Viva la FifaE il fair play finanziario conferma di essere un bluff

E il fair play finanziario conferma di essere un bluff

Nel libro “I am the secret footballer”, dove un anonimo calciatore di Premier League svela i segreti della vita di un giocatore di calcio dentro e fuori dal campo, c’è un trafiletto che spiega molto del fair play finanziario. L’anonimo calciatore riporta uno scambio di battute in libertà con un agente. I due chiacchierano amabilmente sulla montagna di soldi spesa negli ultimi anni dal Manchester City sul mercato. Ma se il calciatore mostra segni di meraviglia e quasi sdegno, l’agente gli risponde quasi sbigottito: «Ma tu lo sai quanto fattura al giorno il fondo che controlla il club?». Oppure, basterebbe una frase (vagamente polemica) del Financial Times all’indomani della vittoria dei Citizens in campionato: «Gli Emirati Arabi si sono comprati la loro seconda Premier League». Spendendo un miliardo di sterline, per l’esattezza.

Il tutto in barba alla Uefa, che con il suo fair play finanziario si sta dimostrando forte con i deboli e viceversa. Insomma, “gattopardianamente” parlando, il governo europeo del calcio cambia tutto per lasciarlo così com’è. A dimostrarlo, il fatto che le sanzioni della Uefa sono state lievi, se non addirittura accomodanti nei confronti delle grandi squadre. E per grandi squadre si intendono soprattutto il già citato City e il Paris Saint Germain, finite nel mirino della critica per le loro sponsorizzazioni gonfiate. Il caso più clamoroso è quello del club francese, acquistato due anni fa dallo sceicco Nasser Al-Khelaifi. Visto il ricco portafoglio messo a disposizione, la società si è lanciata in grosse operazioni di mercato come il mega-acquisto di Zlatan Imbrahimovic e Thiago Silva spendendo più di quanto abbia incassato – in tutto 250 milioni di euro – e infrangendo così la regola base del fair play finanziario. Per rientrare dalle spese e non incorrere nelle multe di monsieur Platini, il Psg ha pensato bene di firmare un contratto di sponsorizzazione con la Qatar Tourism Authority dal valore di circa 600 milioni di euro.

Una sponsorizzazione fuori mercato, che neanche lontanamente si avvicina alle altre del calcio europeo: il Barcellona, solo per fare un esempio, incassa 30 milioni dalla Qatar Foundation. Una vera e propria cascata di denaro che sarebbe dovuta servire a chiudere il bilancio in pareggio mettendo almeno 200 milioni di euro alla voce “sponsor” e che aggiusterà anche il consuntivo della stagione precedente: nell’accordo è presente una clausola che rende l’accordo retroattivo al 2012. Una situazione simile a quella del Manchester City, società che al pari del Psg è di proprietà araba e spende più di quanto incassa. Per ovviare alle spese pazze ha ceduto i naming rights dello stadio alla Etihad con un accordo di 400 milioni per 10 anni. Etihad che è compagnia aerea degli stessi sceicchi di Abu Dhabi proprietari dei Citizens

E qui però Nyon non è rimasta a guardare, nel tentativo di mostrare i muscoli: a fine aprile i ragionieri della Uefa hanno ricalcolato il valore dell’accordo del Psg da 200 a 100 milioni di euro all’anno. In questo modo, il bilancio del Psg 2013 passa da un deficit di 3,5 milioni a uno di 107 milioni di euro. Il tutto nell’ambito del primo periodo di controllo dei bilanci da parte della Uefa, il biennio 2012/14, arrivato al termine. E per le due squadre, soprattutto per il Psg, sono arrivate le punizioni. Adeguate? A leggere i comunicati Uefa diramati alle 21 di venerdì 16 maggio, sembrerebbe di sì. Le sanzioni sono articolate in 4 punti. Uno: multa da 60 milioni di euro. Due: tetto salariale per la prossima stagione bloccato al livello di quello attuale. Tre: lista di giocatori per la Champions League ristretta da 25 a 21 elementi. Quattro: limitazioni su mercato e bonus per impiegati.

