo di finanziamento attraverso crowdfunding, con quasi 600mila dollari raccolti in due mesi nella piattaforma Indiegogo.com. «La terza rivoluzione industriale si fonda sull’accesso alla prototipazione rapida. Noi ci abbiamo creduto investendo il nostro tempo. E gli utenti, da 56 Paesi diversi, hanno creduto nel progetto con investimenti a partire da 1 dollaro», racconta Grieco. «Delle 700 stampanti ordinate online solo il 6 per cento è commissionato dall’Italia, che ha contribuito per appena il 3 per cento al finanziamento collettivo». Più del 25 per cento della copertura è arrivato invece dagli Stati Uniti, ma per ora la FABtotum non ha nessuna intenzione di spostarsi Oltreoceano.

«Siamo consapevoli che, in un’economia matura come quella italiana, la crescita del Pil e dell’occupazione è strettamente connessa all’innovazione che riesce a creare», dichiara Giampio Bracchi, presidente di Polihub. Ma dalla consapevolezza alle iniziative concrete in grado di supportare i giovani, in Italia, manca spesso una ruota all’ingranaggio. O magari è la selva burocratica a far fuggire le buone idee prima che si traducano in opportunità per il Paese.

Tra i casi di maggiore successo c’è quello di Neptuny, oggi Moviri, società che offre soluzioni software e servizi per migliorare le performance di sistemi informatici complessi. Spin-off del Politecnico, a fondarla nel 2001 tre studenti tra cui Fabio Violante, che allora aveva appena portato a termine il dottorato nell’ateneo milanese. «Abbiamo creato in 10 anni 130 posti di lavoro». Protagonista della più famosa exit (la fase di maturità delle startup) tra le esperienze italiane, dopo quattro anni di incubazione l’acquisizione da parte dell’americana Bmc Software non ha scalfito l’idea di portare l’hi-tec in pianura padana.

Per diventare da nani a giganti però rimanere in Italia resta difficile. Marco Corradino, co-founder nel 2004 di Volagratis.it, è appena sbarcato alla borsa di Zurigo col gruppo Bravofly Rumbo Group, agenzia di viaggi online presente in 35 Paesi del mondo con i marchi Volagratis, Bravofly, Rumbo e Jetcost. «Eravamo in due in una stanza con 20mila euro di capitale – racconta Corradino -. E questa è la dimostrazione che in Italia è possibile creare impresa, ma non farla». Il suo gruppo è oggi uno dei principali operatori europei nel settore dei viaggi online, con oltre 100mila biglietti aerei venduti al mese. La sede operativa centrale è a Chiasso, in Svizzera, mentre in Italia possiamo vantare alcuni uffici e il servizio assistenza clienti. Un’occasione per creare occupazione, certo, ma non per far crescere un’economia in letargo. Non ci resta che attendere il prossimo ingegner Pirelli.

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