Barche, aerei e poltrone. La bella vita di Ubi-Banca

Barche, aerei e poltrone. La bella vita di Ubi-Banca

Un terremoto, nonostante la banca parli di fatti già noti e chiariti (una «non notizia») assicurando la «massima» collaborazione alla Guardia di Finanza. Eppure fanno rumore i due filoni di indagine della Procura di Bergamo, uno su Ubi-Banca e l’altro sulla controllata Ubi-Leasing, culminati con le perquisizioni delle Fiamme Gialle in venti città negli uffici del quinto gruppo bancario italiano con oltre 18.000 dipendenti e 1.700 filiali. Giovanni Bazoli, dagli anni Ottanta protagonista del salotto creditizio italiano e oggi presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa-Sanpaolo, è l’indagato “eccellente” per ostacolo alle funzioni di vigilanza. Con lui il presidente del consiglio di gestione di Ubi-Banca Franco Polotti, il presidente del consiglio di sorveglianza Andrea Moltrasio, il vicepresidente Mario Cera, i consiglieri Victor Massiah e Italo Lucchini. Secondo l’accusa due gruppi di azionisti, l’associazione Amici di Ubi e l’associazione Banca Lombarda e Piemontese presieduta da Bazoli, avrebbero attuato un sistema di regole per predeterminare i vertici della banca, il tutto all’insaputa dell’autorità di vigilanza. Nomine pilotate? Agli inquirenti la prosecuzione delle indagini.

Nella denuncia presentata alla Procura di Bergamo dal presidente Adusbef Elio Lannutti, che già da senatore aveva promosso un’interpellanza, si punta il dito contro la struttura del gruppo bancario: «Un’immensa platea costituita da 241 amministratori e 90 sindaci, per un totale di 331 persone con casi di membri presenti anche in dieci organismi diversi, che percepisce complessivamente (fonte del sindacato Fabi) 22.118.000 euro ogni anno raggiungendo nel rapporto tra compenso degli amministratori e dei sindaci e il numero medio dei dipendenti la cifra media di 1.164,47 euro, la più alta in assoluto nel sistema creditizio italiano, circa cinque volte la percentuale del Monte dei Paschi, tre volte la percentuale di Intesa e otto quella di Unicredit». Nel mirino di Lannutti e Adusbef anche le spese per le consulenze esterne, «quantificabili negli ultimi anni in almeno un miliardo di euro pagati in favore di studi professionali legati, per vincoli di parentela o per comunanza di affari, agli attuali amministratori».

Nel secondo filone dell’inchiesta, riguardante Ubi-Leasing, i nomi coinvolti sono quelli di Giampiero Pesenti, già presidente del patto di sindacato di Rcs e oggi numero uno di Italcementi, ma anche quelli degli ex dirigenti Giampiero Bertoli, Alessandro Maggi e Guido Cominotti a cui vengono contestati i reati di truffa e riciclaggio per una compravendita anomala di beni da parte di Ubi-Leasing. Si ipotizzano infatti gravi irregolarità che riguardano beni di lusso tra cui barche e aerei. Beni che, secondo l’accusa, venivano ceduti in leasing e, alle prime difficoltà di pagamento delle rate concordate, venivano sottratti a chi aveva firmato il contratto per poi essere girati a prezzo stracciato a uomini dell’inner circle della banca. Senza contare che proprio il settore leasing del gruppo bancario, che tra i propri clienti annoverava la Anemone Costruzioni di Diego Anemone, era già stato oggetto di approfondimenti e censure da parte di Bankitalia, ultima una sanzione da 360.000 euro per «carenze nell’organizzazione, nei controlli interni e nella gestione del credito».

Il presunto meccanismo lo spiega Elio Lannutti nella denuncia presentata alla procura di Bergamo. L’ex senatore parla di un’imbarcazione di quaranta metri del valore di oltre 12 milioni di euro acquistata «all’interno del disegno di una truffa perpetrata ai danni della banca». Lo yacht, prosegue Lannutti, è stato venduto a distanza di pochi mesi «a un prezzo di 3 milioni di euro, oltretutto gli organi decisionali della Banca avrebbero scientemente deciso di ignorare offerte di acquisto di gran lunga superiori al fine di favorire, in sfregio all’esistente conflitto di interesse, gli amministratori interessati all’acquisto». L’imbarcazione, si legge nella denuncia, sarebbe finita attraverso una società di copertura nelle mani di un componente del Consiglio di Ubi Banca «con ruoli apicali nel Gruppo, che non ha denunciato nemmeno il palese conflitto di interesse ai sensi dell’art. 136 del Testo Unico Bancario».

Ma nell’indagine c’è spazio pure per un aeromobile, un Cessna di nove posti che fu di proprietà dell’ex agente dei vip Lele Mora, acquistato, si legge nella denuncia di Lannutti, «per 1.800.000 dollari statunitensi e ceduto per 60.000 euro ad una società con sede nel Delaware, noto paradiso fiscale». A proposito del velivolo e di altri beni mobili e immobili, nell’esposto si segnala il meccanismo delle «false perizie al ribasso» che avrebbe depauperato il patrimonio della banca «a favore di soggetti sempre vicini agli amministratori o addirittura agli amministratori medesimi». La denuncia prosegue con accuse pesanti: «Nell’ambito delle presunte truffe al vaglio di Banca d’Italia emerge un disegno volto a eludere ed evadere il fisco mediante il plurimo utilizzo di società con sede in paradisi fiscali facenti parte della black list redatta dal governo italiano. Per mezzo di tali società offshore, oltre a eludere le imposte dirette e l’Iva dovuta, è stato creato un meccanismo finalizzato ad occultare l’identità dei reali acquirenti dei beni». Inoltre in una lettera aperta indirizzata al consigliere delegato di Ubi Victor Massiah, oggi indagato, la rappresentanza sindacale Discredito Bpb «evidenzia che nell’ultimo triennio si sono registrate rettifiche su crediti per 2 miliardi e 131 milioni di euro con una perdita che supera di una volta e mezzo le spese di un anno di tutto il personale».

In conclusione non poteva mancare la sanità lombarda, tornata d’attualità con la nuova tangentopoli per Expo 2015. «Il Gruppo Ubi – scrive Lannutti – risulta esposto con il San Raffaele tramite la controllata Ubi Factor per 30,4 milioni di euro anticipati a titolo di sconto verso le fatture emesse da enti pubblici». Il colosso bancario, incalza l’ex senatore, «è entrato nel crack dell’ospedale ancora una volta quando lo stato di insolvenza era universalmente noto e quando le richieste della magistratura che avrebbero colpito don Verzè e Formigoni erano già trattate da tutti i media locali e nazionali». Inchieste che che avrebbero portato alla condanna a dieci anni di reclusione (nove in appello) del faccendiere Pierangelo Daccò che, attacca Lannutti, «risulta essere stato più volte in contatto con i vertici Ubi». Adesso il pallino è in mano alla magistratura, con il gruppo bancario sotto accusa e suoi uomini eccellenti nonché «arzilli vecchietti» Bazoli (1932) e Pesenti (1931) al centro delle cronache. Ma già al momento dell’esposto in procura, il presidente Adusbef lanciava l’allarme: «Le società controllate Ubi Factor e Ubi Leasing sono delle vere e proprie bombe a orologeria pronte a esplodere, cariche come sono di crediti in sofferenza non ancora evidenziati nelle pieghe dei bilanci ufficiali». La sveglia è suonata.

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