Punizioni che sembrano adeguate, ma non lo sono affatto. Perché la multa da 60 milioni di euro è rateizzabile in tre anni, con tranche quindi da 20 milioni all’anno. Se colleghiamo questa cifra alla restrizione della rosa, si capisce bene che i club “puniti” potrebbero vendere uno/due giocatori e ricavare dalla cessione del cartellino e dal risparmio sull’ingaggio i soldi necessari per pagare la rata della multa. Per fare un ipotesi, al City basterebbe vendere il talentuoso Stevan Jovetic. Comprato lo scorso anno dalla Fiorentina per 26 milioni di euro (più 4 di bonus), durante la stagione è stato poco utilizzato e quindi potrebbe essere venduto: anche ipotizzando una svalutazione del suo cartellino, il club risparmierebbe 24 milioni di euro d’ingaggio (il contratto è di 6 milioni di euro all’anno per 5 anni), che userebbe invece per saldare la multa. Discorso simile per il Psg, al quale basterebbe tutto sommato privarsi di un grande giocatore, o di due di medio livello, a cuor leggero: in una lista di 21 giocatori per l’Europa c’è poco spazio per tanti big. Senza contare che i due club giocheranno comunque la Champions, incamerando 30 milioni di euro per la sola qualificazione diretta alla fase a gironi. Non solo. Leggendo bene il comunicato Uefa, si legge che dei 60 milioni di multa, 40 verranno restituiti se i club mostreranno la capacità di rientrare dai passivi.

Ma le sanzioni più “pesanti” che la Uefa ha inflitto sono solo la prima prova del fatto che il fair play finanziario è un grande bluff. Perché, a pensarci bene, il danno è già stato fatto. Il Manchester City ha vinto il campionato inglese per la seconda volta in tre anni. Il Psg ha appena conquistato il secondo in due anni. In due, i club hanno accumulato una perdita di circa 300 milioni di euro. E tra i club in perdita c’è un’altra regina del proprio campionato, la Juventus, che ha appena presentato (e approvato) un primo trimestre 2014 in peggioramento causa esclusione dalla Champions League. Il club neo campione d’Italia per la terza volta di fila ha ora un indebitamento finanziario netto di 198 milioni di euro, ma al di là di un “cartellino giallo” (è proprio il caso di dirlo) da parte di Nyon non rischia nulla. Questo perché la Juve ha uno stadio di proprietà e, come da parametri fissati dalla Uefa, le spese sostenute per strutture come impianti capaci di generare introiti (ovvero gli stadi di proprietà) o per le accademie giovanili non vengono considerati passivi punibili. E la Juve sta anche investendo nel progetto Continassa, attorno allo Juventus Stadium. Così come non pagherà l’Atletico Madrid, che ha 200 milioni di euro di debiti con il Fisco spagnolo ma che sta comunque investendo per il nuovo stadio.

Esistono anche altre eccezioni che la Uefa stessa è disposta ad ammettere. Una di queste è clausola legata ai contratti stipulati entro il 1° gennaio del 2010: appellandosi ad essa, ad esempio, altri club in perdita come Roma, Liverpool e Chelsea si sono salvate dalle punizioni di Platini. Anche l’Inter del neo-proprietario Erick Thohir utilizzerà tale clausola; e nonostante l’indebitamento (circa 150 milioni di euro) il club non è stato oggetto di sanzione, perché anche in questo caso scatta un’eccezione: la Uefa infatti va con la mano leggera se il club prova di aver messo in atto politiche di ristrutturazioni societarie volte a contenere i costi. E l’Inter lo sta facendo, a cominciare dal taglio drastico del monte ingaggi.

E allora, chi paga? Squadre marginali come l’Anzhi: l’ex squadra di Kerimov è appena retrocessa nella serie B russa; il Trabzonspor (multa di 200mila euro), il Levski Sofia (multa di 200mila euro) e il Bursaspor (multa di 200mila). Puniti anche il Galatasaray – che nel 2013 ha realizzato profitti per 157 milioni di euro e si sta già rimettendo in riga – e lo Zenit, che essendo di proprietà del colosso energetico Gazprom ha ricevuto una multa di 12 milioni anziché quella di 60 che guardando i bilanci si sarebbe meritato: la stessa Gazprom è tra i top sponsor della Champions League e una sanzione troppo cattiva potrebbe far ritirare la sponsorship. 

Graziato, invece, il Valencia. La società spagnola è da tempo al centro di un rosso finanziario seguito al deficit spagnolo. Attualmente, nonostante l’aumento di capitale di 92 milioni, le casse del club sono in perdite per oltre 400 milioni di euro e il presidente Amadeo Salvo è con l’acqua alla gola: lo scorso marzo, Bankia aveva prolungato di un mese il credito di 220 milioni di euro da vantare nei confronti della società, nel tentativo di scongiurare la mannaia finale da parte della Uefa, che ha preferito lasciare che il club “muoia” da solo: nel frattempo nessun acquirente è ancora riuscito a rilevare il pacchetto di maggioranza e ora il Valencia rischia di fare la fine del Malaga, al quale è stata tolta la possibilità di fare le coppe europee dopo i problemi finanziari seguiti alla fuga dello sceicco Al-Thani, parente del proprietario del Psg. Fosse rimasto, il Malaga avrebbe fatto le coppe. Potere del fair play finanziario.