Com’è cambiato il decreto lavoro

Com’è cambiato il decreto lavoro

Gli emendamenti al decreto Lavoro, frutto della mediazione tra Pd, Scelta Civica e Ncd rispetto al testo licenziato alla Camera, sono stati bocciati dal segretario della Cgil, Susanna Camusso. Il decreto propone «modalità per cui l’unica strada è la precarizzazione», e la riassunzione trasformata in modalità pecuniaria «è il via libera all’illegittimità dei rapporti», ha detto la Camusso a margine di una iniziativa alle “Giornate del lavoro” a Rimini. In precedenza era arrivato il “sincero apprezzamento” per le modifiche da parte di Maurizio Sacconi. Per il presidente dei senatori Ncd e presidente della commissione Lavoro del Senato «rimangono alcuni aspetti da chiarire e faremo in modo che nei corretti rapporti di maggioranza si possa continuare a discutere». Critiche sono arrivate da M5s e Forza Italia.

Gli emendamenti che il Governo ha presentato al Senato al testo del decreto Lavoro sono otto. Ecco le principali novità, riassunte da la Repubblica

Premessa 
Nel merito le proposte di modifica dell’esecutivo al provvedimento “partono dalla riscrittura del preambolo, con il compito di attribuire al decreto funzione di raccordo con il disegno di legge delega, ricordando che tutti i provvedimenti in esso contenuti hanno come obiettivo il contratto a tempo indeterminato a protezione crescente che sarà esaminato nella delega”, ha spiegato il sottosegretario al lavoro, Luigi Bobba del Pd.

Sanzioni 
Il governo modifica quindi, pur rispettando la validità del principio, la sanzione prevista per le aziende che non rispettino il tetto del 20% per il numero dei contratti a tempo determinato rispetto a quelli a tempo indeterminato. Ora la sanzione non è più l’obbligo dell’assunzione a tempo indeterminato, ma diventa di tipo amministrativo, con una multa pari al 20% dello stipendio del 21esimo contratto a tempo determinato per tutta la sua durata, che sale al 50% per gli ulteriori contratti successivi al 21esimo.

Enti ricerca e 5 dipendenti 
Significativa novità riguarda quindi gli istituti pubblici e privati che operano nella ricerca, per i quali il limite del 20% non vale, proprio in ragione della specificità dell’attività svolta. Esclusi dall’obbligo del tetto del 20% anche le aziende con meno di 5 dipendenti.

Apprendisti 
Per quanto concerne l’apprendistato, si stabilisce che il 20% degli apprendisti deve essere stabilizzato solo per le aziende con oltre 50 dipendenti (non più come prima con oltre 30 dipendenti).

Stagionali 
Sempre per l’apprendistato le proposte del governo prevedono la possibilità del suo utilizzo a tempo determinato per le attività stagionali. Le Regioni devono però aver definito un sistema di alternanza scuola-lavoro e la possibilità dovrà essere prevista nei contratti di lavoro collettivi.

Formazione 
Altro punto su cui si era acceso il dibattito politico è quello dell’offerta formativa pubblica: con un ulteriore emendamento, il governo specifica che la Regione dovrà indicare anche “sedi e calendario” e potrà anche avvalersi “delle imprese e delle loro associazioni che si siano dichiarate disponibili”. Infine, spiega sempre Bobba, sarà “responsabilità della Regione comunicare entro 45 giorni” le modalità di svolgimento “e non se ne potrà far carico né esimere l’impresa”.

Regime Transitorio 
Un’altra modifica riguarda una riformulazione del regime transitorio per i contratti a termine. Viene specificato che nel periodo fino al 31 dicembre oltre alla “norma nazionale del 20%” varranno anche le regole già scritte nei contratti vigenti. Le imprese devono cioè adeguarsi al tetto del 20%, a meno che non il contratto collettivo applicabile sia più favorevole. Quindi, il datore di lavoro che all’entrata in vigore del decreto abbia in corso rapporti di lavoro a termine superiori al tetto del 20% dovrà rientrare a meno che “un contratto collettivo applicabile nell’azienda disponga un limite-percentuale o un termine più favorevole”. E, infine, viene previsto che il diritto di precedenza per le donne in gravidanza sia prevista nel contratto.

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